Oltre il "No", a nudo i limiti del governo di Giorgia Meloni
- Marcello Croce
- 2 giorni fa
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di Marcello Croce

All’indomani del voto sul referendum e del suo (non sorprendente) risultato, si dovrebbe non isolare l’evento dal frangente storico in cui si è consumato. Un errore isolarlo, come mostrano di fare oggi gli entusiasti. Sarebbe un grave errore misurarlo con l’occhio semplicemente rivolto ai futuri scontri elettorali, entro un’ottica da consumatori delle notizie giorno per giorno.
Chi scrive queste righe, aveva delle buone ragioni per dare voto favorevole al progetto di riforma della magistratura, e le ha anche esposte in questo sito.[1] In precedenti interventi, invece, come altri avevo discusso e avanzato riserve nei confronti del basso profilo della politica governativa.[2] Da tempo, essa risulta priva di quella carica ideale che ci si aspettava da chi aveva vissuto per mezzo secolo l’emarginazione dei vinti, e perciò avuto la sorte di osservare i fatti contemporanei da una distanza che consentiva di capire, in modo critico, l’orizzonte storico del tempo che si stava attraversando. Nessuno più degli sconfitti, quando sanno restare in piedi, avverte il senso del tempo storico, a differenza di chi lo vive totalmente immerso nel proprio successo.
Dopo la disastrosa gestione dei governi che lo avevano preceduto, il governo Meloni aveva anche la preziosa occasione di avanzare paradigmi nuovi, forte di quel lungo passato, facendo fronte al disordine che si annunciava in Europa.
Governo prigioniero della logica elettoralistica
Invece il governo ora uscito sconfitto nel referendum sulla riforma della giustizia dà l’impressione di essere legato a una logica elettoralistica di conservazione minimale – come chi in un luogo chiuso risparmia il proprio respiro – ignaro o incapace di accogliere il messaggio che da un decennio annuncia l’avvento pericoloso di un nuovo tempo storico.
Un esempio fra altri. Il successo elettorale di Trump in America all’inizio del 2017 avvertiva che dopo la fine dell’Unione Sovietica (1989) anche era finita la logica ferrea di Yalta. Ciò lasciava presagire una svolta nell’Atlantismo, con effetti imprevedibili in Europa.
Oggi il segnale rivolto all’Italia dal tempo storico è quello di un’emergenza nazionale, con tratti mediatici anche fortemente coinvolgenti, già riconoscibili fin dall’ottobre del 2022 (quando questo governo entrò in carica). Le guerre scatenate dagli Usa e quelle ormai croniche di Israele costituiscono per ogni parte dell’Europa uno scandalo ben più vicino della minaccia paventata in relazione alla Russia di Putin.
Questo è il terreno storico, e di emergenza, nel quale è cascato il referendum popolare, e destinato a marcare in modo imprevedibile ancora i prossimi anni. Ma chi è in grado di accoglierlo, nell’intera politica italiana?
Forse lo hanno avvertito i tanti “no” del referendum, a prescindere dal suo contesto effettivo, cioè tecnico. I “no” rivolti alla politica, non alla separazione dei giudici dai pubblici ministeri. E non solo alla politica della destra, ma alla politica istituzionale, dove destra e sinistra si contendono da tre decenni un potere senza onore e senza gloria.
Non si può comprendere il significato di questo “no” prescindendo da questo. Sarebbe l’errore di limitarne la portata, in tutti i sensi. Non c’è dubbio, che le segreterie dei “partiti” continueranno a scambiarsi e a diversamente combinare le stesse carte da gioco, senza accorgersi che i giochi nel mondo nel frattempo sono cambiati. I “no” sono no e basta.
Fratelli d'Italia vuole impersonificare la Dc?
Ma da tempo i partiti non esistono più. I partiti in Italia nacquero su per giù all’inizio dell’altro secolo, con l’avvento delle masse; fu la guerra del 1915 a saldarne la struttura. E non c’è dubbio che si trattava di immettere nelle istituzioni quei milioni di italiani che nel 1861 ne erano rimasti fuori. Il partito, da allora, fu la personalità popolare distinta in ceti sociali e in categorie di interessi di massa. È indubbio che fino agli anni '70 del secolo scorso, cioè prima della rivoluzione del media, a partire dall’avvento della televisione (e mettiamoci dentro anche il 68, come ben vide Pier Paolo Pasolini) i partiti furono i luoghi attraverso i quali si formarono e si espressero i nuovi soggetti collettivi dello Stato unitario.
Nessun partito, oggi, potrebbe ripeterne il ruolo e la posizione che ebbero fino a quel momento. Mi riferisco, oggi, alla tentazione delle destre di governo di occupare il posto della defunta Democrazia cristiana nel quadro istituzionale italiano.
Non so dire se e fino a che punto questo sia un disegno cosciente, o semplicemente l’effetto di un nudo (e impolitico) istinto di conservazione. Ma entro la distinzione formalmente dichiarata fra destra e sinistra, il ruolo politico della prima ha chiaramente finora ricalcato quello moderato, atlantico, liberale delle forze di potere che (in modo infinitamente più complesso, e non è un elemento secondario) ressero l’Italia fra il 1948 e gli anni 80, inclusa la parentesi craxiana.
Nessuno in Italia potrebbe oggi occupare il posto che fu della Dc, per la semplice ragione che nel bene e nel male quel partito è stato il braccio secolare della Chiesa cattolica italiana. Mai il partito della Meloni potrebbe surrogarne il ruolo di garante della libertas ecclesiae: non perché inabile a sostenerlo, ma perché dovrebbe spogliarsi di un’intera eredità unitaria e statalista. Ne è prova che mai la Democrazia cristiana ebbe una dottrina dello Stato e mai pensò lo Stato, non diciamo al di sopra, ma al di fuori della Chiesa.
Eppure sembra che il partito della Meloni muoia dalla voglia di diventarne, se non la copia, il fantasma in una chiave destrorsa di marca liberale, grazie anche al posto occupato dagli ex-democristiani all’interno del suo governo.
Ma questo è addirittura contraddittorio, posto che il successo elettorale del partito della Meloni viene da un mandato chiaramente di natura sociale, pervenuto dalle periferie urbane del nostro Paese. L’ignorare questo potrebbe essere fatale in una politica “di destra” economica. È chiaro che se non è in grado di assumere la difesa dei ceti disagiati, che dai voti gli è stata affidata, quel partito tornerà ai margini della politica italiana. Ma per farlo, abbisogna di una coraggiosa linea di controtendenza rispetto al processo avanzato negli anni Novanta, quando una cospirazione internazionale impose all’Italia l’abbandono dello Stato sociale. Cos’altro significava, se no, la linea di sovranismo uscita vittoriosa nelle elezioni dell’ottobre 2022?
Il rapporto subalterno di Palazzo Chigi con Trump
Non c’è dubbio che nel corso degli avvenimenti internazionali il protagonismo della Meloni ha finito col rovesciarsi a suo danno, trasformandosi infine in una vera e propria reticenza comunicativa. Mi riferisco, chiaramente, alle reiterate dichiarazioni di atlantismo intransigente, così distanti dalla professione di sovranismo marcato fino a ieri (o questo era solo riservato agli immigrati clandestini?).
Il rapporto di Meloni con Trump, investito dai fari delle telecamere, ha pesato e tuttora pesa sulla figura del nostro capo del governo, costretta a far la parte che fu, in ben altre circostanze e pressioni, quella storica di De Gasperi, al cospetto di Truman e poi Eisenhower.
Oggi che la maschera di Trump si è rivelata in tutta la sua brutale inaffidabilità, e la destra americana sta inalberando una politica bellicista a tutto campo, anche contro sicurezza e interessi europei, la politica internazionale governativa è inchiodata in uno stallo che la costringe, anche a livello mediatico, al mutismo, soprattutto nei confronti di una popolazione letteralmente scioccata dalla comunicazione mediatica, che a lungo ha mostrato gli orrori di Gaza, e oggi quelli del Libano e dell’Iran.[3] Ci sono certo molte ragioni per pensare che il voto derivi anche da un risentimento fatto di sdegno e di paura.
Che la politica del nostro governo appaia a molti evasiva e quasi assente davanti ai crimini di guerra israeliani e americani è la prova di una mancanza di empatia comunicativa con la popolazione, e forse di debolezza, imperdonabile nei momenti di pericolo collettivo, quando un governo deve rappresentare i sentimenti collettivi di tutta la nazione. E se questo è un tempo di decisioni, non di temporeggiamenti, mai come oggi è necessario rinnovare i propri schemi, e soprattutto comunicare con la popolazione, rifuggendo dal facile uso degli slogan.
A rischio nichilismo
C’è una novità portata dall’esito di questo referendum, la partecipazione dei giovani. Indubbiamente è il segno che ai giovani piace dire di no, piuttosto che dire di sì. Si può interpretare questo in diverse maniere. Di per sé, il dire no può essere elevato a principio di fronte a un’ingiustizia, a una violenza. Si può dunque pensare che il no del referendum scaturisca da quel no che le piazze hanno levato nei confronti di Gaza, e che nell’intimo di quasi tutti ha suonato nelle case, nelle scuole, nei luoghi di lavoro.[4]
Chi ne traesse motivo di soddisfazione non dovrebbe dimenticare però che dire solo di no non è vantaggioso per nessuno. Bisogna anche saper dire di sì, anche se costa la fatica e la pena di sostenere una buona causa: diversamente è nichilismo, e non fa bene a nessuno.
Sostenere un no per partito preso, o per un pregiudizio, un sospetto, una semplice differenza da quello che costringe a pensare, a riflettere di più, a ragionare, contribuisce solo ad aggravare il clima di separazione reciproca che oggi rappresenta il modus vivendi dei gruppi sociali. È giusto e bene sostenere il rifiuto, quando possiede una risorsa affermativa e alternativa, diversamente può semplicemente rappresentare la conferma della propria estraneità.
Note
[2]https://www.laportadivetro.com/post/veneziani-e-il-coraggio-di-non-abiurare-a-una-destra-sociale; https://www.laportadivetro.com/post/sovranisti-sudditi-e-sovranità-vera-soggezione-attuale-e-il-coraggio-dell-11-ottobre-85













































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