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Torino e il centro sinistra: non sarà una "passeggiata" ripetersi, ma se condivisa dalla base, sarà meno difficile

Aggiornamento: 19 minuti fa

Un suggerimento al sindaco Stefano Lo Russo


di Beppe Borgogno


No, non è detto che per il centrosinistra rivincere a Torino sia per forza una passeggiata, come recita il titolo dell'ultimo editoriale della domenica firmato da Gian Paolo Masone.[1] O perlomeno, c’è bisogno di riempire il tempo che ci separa dalle elezioni con tante cose piccole e grandi che, per varie ragioni,  fin  qui sono  mancate.

Intendiamoci: il lavoro fatto dall'amministrazione Lo Russo è stato positivo e ha garantito equilibrio, forza e “tenuta” alla città in tempi non semplici, segnati da una disponibilità di risorse ridotta rispetto al passato, e da una competizione di interessi su scala globale, nella società e addirittura tra le città, fino a poco fa orientate piuttosto alla cooperazione, invece certamente più forte. Non è stato per nulla semplice, quindi, essere abbastanza forti per stare nella competizione e lucidi per non perdere la bussola della coesione.

Ma ci sono vuoti da tentare di riempire. Nei giorni scorsi il Cardinale Roberto Repole, in vista della festa del Primo Maggio, ha indirizzato alla città una lettera che ha fatto molto discutere. Si chiede e ci chiede, il Cardinale, “eravamo la città delle auto, vogliamo diventare la città delle armi?” a proposito delle ormai non poche industrie che in Piemonte lavorano nel settore delle forniture militari "si offrono come motore di rilancio dell’economia”.

C’è naturalmente un aspetto etico, molto importante, in questa domanda ma non solo. Ce ne è uno, implicito ma non troppo, che riguarda il futuro della città e delle sue vocazioni che è altrettanto importante, da affrontare fuori dalla retorica a cui ci siamo purtroppo da tempo abituati:  che futuro possono avere l’auto, il suo indotto e chi ci lavora? C’è davvero chi pensa che l’aerospazio e le produzioni collegate all’industria bellica possano, per volumi produttivi ed occupazionali, sostituire l’economia dell’automobile che abbiamo conosciuto, senza che per avvicinarsi ad essi sia necessario un mondo in guerra perpetua? Perché di questo si tratta, e nemmeno un massiccio investimento sulla sempre più probabile, e forse necessaria (ma per difendersi in pace e non per fare guerre) difesa europea potrebbe garantire tanto. E se dobbiamo entrare sempre più nella logica di una economia che si muove su tanti piani e tanti settori, anche se “marginali” e in grado di produrre meno ricchezza, ed anche bisognosi di meno conoscenza, ricerca ed ingegneria, come la mettiamo col valore della città e della sua natura e struttura, in ogni settore della vita economica e del sapere? Domande, queste, per nulla retoriche, su cui ci sarebbe forse bisogno di una discussione vera, aperta e coraggiosa.

Il sindaco Stefano Lo Russo ha detto recentemente di “voler scrivere assieme alla città il programma dell’alleanza”: chissà che non siano anche questi i temi da cui partire, certo non per tentare improbabili esercizi di dirigismo, ma per condividere e sostenere obiettivi comuni, coinvolgendo innanzitutto chi può dare qualcosa alla città in termini di idee, intelligenze ed anche risorse. E per chiedere anche agli stakeholders una assunzione di responsabilità, sempre che questo sia l’obiettivo di quella affermazione del primo cittadino. Negli anni passati, nella lunga fase delle amministrazioni di centrosinistra interrotta nel 2016, ci abbiamo provato più volte, talvolta con successo, altre volte meno. Niente che non sia già stato fatto, o addirittura scritto anche su queste pagine. Ma non è davvero questo il momento per smettere di farsi queste domande e soprattutto per tentare di trovare risposte, insieme alla città.

Sempre nei giorni scorsi è stato presentato un nuovo “city brand” di Torino. Bella l’idea, secondo me, bello lo spot, ed anche emozionante. Belle immagini, bravi e validi i testimonial, per una città che prova a presentare la sua bellezza. Qualche maligno ha commentato dicendo però che si tratta di “una città come vogliamo che la vedano a Milano”: e non ci sarebbe  nulla di male, credo, dato che quello spot serve anche a promuoverla fuori dai suoi confini.

Anche in quel “torino:”, con la minuscola davanti e i due punti che aprono un periodo da riempire, forse torna l’dea di far completare la definizione ai torinesi, di far dire qualcosa anche a loro, e in quel “la città si racconta da sola” forse c’è persino un po’ di quell’understatement sabaudo che tanto ci connota. Purché, dice qualcun altro, tutto questo non faccia dimenticare quello che Torino è nella vita di tutti i giorni: le periferie, il lavoro, i cittadini di origine straniera, ma anche la città capace di anticipare le tendenze. Insomma, purché non sia troppa la distanza tra la cartolina e la città con tutti suoi inevitabili problemi ma anche le sue potenzialità più nascoste.

Obiezioni, queste, che rimandano al tema delle “saldature” di cui la città continua ad avere bisogno, delle fratture sociali come quelle tra i territori, e che invitano la politica, ma non da sola, a cercare ad esempio di riempire già da ora l’idea della “città dei 15 minuti” e della prossimità di cui parla il nuovo piano regolatore. Perché quelle fratture esistono, fanno parte della vita quotidiana della città e dei torinesi, come ne fa parte una quota forse fisiologica di disordine urbano che però non è sempre facile da vivere e accettare. Una bella intuizione rimane tale se non trova idee e protagonisti per essere realizzata.

Anche questo, credo,  sarebbe un ottimo terreno su cui sperimentare l’idea del programma scritto con la città di cui ha parlato il Sindaco, anche in questo caso provando a coinvolgere almeno la rete del mondo associativo, culturale, economico e sindacale che nel tempo ha aiutato a sostenere gli sforzi e i progetti delle amministrazioni che si sono succedute, per aiutarle ad arrivare dove da sola esse non riuscivano ad arrivare.

E chissà che lo sforzo di un “programma partecipato”, anche a rischio di prendersi rifiuti e contestazioni, non ricordi alla politica che negli atteggiamenti, oltre gli intenti e le dichiarazioni, sta la chiave per cercare di incontrare un desiderio di partecipare che anche il recente referendum sulla giustizia ci ha dimostrato esistere. Un desiderio, a quanto pare, che però si esprime davvero se permette ai protagonisti di contare davvero e di decidere, attuando in qualche modo quel “modello di democrazia deliberativa” di cui si è parlato nei giorni scorsi proprio su queste pagine.

Il punto è però che il dibattito politico generale, tra primarie si e primarie no, è sembrato per il centrosinistra andare finora in un’altra direzione. Quella, cioè, del ritorno ognuno dentro i propri steccati, del mantenimento innanzitutto degli equilibri interni, di chi non sente in fondo tutta questa urgente necessità di cambiare qualcosa di sé anche di fronte all’evidenza di doverlo fare. A chiudersi anziché aprirsi, come la partecipazione al referendum dovrebbe invece far capire.

Con il rischio, in più, di accomodarsi sulla sicumera di chi pensa piuttosto che quel risultato dimostri che i problemi li hanno solo gli avversari che hanno perso, e non invece tutta la politica che deve di nuovo incontrare ed anche saper suscitare passione ed impegno.

Tutte cose, queste, nelle cui pieghe rischia di annidarsi qualche insidia, qualunque sia il candidato dell’altra parte politica, anche quello più ideologico, di fronte alla grande incognita di quanti torinesi andranno a votare e di come in questi anni si è sedimentato il rapporto tra loro e chi ha amministrato la città. Una incognita tra le tante, dal momento che come abbiamo visto anche per i sondaggisti è sempre più difficile azzeccare i pronostici.

Infine, per non dimenticarlo anche se ci pensano le cronache a ricordarlo a tutti: sarebbe importante che l’immobile di Corso Regina 47, cioè il vecchio centro sociale Askatasuna, trovasse al più presto una destinazione, meglio se quella prospettata dalla città per un uso condiviso con la comunità del quartiere Vanchiglia, le associazioni e i cittadini. Oppure quel palazzo rischierà di diventare, tra un anno, il varco per far passare polemiche e demagogia mentre c’è bisogno di parlare della città e del futuro.

Non sarà una passeggiata, certo, ma si può tentare di rendere almeno il percorso un po’ meno aspro e rischioso.


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