La Festa della Repubblica, alla ricerca di una sintesi sul significato del 2 giugno
- Alberto Scafella
- 20 ore fa
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di Alberto Scafella

Domani l’Italia festeggia l'80esimo della nascita della Repubblica. E come ogni anno si ripresenta quel rito nazionale che riesce nell’impresa rara di essere insieme solenne e contestato, identitario e discusso, sacro e già politicamente commentato prima ancora che finisca. È il giorno in cui il Paese si guarda allo specchio e, con la tipica inclinazione italiana a non accontentarsi mai dell’immagine riflessa, discute non solo di ciò che vede, ma di ciò che dovrebbe vedere. Anche la parata militare diventa così un campo di interpretazione permanente: c’è chi vi legge la continuità dello Stato, chi una liturgia anacronistica, chi un esercizio di comunicazione pubblica, chi una vetrina da ridimensionare.
Quest'anno, come in un copione ormai consolidato, la questione non è più soltanto la parata. È la funzione simbolica della Difesa in una Repubblica che ha cambiato pelle più velocemente della sua narrazione pubblica. Da un lato, infatti, resta intatta, almeno nella forma, l’idea di una Forza Armata chiamata a rappresentare lo Stato nel suo momento unitario più alto. Dall’altro, cresce una sensibilità politica e culturale che tende a dilatare il perimetro della rappresentanza, includendo segmenti della società civile e del volontariato istituzionale che fino a pochi decenni fa sarebbero stati altrove, non certo nel cuore della ritualità militare. Ed è qui che si apre il cortocircuito tutto italiano: non tanto tra “militare” e “civile”, ma tra memoria e trasformazione, tra linguaggio della tradizione e grammatica della contemporaneità.
Il risultato è un paradosso che somiglia molto al Paese che lo produce. Da una parte si chiede alle Forze Armate di essere moderne, integrate, interoperabili, europee. Dall’altra si pretende che restino perfettamente aderenti a un immaginario immobile, cristallizzato, quasi museale. Come se la Difesa dovesse contemporaneamente cambiare tutto e non cambiare nulla. Dentro questo schema si inserisce anche il dibattito – sempre più ricorrente – sul senso stesso della rappresentazione pubblica: chi deve sfilare, chi deve essere incluso, che cosa significa oggi “servire la Repubblica”, e soprattutto quale debba essere la distanza simbolica tra le diverse forme di servizio allo Stato. Il punto, forse, non è stabilire gerarchie morali tra uniformi e volontariato civile, né costruire classifiche di merito istituzionale. Il punto è un altro: capire se la Repubblica del 2026 abbia ancora un linguaggio condiviso per raccontare la propria idea di sicurezza, oppure se ogni segmento istituzionale stia ormai parlando una lingua diversa.
Sul piano strettamente politico, poi, il tema Difesa continua a oscillare tra due estremi: da un lato la retorica dell’importanza strategica, dall’altro una cronica difficoltà nel tradurre questa centralità in scelte coerenti, stabili e soprattutto continuative. È un classico italiano: la Difesa è fondamentale nei documenti, marginale nei bilanci emotivi della politica. E tuttavia, mentre il dibattito nazionale si consuma tra simboli e interpretazioni, il contesto internazionale non ha certo smesso di evolvere. La stagione della sicurezza “low cost” è finita da tempo, sostituita da una fase in cui il tema della forza, militare, tecnologica, industriale, è tornato a occupare il centro della scena globale. Non come ossessione, ma come variabile strutturale.
È anche per questo che la parata del 2 giugno, al di là delle polemiche ricorrenti, continua a generare un surplus di significati. Perché non è solo una cerimonia. È un test di linguaggio politico. Dice molto non tanto su ciò che l’Italia è, ma su ciò che l’Italia vuole credere di essere. E forse il vero nodo non è se la parata sia troppo piena o troppo vuota, troppo militare o troppo civile. Il nodo è un altro: se esista ancora una visione condivisa di cosa significhi, oggi, “difendere la Repubblica” in un mondo che ha smesso da tempo di essere prevedibile. Il resto, le letture contrapposte, le sensibilità diverse, le inevitabili irritazioni, è il rumore di fondo di una democrazia che continua, fortunatamente, a interrogarsi su se stessa. Anche quando lo fa in modo disordinato. Anche quando, talvolta, sembra non trovare una sintesi. Che è poi, nel bene e nel male, la sua forma più autentica.













































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