TACCUINO MEDIORIENTALE. Tra l'ottimismo di Trump e le "resistenze" iraniane, missili e droni ancora in volo
- La Porta di Vetro
- 20 ore fa
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Distrutti siti iraniani e base americana

Prossimo ad un "ottimo accordo" con l'Iran, afferma il presidente americano Donald Trump. Ma da dove derivi questa sua intima convinzione rimane un mistero, chiuso a doppia mandata nella sua mente, quella che vive una realtà parallela: c'è il mondo e il mondo di Trump, quello di un giocatore, amante del bluff e delle forti puntate, soprattutto di quelle che godono della protezione della forza militare. Sarà per questo che da giorni Trump si compiace di prendere tempo con l'Iran, come fa il gatto con il topo, e fa circolare che le condizioni poste agli ayatollah con il famoso memorandum sono più dure di quelle iniziali. E sarà per questo che Teheran reagisce punta nell'orgoglio e nega che vi possa essere una mediazione al ribasso, che i diritti della nazione iraniana possano essere calpestati dall'imperialismo americano.
"O andremo avanti con forza o saremo martirizzati; in entrambi i casi, lo vediamo come una vittoria": sono le parole pronunciate ieri, domenica 31 maggio, durante una riunione governativa, e riportata dall'agenza nazionale di stampa IRNA, del presidente iraniano Masoud Pezeshkian. Posizione confermata dal presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf, che spezza qualunque ipotesi suggestiva di prossima intesa, ricordando che l'accordo ci sarà soltanto dopo aver ottenuto guadagni tangibili per la nazione iraniana. Lo stesso ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, che non ha negato con prudenza lo scambio di messaggi con gli Stati Uniti, non si è sbilanciato su un accordo che ad oggi non ha nulla di certo.
Fuori dal palazzo, però, il potere clericale che impone le sue leggi all'Iran da 47 anni con il terrore e la repressione, e con il sistematico uso della pena capitale, deve confrontarsi con la spirale inflattiva dei generi alimentari superiore al 70 per cento, un'inflazione calcolata nell'ordine del 40 per cento, e una svalutazione iperbolica della moneta nazionale nel cambio con il dollaro, fenomeni economici che quotidianamente rischiano di rendere grotteschi i ripetuti richiami all'unità del Paese sotto l'egida di un credo sbiancato da smagliature profonde nella società iraniana.
Trump conta su questo, almeno per riaprire lo Stretto di Hormuz e presentarsi al mondo come risolutore di crisi internazionali che lui stesso apre. Sul resto, uranio e congelamento dei fondi, sarà il tempo a dare le "giuste" risposte. Ma l'andamento del negoziato non gli ha finora offerto garanzie sicure. E questo spiega per contrasto anche l'irritazione del presidente americano alle critiche che si sommano sulla condotta della guerra, e in ultimo il fastidio alle "fake news" - così definite dal presidente Usa - della CNN, che ha messo in dubbio, analizzando le immagini satellitari cui ha avuto accesso, le affermazioni della Casa Bianca sulla riduzione dell'arsenale missilistico iraniano, dopo la guerra dei dodici giorni di giugno e gli ultimi attacchi alle infrastrutture.
Attacchi che si sono registrati da una parte e dall'altra anche negli ultimi giorni: scambi missilistici che avrebbero avuto come risultato le distruzioni di siti radar e di droni iraniani nella città di Goruk e sull'isola di Qeshm e di una base militare americana sull'isola di Sirk, nella provincia di Hormozgan, colpita dalle forze aerospaziali del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC). Inoltre, il Kuwait ha segnalato movimenti "ostili" di droni e lancio di missili.













































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