Dire no a guerra e violenza implica conoscenza di sé e senso di responsabilità
- Emmanuela Banfo
- 18 ore fa
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di Emmanuela Banfo

Un mondo senza guerre sarebbe un mondo in pace? E un mondo senza violenza sarebbe un mondo senza odio? La risposta è no ad entrambe le domande. Ragionare sulla radice del male assoluto, quello che non dà alcun valore alla vita e all’integrità della persona poiché non se ne riconosce la dignità dell’esistere, l’inviolabilità del corpo, significa in questo momento storico, dove appaiono affermarsi logiche di morte, cercare risposte di prospettiva. Che significa non cadere nella banalità di soluzioni tanto contingenti quanto inefficaci come, a fronte dell’aumento della criminalità, costruire più carceri. Oppure, a fronte del disagio giovanile (+150% di omicidi tra minorenni nell’ultimo anno, secondo Criminalpol e i dati diffusi durante l’inaugurazione dell’anno giudiziario) che sfocia spesso in devianze illegali, sarebbe fuorviante reclamare l’abbassamento dell’età di imputabilità. E come è semplicistico enfatizzare è semplicistico minimizzare.
Sul tema della violenza certo c’è uno scostamento tra le statistiche e la percezione dell’opinione pubblica e in questo i mass media danno il loro contributo anche perché sta prendendo piede da un po' di tempo un sedicente giornalismo gestito non in modo professionale, più spettacolo che informazione, più sensazionalistico-emotivo che critico-razionale. L’effetto è, che gli autori/autrici siano o no consapevoli, produrre paura, stimolare istinti difensivi, favorire una visione apocalittica che sempre nei secoli ha avuto conseguenze nefaste. Indurre a pensare che siamo agli sgoccioli della storia fomenta la “resa dei conti”. L’individuo s’attrezza alla sopravvivenza in solitaria, all’accaparramento, non tanto di generi alimentari, ma di posizioni di privilegio, di potere, che possano tutelarci nell’ora X.
Il clima da panico è humus della violenza. Stride, nel nostro Occidente, la convivenza della cultura dei diritti con la cultura edonistico-narcisista, da una parte leggi sempre più tutelanti e protettive e dall’altra prassi di auto-regolamentazione, di un fai-da-te morale che si definisce sui bisogni personali. Il bisogno è legge dell’agire: il mio bisogno deve trovare soddisfazione, se non la trova si sfoga in rabbia e frustrazione. Un detonatore pronto ad esplodere. Lo sfaldarsi o quanto meno l’allentarsi di una morale comune che un tempo faceva da collante sociale, morale comune e senso comune dato dalla condivisione di un insieme di valori dove la religione giocava un ruolo importante, ma anche le ideologie politiche, ha lasciato l’ Io da solo. E infatti è proprio il fai-da-te che impera, nelle religioni come in politica, in un sincretismo dove ciascuno/a mette insieme, in modo variabile e discontinuo, pezzi che di volta in volta lo/la soddisfano.
Al netto delle loro degenerazioni, degli orrori anche di cui si sono rese colpevoli le religioni, come i partiti storici, essi funzionavano non soltanto da collante sociale, ma anche da strumenti di educazione alla relazione. Primario era trovarsi uniti su alcuni fondamentali, di trovare sintesi. Erano scuole dove s’imparava a stare insieme, cosa che i social non sono affatto in grado di fare. Ma la realtà dalla quale partire e dalla quale non si deve prescindere è la nostra umanità comprensiva della violenza che ci abita. Fintanto che gli esseri umani, ciascun essere umano, non guarda in faccia la sua propria violenza, non ci sarà mai autentica pace, ma soltanto tregue, patti di non belligeranza, accordi temporanei. In fondo siamo rimasti fermi a Hobbes, al suo “homo homini lupus” che, pensandoci bene, ricalca il pensiero paolino sulla legge: non se ne può fare a meno altrimenti ci scanneremmo.
Certo, ma non serve al cambiamento e fintanto che il cambiamento non si attua, la storia sarà sempre una coazione a ripetere. Lo dimostra l’inefficacia che abbiamo sotto i nostri occhi del diritto internazionale di fronte ai conflitti. Quando la violenza esplode al massimo grado in guerra tra popoli, tra nazioni, tra clan o gruppi infra-nazionali, quelle norme preposte a impedire esattamente quello per cui quelle guerre sono state scatenate, diventano sterili. Il che non significa che bisogna abolirle, ma che non bastano. L’obiettivo della guerra, l’obiettivo di ogni violenza è distruggere l’altro, annientarlo, piegarlo alla nostra volontà. Che lo si faccia con spargimento di sangue o riducendo alla fame o con qualsiasi altra forma di schiavizzazione, resta tale: la violenza è atto di supremazia, di affermazione totalizzante di un sé, individuale o collettivo che sia, esercitata in forma personale o in gruppo.
Che l’essere umano abbia nel suo DNA la violenza e poi impari i freni inibitori di controllo e canalizzazione o che l’essere umano, al contrario, nasca buono e la violenza la impari proprio dalla società, il dibattito è aperto ed è destinato a restare tale. Le nostre società, tutte e di tutti i tempi, sono violente. Lo si evince dalle dinamiche di potere di cui il dibattito pubblico è solo uno degli aspetti. Lo si evince dalle tante forme di emarginazione, di povertà, di diseguaglianze ingiuste che calpestano la dignità umana. Lo si evince dal confronto politico che confronto non è, mai. Tornando, dunque, alle due domande iniziali, nel dispiegarsi di un ragionamento che in questo contesto sommariamente ha toccato intersezioni filosofiche e storiche meritevoli di ben altri approfondimenti, vediamo che la seconda risponde alla prima.
Un mondo senza guerre, tradizionali o ibride, condotte con attacchi informatici attraverso droni satellitari (è in atto la colonizzazione dello spazio) oppure servendosi dei mercati finanziari o della manipolazione mediatica, non sarebbe un mondo in pace. Perché gli esseri umani continuerebbero a odiarsi. E l’odio è il virus principale della violenza. Anche quando prorompe contro l’odiatore. Distruzione e autodistruzione sono facce della stessa medaglia. Al pensiero laico può servire rileggere (la Bibbia ebraico-cristiana offre da sempre un patrimonio di narrazioni cui hanno attinto le scienze umane) il quarto capitolo della Genesi là dove Caino uccide il fratello. Nella fase immediatamente precedente il fratricidio, quando Dio lo vede arrabbiato, anzi “abbattuto” perché è invidioso di Abele, non gli fa una ramanzina o una predica e neppure che cosa deve o non deve fare. Piuttosto gli fa osservare che il male bussa alla nostra porta (come non pensare alla banalità del male di Hanna Arendt!), il peccato è a un passo da noi: gelosia, invidia, ricerca di rivalsa, complessi di inferiorità e mille altri motivi possono indurci a fare del male. E quando bussa alla nostra porta possiamo uscirne in due modi: assecondarlo o dominarlo. E da come ne usciamo da questo confronto faccia a faccia con il male che è in noi, dipende il nostro futuro.
Se da schiavi, della gelosia, dell’invidia eccetera oppure liberati. Per forgiare le spade in vomeri d’aratro, di Isaiana memoria, ovvero perché gli esseri umani dimentichino persino come si fa la guerra, tutte le guerre, occorre un processo profondo di trasformazione che attinga alle nostre risorse migliori, risorse di vita e non di morte, passando per la strada stretta della consapevolezza e della responsabilità. La consapevolezza che è, questa volta, socratica conoscenza di sé, per cui nessuno si deve sentire innocente e immune da ogni rischio e responsabilità che è farsi carico, saper rispondere alla domanda rivolta a Caino, successiva all’omicidio: ”Dov’è tuo fratello?”. Quanto più forte è il senso della relazionalità, dell’appartenere a una rete di rapporti che ci legano costitutivamente agli altri viventi (e in questo il concetto buddhista di “interessere” quale dimensione di interconnessione ha molto da insegnarci) più saremo capaci di contrastare la violenza. Poiché sempre la violenza è strappo, rottura che isola, divide, disgrega. Il sentimento della compassione universale ricuce, ripara, fascia le ferite. Che porto su di me o che ho inferto o che mi hanno visto complice.













































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