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L’Italia delle cinque polizie e il grande equivoco della (in)sicurezza percepita


di Alberto Scafella


L’Italia è un curioso laboratorio occidentale: possiede cinque corpi di polizia nazionali, un apparato di sicurezza numericamente superiore a quello di molti partner europei, una stratificazione di competenze che va dalla sicurezza urbana alla criminalità organizzata, eppure continua a convivere con una percezione diffusa di insicurezza. Un paradosso solo apparente. Perché il problema italiano non è soltanto quanti uomini in divisa esistano, ma come lo Stato decide di impiegarli, coordinarli e soprattutto sostenere la loro azione.

Da decenni il Paese coltiva una convinzione burocratica: moltiplicare strutture equivalga automaticamente a moltiplicare sicurezza. Così convivono competenze sovrapposte, catene di comando parallele, specializzazioni eccellenti, ma talvolta disperse in una geografia istituzionale, dove il cittadino fatica perfino a comprendere chi faccia cosa. Eppure gli operatori ci sono. E sono spesso di altissima qualità professionale. La questione, allora, è un’altra. Una parte della sinistra insiste su un argomento noto: organici insufficienti, stipendi troppo bassi, condizioni di lavoro che logorerebbero entusiasmo e motivazione degli operatori della sicurezza.


Responsabilità individuale al di là del contesto

Tema legittimo, certamente. Chi indossa una divisa svolge un mestiere gravoso e merita riconoscimento economico e professionale adeguato. Ma fermarsi qui rischia di essere una semplificazione rassicurante. Accanto a questo, la sinistra pone spesso un secondo tema: la prevenzione del reato. Più presidio sociale, più educazione, più interventi nelle periferie, più inclusione, nella convinzione che il crimine si combatta prima che si manifesti. Anche qui, però, il dibattito rischia di scivolare nell’equivoco. Perché la prevenzione è una funzione reale e necessaria dello Stato: intelligence, controllo del territorio, monitoraggio dei fenomeni criminali, presenza urbana, politiche sociali capaci di ridurre marginalità e degrado. Nessun sistema di sicurezza moderno vive soltanto di arresti.

Il problema nasce quando la prevenzione viene trasformata in una formula astratta o in un alibi culturale, quasi che comprendere le cause del disagio equivalga automaticamente a neutralizzare il comportamento criminale. Ed è qui che molti cittadini smettono di riconoscersi nel discorso pubblico. Perché la prevenzione non può diventare l’illusione pedagogica secondo cui il reato sarebbe sempre un prodotto inevitabile del contesto e mai una responsabilità individuale. La povertà non genera automaticamente criminali, così come il disagio non assolve la violenza.

L’insicurezza italiana non sembra derivare soltanto da un deficit numerico o salariale. Nasce piuttosto dalla distanza crescente tra presenza dello Stato e percezione della sua efficacia. Il cittadino non misura la sicurezza contando organici ministeriali o consultando statistiche europee. La misura tornando a casa la sera, osservando il proprio quartiere, giudicando se lo spazio pubblico sia presidiato o abbandonato. Furti, violenza urbana, baby gang, occupazioni abusive, microcriminalità: fenomeni che non fanno geopolitica ma producono paura concreta. Ed è qui che emerge il grande equivoco nazionale: si chiede alla polizia di risolvere problemi che sono anche giudiziari, politici, sociali e culturali.


La sfiducia dei cittadini

L’agente interviene, identifica, arresta, denuncia. Ma molti operatori raccontano un disagio che non nasce solo dalla busta paga. Nasce dalla percezione di un’azione spesso incompleta, come se la forza dello Stato si interrompesse proprio nel passaggio decisivo della risposta sanzionatoria. Il tema è delicato e non si presta alle caricature. In uno Stato di diritto la polizia non condanna e il giudice non deve inseguire il consenso. La separazione delle funzioni è una garanzia di libertà, non un ostacolo. Ma ignorare il problema della percezione pubblica sarebbe altrettanto miope.

Quando arresti e denunce sembrano non produrre conseguenze rapide o comprensibili, cresce nel cittadino l’idea di un sistema poco deterrente. E può crescere anche negli uomini in divisa la sensazione che il proprio lavoro perda incisività. Non si tratta di attribuire colpe generiche alla magistratura né di mettere in discussione il garantismo, principio essenziale di una democrazia liberale. Ma è legittimo domandarsi se norme, procedure, tempi giudiziari e interpretazioni spesso divergenti finiscano talvolta per indebolire la certezza della pena e l’autorevolezza percepita dello Stato.

Nel frattempo, la criminalità è cambiata. Le polizie europee del Novecento erano costruite per affrontare minacce relativamente stabili e territoriali. Oggi il quadro è più complesso: narcotraffico globale, criminalità organizzata transnazionale, immigrazione clandestina sfruttata da reti criminali, cybercrime, radicalizzazione, violenza giovanile scollegata dai tradizionali codici criminali, degrado urbano. La sicurezza contemporanea richiede intelligence, tecnologia, interoperabilità, rapidità decisionale. Non soltanto pattuglie.

Il dibattito pubblico, invece, spesso si rifugia negli slogan. Da una parte chi pensa che basti assumere più agenti o moltiplicare programmi sociali. Dall’altra chi invoca esclusivamente maggiore durezza repressiva. Due scorciatoie che evitano la domanda centrale. Perché la sicurezza non è né un esercizio muscolare né un seminario sociologico. È presenza credibile dello Stato. E forse il vero problema italiano non è la scarsità di uomini in uniforme, ma l’abbondanza di strutture accompagnata dalla scarsità di una visione unitaria e di una risposta percepita come coerente. Molte divise, molte competenze, molte eccellenze. Ma la domanda che continua ad attraversare il Paese resta una sola: lo Stato è davvero un passo avanti rispetto al disordine, o rischia talvolta di apparire soltanto un osservatore più numeroso del medesimo problema?

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