OSSERVANDO I NOSTRI TEMPI
- Domenico Cravero
- 2 giorni fa
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Imparare a vivere in famiglia dovrebbe voler dire imparare a vivere nella società, ciò che oggi viene meno
di Domenico Cravero

Il compito educativo che i genitori si assumono deve prendere in considerazione la crisi epocale in tutta la sua portata. È una crisi che mette a dura prova l'identità, la qualità della vita e la tenuta emotiva delle persone. La famiglia ne è direttamente coinvolta e molti comportamenti dei figli ne sono il sensore più acuto. La società dell'individualismo applica, nei confronti della famiglia, una radicale riduzione della complessità, riportandola al solo codice affettivo: la funzione della famiglia consisterebbe unicamente nel prospettare intense esperienze affettive nelle singole case. Imparare a vivere in famiglia, invece, dovrebbe voler dire imparare a vivere nella società. Proprio questo sembra oggi venuto meno.
Oggi assistiamo a tutti i livelli alla crisi e all'impotenza dei modelli educativi che facevano esclusivo riferimento alla libertà individuale, nell'illusione onnipotente di poter padroneggiare individualisticamente l'aggressività e orientare gli impulsi dei minori, i quali non possono ancora contare su una piena capacità di autonomia personale. Se si abbandona l’educazione, la sicurezza delle società viene minacciata alle radici. Solo se i genitori esercitano le loro mansioni, i figli potranno fare i figli: mettersi alla prova, trasgredire e crescere. Diversamente si finirebbe per negare le età ed eludere il problema dell’autonomia personale.
C’è stato un periodo in cui l'educazione borghese e illuminista mirava a un vero e proprio "addomesticamento" della natura “selvaggia” del bambino, del suo appetito per la distruzione. Si chiamò quell’approccio educativo “pedagogia nera” (Katharina Rutschky 1977) per descrivere l'insieme di pratiche educative violente, autoritarie e repressive utilizzate storicamente per sottomettere l'infanzia. Questo orientamento si concretizzava attraverso pratiche di sottomissione (per rendere il bambino obbediente e conforme alle norme sociali), di controllo emotivo (per reprimere le emozioni e la spontaneità), di ricorso alla paura (attraverso minacce e punizioni, a volte anche umiliazioni e sensi di colpa).
In risposta a queste pratiche educative che si radicavano nel patriarcato, nella disciplina rigida e nella violenza fisica e psicologica, sono sorti altri orientamenti, centrati sul rispetto dell'infanzia e sullo sviluppo spontaneo del bambino. Per favorire l'autonomia personale questa nuova sensibilità pedagogica punta alla creazione di un ambiente affettivamente sicuro, in cui il bambino possa esplorare e imparare dai propri errori. Il bambino ha lo stesso valore sociale dell'adulto e i suoi sentimenti vanno sempre convalidati. I castighi fisici sono ingiustificabili, l’isolamento è dannoso, i ricatti emotivi e le umiliazioni sono distruttive.
Regole, limiti, comportamenti e divieti possono avere il loro senso ma vanno sempre spiegati con calma e motivati dall'empatia. Capricci e crisi di rabbia sono considerati più come manifestazioni di immaturità dell'età evolutiva o come indirette richieste d'aiuto piuttosto che come sfide all'autorità. Questa svolta decisiva della storia della pedagogia ha avuto importanti pedagogisti come Maria Montessori, che abolì premi e castighi e valorizzò sia l'auto-educazione sia l'indipendenza del bambino. La Montessori propose coerentemente l'uso di materiali sensoriali specifici, oggi tradotti in numerosi giochi utilizzabili nell'infanzia e facilmente reperibili. Loris Malaguzzi, con i "cento linguaggi" dei bambini, aiutava i piccoli a co-costruire la propria conoscenza attraverso l'arte e l'esplorazione.
La pedagogia nera infantilizza, la pedagogia dolce invece non invade, ama, protegge senza iperstimolare o iperproteggere.
La domanda drammatica è se questa nuova pedagogia sia oggi sufficiente, in un’epoca senza progetto pedagogico, che assiste alla desertificazione delle relazioni prodotta dal neoliberismo e alla conseguente diffusione della fragilità relazionale e affettiva.
Per contrastare le pulsioni autodistruttive ci vuole una pedagogia del limite all’arroganza, anche quella creata e giustificata dalla tendenza ideologica con cui si considerano la tecnologia e l’IA. Sembrano compiersi le previsioni di Max Stirner (1844) dell’Unico e la sua proprietà, che portava l'individualismo e il nichilismo alle loro estreme conseguenze. La tentazione dell’arroganza oggi è forte e generalizzata, contamina tutti i livelli della vita collettiva, perché possiede l’aggressività del capitale. Il potere economico è il dio oggi più ammirato e venerato. I proprietari dell’IA ne hanno fatto un mostro suadente e mite, che incanta e seduce ma non spaventa. Piuttosto stimola l’invidia e l’imitazione.
Il limite invece struttura, non chiude, orienta. Senza limiti all’arroganza, il desiderio perde forma e diventa godimento distruttivo.
Non siamo forse ancora pronti per questa svolta pedagogica. Solo ne avvertiamo l’esigenza quando l’arroganza, almeno a tratti, ci appare insopportabile ma ci sentiamo impotenti.
Non si può affrontare con strumenti impari questa deriva. La speranza viene dalla risorse spirituali non ancora colonizzate dal denaro. A condizione che questa educazione al limite diventi un movimento popolare simile ma ancora più convinto e organizzato di quello che è nato intorno ai grandi della pedagogia contemporanea: Maria Montessori e Loris Malaguzzi, ma anche Paolo Freire e Lorenzo Milani.













































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