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Referendum. Le ragioni della separazione delle carriere

di Marcello Croce


Si possono far circolare tanti argomenti, pro o contro la riforma del ministro Nordio. Anche i contrari, comunque, devono riconoscere che il principio della separazione dei poteri non dovrebbe ammettere confusione tra la politica e la giustizia. Come sappiamo, il cuore della riforma è appunto questo: il distanziamento fra l’interventismo accusatorio dei pubblici ministeri e l’imparzialità di chi giudica; fra chi da un lato indaga, decide l’azione penale, sostiene l’accusa in aula, e chi dall’altro valuta le prove, decide l’eventuale colpevolezza, stabilisce la pena (è, come si dice, “terziario” rispetto all’accusatore e all’imputato).

Il progetto di riforma prende questa direzione, e la delegittimazione delle “correnti” ne è forse un effetto, ma non lo scopo. Per questo poco convincenti mi sembrano alcune argomentazioni di Roberta Covelli, autrice di un lungo articolo su Fanpage.it, quando scrive:

Il grande equivoco alimentato dal caso Palamara... è infatti l’idea che la magistratura debba essere un corpo inerme e senza pensiero critico, come se la politica fosse di per sé un’infezione da eradicare. Ma la politica, nella sua accezione più alta, è l'organizzazione di una collettività attorno a visioni del mondo: che un ordine di diecimila magistrati sia attraversato da sensibilità diverse non è un'anomalia da loggia massonica, ma un segno di vitalità democratica. Le correnti, infatti, sono liste palesi, pubbliche e regolamentate, non fronde occulte, che competono solo per le elezioni dell’organo di autogoverno e non per influenzare sentenze. È qui allora che, tornando al caso Palamara, bisogna distinguere tra la patologia e la fisiologia”.[1]

La Covelli presenta un'interpretazione delle correnti che da un lato idealizza, dall’altro minimizza la presenza della politica nell’organismo della magistratura, e fa sembrare l’attuale sistema elettivo dei membri del CSM (per due terzi eletto da “correnti” che gestiscono liste e candidati) analogo a quello dei rappresentanti di classe in una terza media di un istituto scolastico.

Sostiene l’autrice che trattandosi di un semplice meccanismo elettorale, estraneo all’attività giurisdizionale dei giudici, non ha alcuna influenza sull’amministrazione della giustizia. L’organo di autogoverno decide solo nomine, trasferimenti, provvedimenti, e comunque non incide sulla giurisdizione, se non marginalmente: certamente un procuratore capo potrà essere più o meno sensibile a determinate questioni, ma i procedimenti penali si istruiscono comunque sulla base di regole, tutele, garanzie valide a prescindere dalla corrente politica a cui aderiscono i vertici di un ufficio giudiziario.

L’attuale forma di autogoverno sarebbe proprio quello che mantiene distinto il potere giudiziario dagli altri due poteri, a garanzia dell’autonomia della magistratura rispetto agli interessi della politica. Il caso Palamara? Sarebbe solo un’anomalia del sistema. E infine la sua conclusione è questa:

[...] La riforma Meloni-Nordio, con l’uso retorico del caso Palamara, non punta a eliminare la commistione tra giustizia e politica, ma a erodere l'autonomia politica della magistratura, finendo per renderla (ancor più) permeabile a desiderata e pressioni esterne

Sarebbe a dire che il sistema del sorteggio, che la riforma prevede di sostituire a quello elettivo, spoliticizzando la magistratura, paradossalmente ne rafforza la vulnerabilità! Ma in questo modo la Covelli non s’accorge che quello che scrive conferma proprio le ragioni della riforma.

Che cos’è infatti l’autonomia politica della magistratura? Proprio in questo l’imparzialità e l’autonomia del pubblico ministero alias giudice (nell’ambito della sua giurisdizione) diventano meno riconoscibili. Il ruolo politico attivo della magistratura italiana ebbe inizio negli anni Settanta del secolo scorso.

Fu in quegli anni che a una concezione liberale si sostituì quella per così dire storicista, interpretativa e non più formalista, del diritto. In altre parole: una concezione orientata. A questo sembra fare riferimento la Covelli, quando parla di autogoverno e di imparzialità della giustizia nell’attuale magistratura. Vale la pena ripassarne schematicamente la storia.

Non va dimenticato che sia la Corte costituzionale sia il CSM, a causa delle resistenze politiche, vennero avviati solo diversi anni dopo la nascita della nuova Costituzione (rispettivamente nel 1956 e nel 1958).

Ma la vera svolta fu determinata dal ruolo che la magistratura assunse, quando l’esplosione di due sistemi criminali organizzati misero alla prova la tenuta dello Stato repubblicano: il terrorismo e la mafia.

Fu allora che la magistratura scese in campo in modo diretto (ed esemplare), assumendo un’iniziativa che non si può esitare a definire “politica” (anche nell’impotenza degli altri poteri dello Stato). Per capirlo, bisogna pensare alle contiguità e alle ambiguità presenti nei grandi partiti. I nomi di Emilio Alessandrini e di Vittorio Bachelet, di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino sono solo parte della memoria nobile di quel cruciale interventismo della magistratura.

Così, tra le non poche riforme del CSM avvenute nella sua storia, quella del 1975 ne segnò anche la definitiva politicizzazione, istituzionalizzando le “correnti” come rappresentative di una visione decisamente “politica” del diritto, che non poteva non riflettere il tumultuoso confrontarsi dei partiti.

Cambiamento che perciò fu anche decisivo nel successivo protagonismo acquisito dai giudici, in quella fase della storia italiana che porta il nome di “Mani pulite”: quando una parte del mondo politico italiano venne messo alla gogna sotto processi infamanti, con la complicità mediatica della stampa e con spettacoli televisivi gettati alle masse affamate di giustizialismo. Milioni di italiani ebbero di fatto il ruolo di spettatori quotidiani di una giustizia ridotta a spettacolare place de Grève nazionale.

Era nuovamente venuta l’ora dei giudici. La campagna giustizialista che storicamente prese il nome di “Mani pulite” terremotò gli anni dell’ultimo decennio del XX secolo (1991–96). Un pool di giudici (non a caso il termine inglese divenne popolare, e così chi lo costituiva: Di Pietro, Davigo e Colombo) entrò in guerra contro “un intero sistema” di politica e d’affari.

Il crimine di cui era accusata un’intera classe dirigente, costituita soprattutto da socialisti e democristiani, si riassumeva in una parola che acquistò fama: tangenti. A centinaia di avvisi di garanzia, di arresti, di confessioni e di processi pubblici seguì il crollo di quei partiti. Il clou dei processi fu quello a Bettino Craxi. A seguire, qualche anno dopo,  quello di Andreotti.

La domanda che lo storico oggi si pone riguarda il disegno, di quella potente azione giudiziaria, che dette in mano a pochi uomini pugnaci della magistratura il destino dell’Italia di allora. Mai, come allora, il terreno giudiziario “invase” e sostituì quello della politica.

C’era stato il 1989, la data storica della fine del bipolarismo di Jalta. Il terremoto mondiale attraversò l’Italia come perdita del suo prestigioso, e contestato, ruolo di perla strategica del Mediterraneo in uno dei limiti più sensibili della “cortina di ferro”; e, come ricordavo in un precedente articolo, qualche anno prima (1985) era avvenuto “l’affare Sigonella”. Tra gennaio e febbraio del 1991 ci fu la guerra del Golfo e l’invasione dell’Iraq (che smentì la nostra politica mediterranea, filo-araba, di allora, invisa agli americani).mLa musica dunque era cambiata, nei rapporti tra Italia e America.

Erano presenti dei fattori, certo non solo nazionali, che spinsero un gruppo di giudici ad agire nel segno della liquidazione di un intero sistema politico-economico (nel giugno del 1992 – nel pieno della campagna giudiziaria – ci fu anche il famoso summit sul panfilo della regina d’Inghilterra che liquidò il nostro patrimonio economico di Stato, cioè nominalmente degli italiani).

Così vasto fu il campo di interferenza nella politica e nella comunicazione mediatica occupato da una parte della magistratura di quegli anni: e questo smentisce l’affermazione che l’attuale sistema giudiziario – come tale – resti estraneo alla politica .

Una riforma in tal senso mi sembra utile. E non mi stupisce che, nella sua posizione contraria, la Covelli finisca però con l’abbracciare le stesse motivazioni che muovono la necessità della riforma, con la distinzione delle carriere di pubblici ministeri e giudici, e il conseguente sdoppiamento del CSM.

Il traffico di influenze, la ricerca di vantaggi personali e le cene carbonare per spartirsi le nomine sono la patologia: un problema che il "Sistema" ha dimostrato di saper identificare ed espellere, radiando Palamara e sospendendo per periodi più o meno lunghi gli altri soggetti coinvolti.

Mi pare allora che il gatto si morda la coda, ovvero: meglio è curare le cause della patologia.


Note

[2]

 

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