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Ilva, i timori di Rocco Muliere su Flacks: "Non vedo risorse..."

Il sindaco di Novi Ligure vede a rischio l'unità del Gruppo siderurgico


di Alberto Ballerino

 

La scelta del governo di individuare nel fondo americano Flacks l’interlocutore per la vendita dell’ex Ilva sta suscitando sia aspettative che grandi timori. “Quanto meno – dice Rocchino Muliere, sindaco di Novi Ligure – condivido le perplessità e i timori espressi dalle forze sindacali. Stiamo parlando di un fondo di investimento che in passato ha avuto l’esperienza del recupero di aziende siderurgiche in crisi. Però offre un euro per l’acquisizione e adesso deve presentare proposte credibili per un rilancio della produzione e per la riconversione energetica. Quest’ultima e un piano industriale necessitano di grandi risorse, vedremo entro la fine di gennaio che cosa proporrà ai commissari, al governo, alle forze sindacali e alle altre istituzioni. Abbiamo chiaro tutti quanti che i sindacati e i lavoratori hanno bisogno di capire se stanno facendo sul serio. I tempi ormai sono strettissimi, è già tardi. I commissari del governo si erano impegnati entro il 2026 ad una produzione di 4 milioni di tonnellate, il minimo sufficiente per rimanere ancora in vita come azienda produttrice di acciaio, anzi direi sotto il minimo. Ad oggi gli stabilimenti stanno facendo ben poco, entro la fine di febbraio scadrà la cassa integrazione. Ci vorranno altre risorse per rinnovarla. Adesso deve iniziare davvero il concorso sul futuro, se, come ci auguriamo, ci sarà”.

L’ottica è sempre di difendere l’unità del gruppo. “Pensiamo ancora che così bisogna agire. Il piano di riconversione degli altiforni di Taranto e il rilancio industriale prevedono un gruppo che parta dalla città pugliese e vada a Genova, e verso i siti piemontesi di Novi Ligure, Racconigi e Gattinara. Credo che ci sia ancora una prospettiva però è evidente che o si fa adesso o non ci sarà più tempo. Penso si possa ancora difendere l’unità del gruppo perché mette insieme professionalità e impianti che sono davvero in grado dare ancora una possibilità all’azienda. Noi a Novi Ligure lavoriamo i rotoli di acciaio che arrivano da Taranto e li portiamo alla zincatura: il prodotto che esce dalla nostra città è di alta qualità, richiesto soprattutto per le automobili e dalle principali case di elettrodomestici. Se lo stabilimento di Novi Ligure ricevesse il materiale sufficiente da Taranto, avrebbe quindi grandi potenzialità”.

Sono apparse le notizie che hanno attribuito all'europarlamentare Pd Giorgio Gori una scarsa fiducia nella sopravvivenza dell’Ilva. “Ci sono state delle forzature. Gori ha semplicemente detto che lo Stato c’è già all’interno dell’Ilva con una percentuale anche alta. Bisogna che nella fase transitoria lo Stato ci sia e garantisca la sua presenza. È chiaro che non possiamo pensare soltanto al suo intervento, necessario e indispensabile, ma bisogna (ed è auspicio di tutti) che questo gruppo privato in trattativa con il Governo faccia davvero sul serio. Senza l’intervento del privato dove si può andare? Lo Stato ha già dato molto e tanto ancora deve fare ma ci aspettiamo soprattutto  grandi investimenti di riconversione e che il privato garantisca le risorse necessarie. Abbiamo purtroppo già vissuto l’esperienza negativa dell’Arcelor Mittal che inizialmente presentò piani industriali di riconversione energetica per poi di fatto affossare l’Ilva. Questo non possiamo più permettercelo”.

Il segretario provinciale della Fiom Cgil, Maurizio Cantello, fa anch’esso il punto della situazione a livello locale e nazionale: “A Novi Ligure dopo che abbiamo interrotto il presidio, l’azienda ha mantenuto gli elementi che hanno portato alla mediazione. Quindi è ripartito il reparto di ricottura statica, è stato ridimensionato il numero di dipendenti in cassa integrazione prospettato nell’ultima fase del 2025, stanno chiedendo di fare dei corsi di formazione in presenza al posto della cassa integrazione. È chiaro che non c’è molto da lavorare. Più in generale, non abbiamo più avuto una convocazione dal Ministero o da Palazzo Chigi, conoscendo quanto avviene dai giornali in modo indiretto. A livello nazionale siamo preoccupati perché il soggetto interessato al rilancio dovrebbe essere questo fondo statunitense. I fondi per loro natura non creano prospettiva rispetto al comparto, determinano una condizione utile dal punto di vista dell’affare vero e proprio: ottimizzano e un minuto dopo rivendono. Questa è una perplessità enorme che abbiamo. Chiediamo che lo Stato possa partecipare con il 50% più uno a questo progetto perché diventerebbe garante di tutto quanto riguarda il futuro del gruppo. Quando Flacks dice di avere bisogno di un 40% dello Stato dentro con una partecipata almeno per i primi cinque anni per poi potere pensare di fare una offerta di un miliardo per riprenderselo, intende questo: Stato dammi una mano in questi anni con dei soldi, creando le condizioni perché io possa ottimizzare per poi potere rivendere ad altri. È un modo per intervenire ma  non dà prospettiva. Significa che fra qualche anno ci ritroveremo a discutere su quale fine faremo, questo è il problema. Un altro aspetto riguarda i 149 milioni che dovrebbero passare oggi in Parlamento per traghettare sostanzialmente al 2026. Per noi è uno stanziamento insufficiente perché se si vuole fare manutenzione ordinaria e straordinaria ci vogliono più soldi, la risposta deve essere decisamente più consistente altrimenti vorrebbe dire mettere per l’ennesima volta una toppa. Stiamo andando avanti da anni in questa maniera, di sei mesi in sei mesi. Se uno fa la somma, tutto questo impegno messo insieme una volta sola avrebbe creato effettivamente dal punto di vista industriale una situazione solida”.       

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