Osservando i nostri tempi
- Domenico Cravero
- 15 ore fa
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Insegnare al bambino a essere figlio
di Domenico Cravero

Ogni genitore sa di essere per il figlio, all’inizio (e poi di seguito per molti anni) un riferimento assoluto: quella fragile vita non ha ancora autonomia, dipende in tutto da loro! La scelta originaria di generare non ha quindi la figura del possesso ma quella della donazione. La vita, infatti, nasce dall’incalcolabile e dall’imprevedibile. Dare il nome al figlio è come riconoscerne la singolare identità, la differenza, l’indipendenza. È considerare la sua vita secondo la sua personale vocazione e non sottomessa a un’inconscia proiezione dei genitori, pur essendo quel nuovo nato creatura dal loro desiderio. Avviene quindi per le nuove mamme innanzitutto un “parto nella mente”, prima ancora di quello fisiologico. Mai il “nome” aveva avuto in passato un valore soggettivo tanto importante. Dare il nome al proprio bambino significa oggi consideralo nella sua unicità, immaginarlo nel suo progetto personale.
Fin dall’inizio genitori e nonni “stravedono” per lei, per lui, li considerano la più rilevante realizzazione dei loro sogni e il fondamentale motivo di vita. È comprensibilmente difficile, quindi, rinunciare a decidere in prima persona il destino della loro creatura. Il compito genitoriale si occupa della coscienza: della qualità originaria per cui il figlio è un “bene” per sé, in senso morale. I sentimenti di gratitudine, impastati di meraviglia e di timore, confluiscono in un’invocazione che ha la forma di una promessa: “Ti accogliamo e ti amiamo perché tu possa diventare te stesso”. Implicitamente i genitori s’impegnano a non appropriarsi del figlio come di un patrimonio, ma a consegnarlo gradualmente a sé, a restituirlo ora che l‘hanno ricevuto unico, oltre ogni previsione.
Si riassume così il senso della cura che i genitori impiegano nell’educazione. Gradualmente insegnano al bambino a essere figlio: persona che raggiunge l’autonomia attraverso il confronto e l’interdipendenza. La psicopedagogia ha assegnato un nome a questa disposizione, divenuta oggi non più un fatto naturale ma l’obiettivo esplicito della genitorialità autorevole: l’efficacia filiale. Essa consiste nella percezione e che il figlio matura della propria capacità di gestire la relazione con i genitori (la virtù dell’obbedienza) e si affianca all’efficacia genitoriale (Albert Bandura) perché il rapporto tra genitori e figli si può fondare oggi solo sulla reciprocità.
L'amore con i suoi connotati di attaccamento
Questo percorso di umanizzazione inizia e si perfeziona in famiglia, quando genitori educano i figli “a essere figli”, insegnando l’obbedienza non come sottomissione ma come “ascolto” (come etimologicamente “obbedire” significa) del percorso personale della libertà e dell’autonomia (“autos-nomos” mi do una regola, so governarmi). L’obbedienza è quindi una virtù da coltivare perché fondata sulla reciprocità. Il figlio accetta l’obbedienza perché sa e vede che anche i genitori obbediscono. Lui si fida di loro poiché anch’essi obbediscono, non ai suoi capricci ma al suo “bene”, alle esigenze della sua vocazione.
Nella società delle libertà individuali questa virtù però non può più essere né presentata né vissuta come nelle precedenti culture perché è fondata sulla reciprocità e non sulla sottomissione. L’atteggiamento della mutua appartenenza, che si genera in famiglia, permette al bambino di creare la base sicura da cui partire per esplorare il mondo. Esso innesca un rapporto ancora di reciprocità: il bambino si riconosce figlio non solo perché è curato e protetto dai suoi genitori, ma anche perché con le sue richieste spinge madre e padre a sentirsi tali. Un buon attaccamento è condizione indispensabile alla crescita, sotto forma di contatto, comunicazione corporea e vicinanza fisica. I lavori di M. Klein, J. Bowlby, D.W. Winnicott hanno illustrato come l'amore abbia, fin dal suo nascere, i connotati dell'attaccamento. Se la comunicazione affettiva, di tenerezza e di sostegno della mamma (e del papà) fosse trascurata nei primi mesi di vita, verrebbe a mancare un apporto decisivo, e la stessa capacità di “ascoltare” (amare e obbedire) del bimbo sarebbe compromessa.
Il nuovo nato ha bisogno di un legame originario, di un dono senza calcolo, che renda la vita buona e affidabile. Lo esprime bene il bambino vivace (cioè amato) con la capacità di meraviglia che è all’origine della sua incontenibile voglia di interrogare e di sapere. Il figlio sente di diventare se stesso perché si percepisce amato come unico, considerato per se stesso. La sua vitalità è il prodotto del riconoscimento, della premura, delle risposte che riceve dal suo ambiente “vitale”. Ancora di più lo rivela il difficile tempo dell’addormentamento, la più importante fatica genitoriale della sera. Concedersi al sonno è un’impresa umana sempre minacciata per tutti (pensiamo all’industria dei farmaci per l'insonnia e l'ansia). Ogni frattura nel mondo vitale dell’affetto e della tenerezza romperebbe gli argini alla complessità soffocante del mondo, e il sonno si dissolverebbe o si popolerebbe d’incubi e fantasmi. La stabilità dei sentimenti costituisce invece la base per le relazioni di fiducia che il giorno seguente papà e mamma instaureranno con le persone che incontreranno e il fondamento per la sicurezza dei figli che dovranno affrontare una nuova giornata, che non è mai facile.













































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