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Il Piano Casa 2026 tace sull'urgenza di rilanciare l'edilizia popolare

di Pasquale Fedele


Il Piano Casa 2026 prevede uno stanziamento dì circa 970 milioni di euro tra il 2026 e il 2030, destinato al programma straordinario di recupero e manutenzione del patrimonio di edilizia residenziale pubblica e sociale, con particolare riferimento agli alloggi non assegnabili per carenze manutentive. L'impegno di per sé potrebbe anche avere una valenza positiva, se non fosse che il piano lascia in sospeso una questione grave e cioè la totale assenza di un programma per la realizzazione dì nuovi alloggi di E.R.P, dal momento che il D.L. 66/2026 del 8 maggio 2026, concentra le misure soprattutto sul recupero del patrimonio esistente.

Ma non è finita, poiché le risorse disponibili sono limitate, rispetto agli obiettivi indicati dal Governo, non essendovi nuovi investimenti, ma fondi sottratti ad altri progetti. Ciò rende un miraggio le previsioni di 63 mila case popolari da riqualificare, obiettivo oggettivamente difficile da raggiungere, guardando le somme che ci sono a disposizione per il 2026:

* 63 mila alloggi in 10 anni.

* 6 mila alloggi riqualificati all' anno.

* Divisi per il numero di Comuni italiani che sono 7.800 circa.

* Significa che in anno, in media, in ogni Comune si riqualifica 0,76... meno di una casa.

La crisi abitativa italiana vede oltre 1,5 milione di famiglie in disagio grave, oltre 350mila domande inevase per le case popolari.

Molti degli addetti al lavoro erano in attesa di novità da questo nuovo piano Casa 2026, non avendo riscontrato queste novità proviamo a suggerirne alcune:

1) il riconoscimento dell'ERP come servizi di interesse generale (SIG), al fine di superare le difficoltà di accesso diretto ed indiretto ai fondi europei, che nascono dal considerare il settore come ricompreso tra i servizi economici (SIEG);

2) l'edilizia sociale pubblica ha bisogno di sovvenzioni stanziate con continuità in modo tale che possano essere programmate per tempo da Regioni e Comuni con modalità e procedure che devono diventare ordinarie, condizione questa per ridurre i tempi per la loro piena utilizzazione.

Suggerimenti che si calano su un Paese che tra quelli europei ha la più bassa spesa sociale per la casa. Questo implica che le risorse disponibili per il disagio abitativo debbano essere concentrate sull'ERP, non su progetti alternativi fino ad oggi rilevatesi fallimentari o quantomeno non risolutivi del disagio.


Altro problema non risolto: la configurazione giuridica degli ex IACP e la proprietà del patrimonio

Con riferimento alla legislazione vigente, ogni Regione ha una sua legge per gli enti gestori delle case popolari.

Appare casuale ed irrazionale che in taluni casi siano assimilati ad enti non economici ed in altri casi ad enti economici, addirittura alcune Regioni abbiano trasferito ai Comuni o ad associazione di Comuni la piena competenza in materia ERP. Pertanto alcuni ex-IACP sono chiamati a pagare l'IMU e altri no. Per non parlare di chi li vuole direttamente privatizzare, escludendoli quindi da qualunque risorsa eventualmente stanziata. Morale:

1) lo Stato deve approvare una legge quadro di finanziamento e gestione dell' edilizia pubblica attraverso le Regioni, nonché realizzare definitivamente l'esenzione dell'IMU al patrimonio di ERP su tutto il territorio nazionale. Attraverso le Regioni si dovranno pertanto finanziare i vari enti che gestiscono le case popolari, sia per la manutenzione e l'ampliamento degli alloggi ERP sia per aiutare le famiglie in difficoltà;

2) maggiore finanziamento del Fondo di sostegno affitti e del fondo per la morosità incolpevole che vanno unificati, semplificati ed intesi come strumenti coordinati ed articolati secondo le esigenze territoriali.

Alcune di queste riflessioni sono state concordate in un protocollo di intesa tra Federcasa e OO.SS inquilini: Sunia-Sicet-Uniat-Unione Inquilini il 25 novembre 2025.

E ancora. A questo punto, è necessario pianificare norme su scala nazionale per la riqualificazione di edifici dismessi, trovare risorse per manutenzione e costruzione di case popolari con piccole percentuali prese da grandi investimenti, dai fondi bancari e assicurazioni ai gestori comunicazioni ed energia; inoltre, non sarebbe salutare per la collettività la revisione della legge sugli affitti nel libero mercato, per agevolare sia i proprietari privati che gli inquilini; infine, stabilire a livello statale, che i piani regolatori delle grandi città prevedano modelli di pianificazione urbanistica per le case popolari, nel rispetto dei Piani di Edilizia Economica e Popolare, istituiti con la Legge 1678/1962.

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