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Ma l’ex Ilva che uccide ha ancora ragione di esistere?

Aggiornamento: 3 feb 2023

di Antonio Balestra*

Di Giorgio rimane solo un gigantesco murales, aveva 15 anni. Di Alessandro le foto che il papà Aurelio mette sui social: quella da piccolo combattente urlante per l’aria pulita e per un futuro che gli verrà sottratto, quella con la torta della Juve per il suo ultimo compleanno in ospedale. Aveva solo 16 anni. Lorenzo di anni ne aveva 5. Nel suo cervello gli sono stati trovati corpi estranei di ferro, acciaio, zinco, silicio ed alluminio. Tre dei tanti, troppi martiri di una città dimenticata.

La città dimenticata è Taranto, l’orgogliosa repubblica dell’antichità che non esitò a prendere le armi contro i romani, come scrive Teodoro Mommsen nella sua monumentale“Storia di Roma”, quando le navi dell’alleato (Roma e Taranto avevano sottoscritto un Trattato di Pace nel 304 A.C.) si misero alla fonda nel suo golfo. Una provocazione che i tarantini nel 282 A.C. giudicarono inaccettabile. All’opposto, oggi come ieri, Roma, attraverso la questione ex Ilva, sembra non voler rispettare i patti, disinteressarsi dell’ambiente, nonostante il comprovato avvelenamento diffuso del territorio. Perché in Italia esiste una città nascosta alle nostre coscienze, la cui lenta e inesorabile morte è barattata per la salvaguardia di alcuni punti del PIL nazionale. Ed è il primo pensiero che mi incalza dopo aver letto l’articolo del segretario nazionale della Uil, Rocco Palombella, cui riconosco una linea di coerenza nella difesa dei posti di lavoro (in https://www.laportadivetro.org/wp-content/uploads/2022/06/model_-palombella.pdf). Ma il filo della mia riflessione mi riporta a un quartiere, in questa città dimenticata, il quartiere Tamburi, dove la gente si è arresa. Piuttosto che pulire i muri delle abitazioni dal ferro che corrode i polmoni ha preferito dipingere di rosa le pareti delle proprie case e delle tombe dei propri cari. Le tombe di quel cimitero dove le fontanelle dell’acqua sono state donate dalla proprietà dell’impianto che semina morte, in una cerimonia surreale alla presenza dell’allora Sindaco e del Vescovo. È una città dimenticata dove nei giorni di vento che porta veleno le scuole rimangono chiuse, accade quando ci sono i “wind day”. La lingua inglese rende tutto più asettico e gentile anche per i bambini che rimangono in giro per i giardini del quartiere a rigirare la terra colma di diossina. A volte anche il veleno può sembrare un gioco. Sembrava fosse iniziata la fine quel giorno in cui la masseria di Vincenzo fu circondata dai blindati e cominciò la mattanza degli agnelli. La diossina può uccidere i bambini, ma non può inquinare le nostre tavole. Sembrava l’inizio della fine con l’avvio del processo “ambiente svenduto”, con le manifestazioni di massa di piazza, con il risveglio della gente della città dimenticata, con il moltiplicarsi di associazioni ambientaliste, di denunce sociali e mediatiche. Poi la politica ha trovato le contromosse vanificando gli interventi della magistratura. Con 14 decreti “salva mostro” sono state aggirate le limitazioni imposte dai magistrati alzando i livelli di veleno ammissibile e allungando i tempi dell’adeguamento alle norme europee. Trasversalmente tutti partiti politici di ogni area hanno contribuito a determinare questa situazione di illegalità. Ci hanno raccontato, mentendo, che nella città dimenticata i bambini morivano di cancro per colpa del tabacco e dell’alcool, che non è più inquinata di altre città e che non c’è un tasso maggiore di mortalità. Ci hanno raccontando, mentendo, che in gioco c’è l’occupazione di migliaia di operai locali nascondendo che dietro l’acciaio prodotto nella città dimenticata c’è la sopravvivenza di tanti colossi del nord. Nessuno ha trovato strano che a chiedere con forza l’aumento di produzione sia stato il Ministro dell’Ambiente (ossimoro involontario) che qualche anno prima chiedeva a gran voce la chiusura dell’area a caldo di Genova. Hanno riso dei morti e ci hanno raccontato che non era il caso di fare tanto rumore per due tumori in più all’anno. Ci hanno raccontato la favola della “decarbonanizzazione” di uno degli impianti più fatiscenti di Europa. Abbiamo assistito tristemente alla resa di una citta, allo sgretolarsi di un fronte ambientalista che aveva portato sul banco degli imputati imprenditori, politici, amministratori, giornalisti e alti prelati. Oggi a pochi giorni dal rinnovo del Sindaco possiamo dire che la politica ha vinto. Il fronte ambientalista si è definitivamente frantumato in mille rivoli, fagocitato dai partiti che negli anni hanno decretato la morte della città dimenticata e a causa del loro individualismo. Non lontano dall’impianto incriminato scorre oggi fra campi contaminati un breve fiume amato da Orazio. Un ex sanatorio per la tubercolosi è inglobato nell’area industriale e ci riporta agli anni ’50 dello scorso secolo quando, si racconta, le mogli degli ufficiali della marina arrivavano dal nord a ritemprare il loro pallore sulle sponde del Mar Piccolo. Rimane ancora qualcuno, sempre più solo, che non vuole arrendersi e che forse un giorno renderà giustizia a Giorgio, ad Alessandro, a Lorenzo e ai tanti, troppi martiri della città dimenticata.

“Se gli dei avversi mi terranno da qui lontano, andrò verso le correnti del Galeso gradite alle morbide greggi, andrò verso la pianura di Taranto su cui un tempo regnò lo spartano Fàlanto. Quell’angolo di terra fra tutti mi sorride: là è il miele più dolce, laggiù le bacche dell’ulivo sono più lievi che altrove” (Quinto Orazio Flacco) *Dirigente scolastico del Liceo Artistico “Renato Cottini” di Torino


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