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Insicurezza come dispositivo: lettura politica della paura urbana in Italia

di Nicola Rossiello


Da anni nel dibattito pubblico italiano sulla sicurezza circola un equivoco che resiste con una tenacia inversamente proporzionale alla sua solidità teorica. Consiste nel trattare la percezione di insicurezza come se fosse la fotografia fedele di una realtà oggettiva e nel costruire, su questa premessa, politiche, retoriche e apparati che finiscono per alimentare esattamente ciò che pretendono di combattere. Capire perché questo accada, e soprattutto a vantaggio di chi, dovrebbe essere il primo compito di chiunque voglia ragionare seriamente di ordine pubblico in un paese democratico. Invece non lo è quasi mai.

Partiamo da fatti, che in questo dibattito vengono sistematicamente ignorati. L'Italia è tra i paesi europei con i tassi di criminalità violenta più contenuti. I reati predatori sono calati nell'arco dell'ultimo decennio in misura significativa. Eppure la percezione di insicurezza continua a crescere. O meglio, sarebbe più onesto dire: continua a essere alimentata. Perché questo scarto non è un paradosso sociologico da contemplare con distacco accademico, né si spiega invocando la generica lontananza tra cittadino e istituzioni. Ha cause precise, e quelle cause sono in larga misura politiche e comunicative.

Il sociologo tedesco Ulrich Beck (1944-2015) lo ha mostrato con chiarezza nel suo lavoro sulla società del rischio: nelle società tardo-moderne la percezione del pericolo si sgancia progressivamente dalla sua distribuzione statistica reale. I rischi non crescono proporzionalmente alla paura che generano. Crescono i meccanismi di amplificazione, i media, le piattaforme digitali, la politica che ha trovato nell'insicurezza una risorsa elettorale inesauribile e conveniente. Il risultato è una percezione di minaccia che può essere del tutto sproporzionata rispetto a qualsiasi dato verificabile. Discutere di sicurezza ignorando questa dinamica significa non discuterne affatto.

C'è poi un secondo livello che pochi hanno il coraggio di affrontare apertamente, e che il filosofo Michel Foucault (1926-1984) ha elaborato con una profondità che ancora disturba. La sicurezza non è semplicemente una risposta al disordine. È un dispositivo di governo delle popolazioni. Non precede il pericolo: lo costituisce, lo nomina, lo distribuisce nello spazio sociale secondo logiche che hanno poco a che fare con la tutela dei cittadini e molto con il mantenimento di certi equilibri di potere. Traccia confini tra chi è pericoloso e chi non lo è, stabilisce quali comportamenti meritino controllo e quali no, normalizza pratiche di sorveglianza che modificano in profondità il rapporto tra individuo, comunità e Stato.

Applicare questa lente al dibattito italiano significa fare una domanda scomoda: perché la microcriminalità di strada, reale e fastidiosa ma statisticamente contenuta, occupa uno spazio mediatico e politico enormemente superiore alla criminalità organizzata, alla corruzione sistemica, all'evasione fiscale che sottrae ogni anno decine di miliardi all'erario? E perché quella microcriminalità viene sistematicamente sovrapposta, nel racconto pubblico, alla questione migratoria? La risposta non è tecnica. La scelta di cosa rendere visibile e cosa tenere nell'ombra è una scelta politica, e come tale va chiamata.

Su questo punto vale la pena fare un passo in più, che il dibattito pubblico italiano quasi sempre evita. Una parte consistente del discorso sulla sicurezza nel nostro paese proviene da ambienti formatisi dentro una cultura militarista, o comunque strutturata sulla logica della minaccia e della risposta. Non si parla solo di Vannacci, sia chiaro, il fenomeno è molto più diffuso e molto meno vistoso. Non è un giudizio morale sulle persone, molte delle quali svolgono il proprio lavoro con serietà e competenza. È un'osservazione strutturale: chi è stato addestrato, e la parola è addestrato, non formato, a leggere la realtà attraverso le categorie dell'ordine e del disordine, della minaccia e della neutralizzazione, dell'avversario da controllare, produrrà quasi inevitabilmente analisi orientate verso soluzioni securitarie. Non per malafede. Per conformazione dell'orizzonte cognitivo, che è stata costruita deliberatamente in quella direzione.

Chi legge dovrebbe tenere presente questo quando valuta certe proposte: da quale cultura vengono, su quali categorie si reggono, e soprattutto cosa escludono sistematicamente dal campo visivo. Una prospettiva militarista applicata alle dinamiche sociali urbane di una democrazia contemporanea tende a produrre diagnosi sbagliate e terapie controproducenti, perché scambia un problema di coesione per un problema di ordine, e offre il controllo là dove servirebbe la cura.

Detto questo, e va detto con chiarezza per evitare l'equivoco opposto, nessuno sostiene che furti, violenza urbana e degrado siano invenzioni mediatiche. Esistono, pesano sulla vita quotidiana delle persone, e meritano risposte serie. La domanda è se la risposta prevalente, più apparato repressivo, sanzioni più rapide, certezza della pena come mantra, sia adeguata alla natura del problema o non finisca invece per curare i sintomi lasciando intatte le cause. Le carceri italiane sono tra le più sovraffollate d'Europa. Il tasso di recidiva è alto. Condanne più veloci senza investimento nella riabilitazione non producono sicurezza: producono persone che escono dal sistema penale nelle stesse condizioni in cui ci sono entrate, o peggiori. Il cerchio non si chiude, se si insiste a guardare soltanto da un lato.

Il lato che viene quasi sempre ignorato è quello che la tradizione comunitarista e le ricerche sul capitale sociale hanno descritto con precisione. La sicurezza non è un servizio che lo Stato fabbrica e distribuisce dall'alto. È qualcosa che si produce nei rapporti sociali, nelle reti di fiducia, nel senso di appartenenza a una comunità capace di regolarsi prima ancora che arrivi qualsiasi apparato formale. Nei contesti dove questo tessuto regge, dove l'associazionismo è vivo, le scuole funzionano, gli spazi pubblici sono frequentati, il commercio di prossimità esiste, le relazioni di vicinato non si sono dissolte, il crimine trova meno spazio. Non per effetto delle pattuglie, ma perché c'è presidio umano, coesione informale, capacità collettiva di intercettare le tensioni prima che esplodano. Dove invece quel tessuto si è rotto, nelle periferie lasciate a se stesse, nei quartieri costruiti senza pensare a chi ci avrebbe vissuto, nelle aree svuotate dal lavoro e abbandonate dalla scuola, nessun organico di polizia colma il vuoto. Non è un'assoluzione del comportamento criminale. È il riconoscimento che prevenire funziona meglio che reprimere, e che la prevenzione vera non è uno slogan: è politica della casa, della scuola, del lavoro, dell'urbanistica. Cose concrete, non seminari.

Rimane una distinzione che il dibattito pubblico italiano continua a rifiutare, probabilmente perché è scomoda da tutti i lati. Riconoscere il peso delle condizioni strutturali nella genesi del comportamento criminale non equivale a cancellare la responsabilità individuale. Le due cose stanno insieme, e buttarne via una produce analisi monche e politiche inutili. Chi cresce in condizioni di marginalità educativa, precarietà lavorativa e degrado urbano non è condannato al crimine, ma affronta probabilità strutturalmente diverse da chi nasce altrove. Dirlo non è giustificazionismo: è il punto di partenza di qualsiasi politica di sicurezza che voglia produrre effetti nel lungo periodo, invece di raccogliere consenso nell'immediato e lasciare invariato il problema per i decenni successivi.

La sicurezza sociale, quella che si misura nella qualità della vita quotidiana, nella fiducia nel futuro, nel senso che la propria comunità funzioni, non si ottiene aumentando le divise o accelerando le condanne. Si costruisce con scuole che reggono, con un sistema sanitario accessibile, con spazi pubblici abitabili, con politiche del lavoro che non spingano interi pezzi di popolazione verso l'unica economia disponibile, quella illegale. Presentare tutto questo come secondario rispetto all'apparato repressivo non è una scelta tecnica. È una scelta ideologica, e andrebbe discussa come tale.

Mi corre infine l'obbligo di riaffermare un dato di realtà che chi parla di sicurezza in Italia con toni allarmati tende a dimenticare, o forse preferisce non ricordare. L'Italia ha oggi quattro corpi di polizia a vocazione generalista, non cinque come si continua a ripetere, perché uno di essi, civile (la Forestale), è stato assorbito dall'Arma dei Carabinieri con un provvedimento che definirei sciagurato, adottato dalla ministra Marianna Madia nel governo Renzi. Quattro corpi, con organici tra i più alti d'Europa in rapporto alla popolazione. Il problema non è la quantità. È la direzione che la politica imprime all'azione. E soprattutto è questo: che due di quei quattro corpi, in un paese che si definisce democratico, sono ancora militari. A quarantacinque anni dalla legge di riforma. Questo dato, più di qualsiasi argomento teorico, dice qualcosa di molto preciso su quanto la cultura securitaria in Italia non sia una scelta contingente, ma una struttura che resiste. E che qualcuno, evidentemente, ha tutto l'interesse a non toccare.

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