Elezioni: tra destra e sinistra vince il buon senso esercitato dai cittadini
- Giancarlo Rapetti

- 17 ore fa
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di Giancarlo Rapetti

L’ultima tornata di elezioni comunali del 24 e 25 maggio non ha evidenziato grandi novità. Anche la partecipazione al voto non è calata quanto si temeva: aveva votato il 64 per cento degli aventi diritto alle politiche del 25 settembre 2022; percentuale scesa al 59 per cento in occasione del referendum sull’ordinamento giudiziario; risalita al 60 per cento nell’ultima occasione. Tenendo anche conto che il dato ultimo, essendo parziale, non è esattamente confrontabile con gli altri due, che sono totali.
La cosa più politicamente interessante delle elezioni comunali del 24 e 25 maggio 2026, tuttavia, è rappresentata dai commenti dei politici. Che esprimono una geometrica simmetria dell’irrealtà. I fautori del presunto campo largo avevano esultato per il risultato del referendum considerandolo una loro vittoria e una sconfitta del governo. Lettura impropria, che non teneva conto dei numeri reali correttamente interpretati. Oggi gli esponenti del fronte governativo si dichiarano entusiasti dei risultati, considerandoli una rivincita sul referendum. Giorgia Meloni in persona conclude un suo post su X con questa frase testuale: “e anche oggi, il tanto annunciato crollo del centrodestra, lo rimandiamo a domani”. C’è un fondo di verità, se vogliamo: queste elezioni amministrative, parziali, con esiti variegati e alterni, non configurano alcuna tendenza definita ed esplicita. Né potrebbero farlo.
La trappola dei sondaggi permanenti
Gli elettori sembrano aver interpretato meglio dei politici scafatissimi il significato e la funzione delle elezioni: in questo caso la scelta dei sindaci e dei consiglieri comunali ai quali delegare l’amministrazione dei rispettivi comuni. Non è detto che gli elettori, fallaci come tutti gli esseri umani, non abbiano sbagliato nella scelta. Possono aver sbagliato per colpa o per dolo: per errata valutazione, o per aver seguito il favore personale e non il giudizio oggettivo. Come possono aver effettuato la scelta che si rivelerà positiva, verificabile ex-post con i risultati portati dagli eletti. Ma l’elettore su di una cosa non ha sbagliato. Non ha votato seguendo le sirene dei responsabili marketing dei partiti nazionali. Non si è fatto ridurre a campione di un sondaggio permanente. Ha scelto il proprio sindaco e il proprio consigliere. Perché i politici non ammettono questa semplice realtà? Non certo perché non lo sappiano. Sono quasi tutte persone di qualità ed esperienza. Ma la crisi della politica e il restringimento del ceto politico dovuto alla debolezza dei partiti, rende necessario pensare ossessivamente a come farsi eleggere o rieleggere alla prossima occasione.
Quindi, per il politico di professione, ogni elezione è davvero un sondaggio per la successiva, sondaggio a proposito del cui esito nasconde la preoccupazione e manifesta esagerata fiducia: prefigura uno scenario per farlo accadere. D’altra parte, il mito dell’esponente della società civile prestato temporaneamente alla politica è presto naufragato. La politica è un lavoro specifico, con le sue regole, le sue esperienze, la sua continuità. Ma, se diventa un lavoro, chi lo svolge non può prendersi pause: se si salta un turno, si corre il rischio di uscire dal giro. E' una buona cosa questa situazione? Credo di no, ma non si intravvede una soluzione alternativa.
E se si cominciasse a far funzionare la Costituzione?
Tra l’altro, questo spiega anche lo scarso successo dei partiti minori, in particolare quelli della galassia centrista. Un progetto politico richiederebbe la presenza a tutte elezioni con la propria identità, simbolica e programmatica. Insistendo anche dopo eventuali insuccessi, per continuare a presentare il proprio progetto in modo coerente e gradualmente raccogliere consenso intorno ad esso. Accade di rado: si preferisce annegarsi in insiemi indefiniti, a volte dicendolo, a volte negandolo, con l’unico scopo di avere qualche eletto i cui rapporti con il partito di appartenenza formale sono, alla fine, incerti o ambigui, e comunque deboli in termini di coerenza progettuale. Naturalmente esiste anche un’Italia minore, quella dei cinquemila piccoli comuni, dove le liste civiche sono una pregevole realtà di adattamento al locale. Quando si sale però a livello di capoluogo di provincia o regione, lo schema della politica di cui si diceva diventa evidente.
Una strana situazione dalla quale per altro non si sa come uscire. In dottrina, le elezioni sono il mezzo dei consociati per scegliere i migliori tra loro a cui affidare il compito di amministrare la complessità del reale. Nella nostra Costituzione, sta scritto all’articolo 1, secondo comma: “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. La parte seconda della Carta disciplina queste forme, ma l’articolo 49 parla di un perno del sistema, i partiti politici. I nostri legislatori, però, troppo presi dai tentativi, riusciti e non, di cambiare ossessivamente la Costituzione, non trovano il tempo per attuarla.













































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