top of page

Sicurezza o sorveglianza? Ineludibile domanda anche per i sindacati delle forze dell'ordine

di Nicola Rossiello


Ringrazio il Segretario generale di UNARMA, Antonio Nicolosi, per aver risposto al mio contributo sulla videosorveglianza, e con l’onestà intellettuale che lui stesso rivendica.[1] È raro, nel dibattito sulla sicurezza, trovare interlocutori disposti al confronto fuori dai recinti corporativi. E tuttavia, proprio perché il tema lo merita, non posso sottrarmi dal dissentire su alcuni punti fondamentali, da sindacalista di polizia e da cittadino che ha svolto per anni la professione di operatore di polizia e che ha sempre considerato quel mestiere come servizio alla comunità, non come a identità militare.

La tesi che ho espresso nel precedente contributo [2] voleva sottolineare un passaggio cruciale intrinseco alle politiche della sicurezza di questo Governo, al ruolo che il Ministero dell’Interno ha attribuito ai Sindaci consapevoli o no, al modello di sicurezza del Paese che appartiene, in primo luogo, ai cittadini, e solo per servizio, alle forze di polizia. La questione, però ha virato sulla prospettiva securitaria che accetto di buon grado di affrontare insieme.

Partiamo da un punto di convergenza: nessuno, in buona fede, può sostenere che la videosorveglianza sia il male assoluto. Ma non è questo il cuore del problema. La questione è un’altra, e Nicolosi la sfiora senza attraversarla davvero: chi controlla le telecamere? Con quale mandato? Con quale trasparenza? E soprattutto, domanda che nel 2026 non è più retorica, con quale tecnologia? Oggi, ritenere lo strumento una semplice telecamera è riduttivo e anche fuorviante. Esiste una differenza abissale tra una “telecamera” che registra e un “sistema” che riconosce. La prima è uno strumento passivo che produce immagini, le quali, eventualmente, un magistrato può richiedere. Il secondo è qualcosa d'altro, è un sistema attivo di classificazione degli individui nello spazio pubblico, in tempo reale, senza mandato, senza indagine in corso, senza che il cittadino lo sappia. Il dibattito che Nicolosi propone, telecamere sì o no, è già superato dai fatti, perché le telecamere di nuova generazione non sono più semplici occhi, sono delle sorta di cervelli. E i cervelli bisogna chiedersi a chi appartengono e chi li governa. Non è una domanda astratta. È una domanda che dovrebbe stare al centro di ogni realtà di rappresentanza di lavoratori, anche di quelli delle forze dell'ordine.

Nicolosi scrive che "la sicurezza non può avere casacche ideologiche." Su questo, concordo, ma proprio per questo non posso accettare che il dibattito sulla videosorveglianza venga ridotto a uno scontro tra chi ha paura degli stranieri che delinquono e chi difende pregiudizialmente le libertà civili perché questa è la casacca ideologica più pericolosa di tutte, quella che finge di parlare di sicurezza mentre sta parlando d'altro. Il mestiere del poliziotto deve presupporre fedeltà al principio, sancito dalla Costituzione, secondo cui la sicurezza è un diritto sociale fondamentale, come la salute e l'istruzione, non un privilegio da garantire con l'intimidazione o con la sorveglianza di massa, ma una condizione di vita dignitosa che si costruisce insieme, nelle comunità, attraverso i servizi, la presenza umana, la fiducia. Dico "presenza umana" e lo sottolineo: non quella delle telecamere, ma quella degli operatori di prossimità, degli assistenti sociali, degli educatori di strada, degli agenti che conoscono il territorio e si fanno conoscere. E’ una presenza costosa che richiede formazione, richiede politiche, ma è anche l'unica che produce sicurezza reale, non solo la percezione della sicurezza.

Nicolosi pone poi una domanda corretta: perché, a fronte di una diminuzione statistica dei reati, la percezione di insicurezza è aumentata? È una domanda che merita risposta, non esorcismo. La percezione di insicurezza è un fatto politico, non solo sociologico. Viene alimentata, spesso deliberatamente e soprattutto dalla destra, da narrazioni che associano degrado, stranieri e pericolo in un'unica immagine emotivamente potente. Le telecamere, in questo contesto, non risolvono la percezione, bensì la amplificano perché suggeriscono che c'è qualcosa da sorvegliare, che lo spazio pubblico è un campo minato, che il cittadino ha bisogno di essere protetto da occhi artificiali perché gli occhi umani non bastano. Oggi in Cina, grazie alla rete di sorveglianza digitale realizzata con milioni di telecamere intelligenti per il riconoscimento facciale, è possibile localizzare un individuo ovunque si trovi nelle estese aree strutturate, in circa 6 (sei) minuti! La domanda porci è se siamo di fronte ad un’opportunità o a un problema di varia natura giuridica, personale e di etica sociale.

La sicurezza non si ottiene con le telecamere, ma con politiche sociali, con il welfare, con i servizi di prossimità. Se togliamo queste risorse, come è accaduto in vent'anni di tagli scriteriati, e le sostituiamo con sistemi di sorveglianza tecnologica, non stiamo rispondendo all'insicurezza, ma stiamo gestendo il consenso intorno all'insicurezza. E chi rappresenta i lavoratori delle forze di polizia, questo non può ammetterlo perché equivale a tradire il mandato profondo della rappresentanza stessa.

C'è infine una questione che nessun articolo su telecamere e sicurezza può permettersi di ignorare oggi. Viviamo in un'epoca in cui soggetti privati di scala globale, piattaforme tecnologiche, aziende di intelligenza artificiale, fondi sovrani, stanno costruendo infrastrutture di sorveglianza che i governi non hanno il potere di controllare davvero, e che mirano a condizionare la politica dei Paesi che li integrano. Non è complottismo, è la realtà documentata di come funzionano certi appalti, certi contratti, certi sistemi di riconoscimento facciale venduti a prezzi stracciati ai Governi, ai Ministeri, alle amministrazioni comunali.

Quando approvo l'installazione di un sistema di videosorveglianza avanzato, devo chiedermi: chi ha costruito questo software? Chi ha accesso ai dati? Chi li può rivendere? Con quale orientamento politico sarà gestito tra cinque anni, quando l'amministrazione potrebbe essere diversa? La democrazia non è solo ciò che accade nelle urne, è anche valutazione oculata su chi controlla i flussi di informazione che riguardano i cittadini. Gli operatori di polizia giurano fedeltà alla Costituzione. Quella fedeltà non si esaurisce nell'applicare la legge, ma include la consapevolezza che certi strumenti, in certe mani, possono diventare il contrario della sicurezza. Possono diventare controllo politico, repressione del dissenso, schedatura delle minoranze.

In conclusione "remare tutti verso la stessa meta" è un invito condivisibile. Però..., prima di remare, bisogna scegliere in quale fiume vogliamo farlo e valutare accuratamente la corrente. Il fiume della sicurezza democratica, fatta di diritti, servizi, prossimità, garanzie, o il fiume della sorveglianza tecnologica, fatto di algoritmi opachi, dati ceduti a terzi, di una progressiva erosione degli spazi di libertà che la Costituzione tutela e di un dissolvimento della dignità di tutti, e uno svilimento degli operatori di polizia. Personalmente so da che parte voglio stare, come sindacalista, ma prima ancora come cittadino quale sono.


Note

Commenti


L'associazione

Montagne

Approfondisci la 

nostra storia

#laportadivetro

Posts Archive

ISCRIVITI
ALLA
NEWSLETTER

Thanks for submitting!

Nel rispetto dell'obbligo di informativa per enti senza scopo di lucro e imprese, relativo ai contributi pubblici di valore complessivo pari o superiore a 10.000,00, l'Associazione la Porta di Vetro APS dichiara di avere ricevuto nell’anno 2024 dal Consiglio Regionale del Piemonte un'erogazione-contributo pari a 13mila euro per la realizzazione della Mostra Fotografica "Ivo Saglietti - Lo sguardo nomade", ospitata presso il Museo del Risorgimento.

© 2022 by La Porta di Vetro

Proudly created by Steeme Comunication snc

LOGO STEEME COMUNICATION.PNG
bottom of page