PIANETA SICUREZZA. Derby della Mole, quando la prevenzione è ancora un "lusso" che non ci permettiamo
- Nicola Rossiello
- 21 ore fa
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di Nicola Rossiello

Il 24 maggio 2026 doveva essere l'ultimo atto di una stagione di Serie A che aveva già detto tutto. Il derby della Mole: Torino contro Juventus, stadio Grande Torino, squadre negli spogliatoi, famiglie sugli spalti. Invece è diventato qualcos'altro: un tifoso juventino di 36 anni in sala operatoria con un trauma cranico grave, sei agenti feriti, otto arresti, undici Daspo, lacrimogeni sparati per due volte nello stesso pomeriggio, e una partita cominciata con un'ora di ritardo dopo una trattativa sul bordo campo tra il capitano bianconero Locatelli e una curva che non voleva saperne di far giocare.
La notte prima gli ultras si erano cercati per ore, in diverse zone della città: dal cuore della movida alla periferia, vecchi conti da regolare. Primi fra tutti gli scontri ai piedi della collina nel novembre del 2024. La tensione, come viene descritta, si percepiva da giorni. Questo non è un dettaglio di colore. È la premessa di tutto quello che andava fatto e non è stato fatto.
Il problema non è la ferocia. È la prevedibilità che non viene intercettata
Chi lavora nell'ordine pubblico sa distinguere — lo sa bene — tra la criminalità organizzata, con le sue logiche opache e i suoi codici invisibili, e il fenomeno ultras. Non perché quest'ultimo sia meno pericoloso sul momento, ma perché agisce in modo radicalmente diverso: è rumoroso, si annuncia, lascia tracce pubbliche, si organizza su canali che non hanno nulla di segreto. La criminalità comune si nasconde. Gli ultras che cercano lo scontro, invece, se lo cercano apertamente — e spesso lo dichiarano.
La notte prima del derby i gruppi si erano cercati senza trovare il contatto. Era il segnale che il contatto si sarebbe cercato, come è avvenuto, il giorno successivo. In questo senso gli scontri del 24 maggio non sono stati una sorpresa per nessuno. Nemmeno per chi doveva evitarli.
Dal punto di vista del sindacato di cui sono segretario regionale, SILP CGIL, la precisione è d'obbligo per non generare equivoci sul proprio ruolo tra chi legge, cioè di chi difende la salute e la sicurezza degli operatori di polizia davanti agli stadi, questo è il nodo centrale: non si può chiedere ai lavoratori in divisa di gestire un'emergenza che si poteva prevenire, e poi applaudirli per il coraggio mostrato nell'emergenza stessa. È una logica che scarica sulla prima linea il peso di scelte che si fanno — o non si fanno — molto prima.
Cosa significa prevenzione, in concreto
In sede sindacale è stato più volte chiesto un tavolo tematico al Dipartimento di pubblica sicurezza, e sono stati sollecitati investimenti in formazione e prevenzione con programmi seri e concreti che coinvolgano le forze dell'ordine, le istituzioni sportive e le comunità locali, per affrontare il fenomeno degli ultras violenti. Cosa significa, sul piano pratico? Significa almeno tre cose distinte che spesso vengono confuse.
La prima è l'intelligence preventiva. Non si tratta di schedare i tifosi nel senso più gretto del termine, ma di avere un sistema di monitoraggio delle tensioni che precede l'evento. Se la notte prima del derby i gruppi si cercano per la città, le forze di polizia devono sapere dove, e devono poter intervenire prima che l'indomani i cortei convergano sullo stadio. Questo richiede risorse umane dedicate, aggiornamento continuo sui movimenti dei gruppi, e — soprattutto — il tempo per elaborare le informazioni. I lavoratori che fanno questo lavoro non possono farlo se sono contemporaneamente impiegati in altri servizi.
La seconda è la gestione degli accessi e dei flussi. Il derby del 24 maggio 2026 era già carico di tensione anche per ragioni accessorie: nei giorni precedenti lo stesso Torino FC aveva chiesto ai tifosi di alcune tribune di non entrare allo stadio con colori bianconeri, generando polemiche che avevano ulteriormente riscaldato il clima. Decisioni di questo tipo — legittime o discutibili che siano — hanno un impatto diretto sulla gestione dell'ordine pubblico e non possono essere prese in modo unilaterale dalle società sportive senza un raccordo con la Questura. Come ha sottolineato il segretario generale del SILP CGIL, Pietro Colapietro, è inammissibile che la programmazione della sicurezza debba subire l'ingerenza della Lega Calcio, che sembra anteporre la spettacolarizzazione del calendario e gli interessi economici delle società alla sicurezza dei cittadini e degli operatori. La tutela della sicurezza è una funzione esclusiva e sovrana dello Stato.
La terza — e forse la più trascurata — è la responsabilizzazione economica delle società. Ferme restando le responsabilità penali, che sono sempre personali, bisogna perseguire in solido almeno dal punto di vista economico le società di calcio quando i propri tifosi si rendono protagonisti di violenze e attacchi alle forze di polizia, ovunque essi avvengano. Una strada già adottata con successo all'estero. Finché un club può scaricare interamente sull'erario il costo dei disordini generati dai propri tifosi, il calcolo di convenienza rimane sbilanciato.
I lavoratori in divisa non sono risorse illimitate
Il 24 maggio sono rimasti feriti almeno quattro poliziotti negli scontri — sei secondo fonti successive. Ogni volta che succede, si parla di eroi in divisa, di professionalità ammirevole, di coraggio. Tutto vero. E ogni volta la conversazione pubblica si ferma lì, senza chiedersi quante ore avevano già fatto quei colleghi durante la settimana, se avevano i DPI adeguati per il tipo di proiettili che stavano ricevendo — bottiglie di vetro, pietre, bombe carta, torce da segnalazione — e se quella sera erano in numero sufficiente per il servizio che si sapeva sarebbe stato ad alto rischio.
Come è stato detto dal mio sindacato all'indomani degli scontri del derby di Genova di Coppa Italia nel 2024: «È una situazione alla quale purtroppo non si è nuovi e proprio per questo motivo è ancor più grave che non si mettano in pratica le uniche soluzioni utili alla sua risoluzione, ossia il potenziamento delle attività di prevenzione e investimenti dedicati al personale e al servizio».
Parole che valgono pienamente anche per Torino. Perché il punto non è che i lavoratori della polizia non sappiano fare il loro mestiere. Il punto è che fare il proprio mestiere in condizioni cronicamente insufficienti non è accettabile, e non può diventare la normalità attorno a cui si organizza tutto il sistema.
Si può dire con chiarezza che i lacrimogeni sono uno strumento di gestione dell'emergenza, non di prevenzione. E che ogni volta che si arriva all'uso dei lacrimogeni, significa che la prevenzione ha già fallito a monte, per quelle carenze strutturali tipiche delle forze di polizia che denuncio da sempre.
Il fenomeno ultras non è criminalità organizzata: ma non va sottovalutato
Va detto con chiarezza, perché la confusione su questo punto produce politiche sbagliate: il mondo ultras, nella sua articolazione maggioritaria, è un fenomeno sociale complesso per appartenenza territoriale, identità collettiva, rituali di aggregazione. Non è, di per sé, criminalità. La stragrande maggioranza di chi frequenta le curve va allo stadio per tifare e basta.
Tuttavia esiste una frangia — minoritaria, ma attiva — che usa lo scontro fisico come linguaggio esclusivo. E questa frangia ha caratteristiche precise: è localmente nota, ha precedenti, è riconoscibile. Le inchieste giudiziarie hanno dimostrato in alcuni casi la stretta connessione tra gruppi ultras e criminalità. Ci sono interessi di frange estreme che paiono intoccabili.
Questo non autorizza a trattare l'intero mondo del tifo organizzato come un'entità criminale, sarebbe sbagliato e controproducente, ma autorizza — anzi, obbliga — le istituzioni a non fingere ogni volta di essere sorprese. L'azione preventiva su quella frangia è possibile proprio perché il fenomeno, a differenza della criminalità organizzata, non si nasconde. È visibile, preannunciato, localizzato, come si è detto sopra.
Cosa serve adesso
Dopo l'ennesima giornata di scontri, ci si trova di fronte a un bivio già visto troppe volte: o si prende atto che servono risorse, strutture, protocolli e responsabilità condivise — oppure si aspetta il prossimo derby. Dal punto di vista di chi difende la salute e la sicurezza dei lavoratori della polizia, le priorità sono chiare.
Servono investimenti reali nel personale dedicato all'ordine pubblico negli stadi, non solo in termini numerici ma di specializzazione e aggiornamento. Servono protocolli condivisi tra Questure, società sportive e Lega, con la chiarezza che le decisioni operative spettano allo Stato, non al mercato del calcio. Serve un sistema di intelligence sul tifo violento che sia continuativo, non reattivo. E serve che le società rispondano anche economicamente di quello che succede quando i loro tifosi trasformano uno stadio in un campo di battaglia.
Un tifoso di 36 anni è in terapia intensiva all'ospedale Molinette con un trauma cranico. Sei agenti sono andati a casa con le contusioni. Otto persone sono state arrestate. Nessuno di loro doveva trovarsi in quella situazione. Nessuna di queste conseguenze era imprevedibile.
La prevenzione non è uno slogan da ufficio stampa sindacale. È l'unica alternativa seria all'ennesima gestione dell'emergenza che si annunciava.













































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