Dazi: che stiano diventando un aperto conflitto ideologico?
- Emanuele Davide Ruffino
- 19 ore fa
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di Emanuele Davide Ruffino

A giudicare dallo spazio acquisito sui mass media l’economia la geopolitica sono diventate un’alchimia nel predisporre dazi e contro-dazi, più che approntare ragionamenti sul funzionamento del sistema e definire una visione generale di progresso economico e sociale. Il dibattito è tutto concentrato nel definire vantaggi di parte e convincere la controparte della possibilità di scontare danni superiori perdendo di vista quali sono i veri nemici della democrazia e della libertà.
Paese che vai "gabelle" che trovi...
Per criticare i dazi altrui bisognerebbe non applicarli in prima persona (esclusi ovviamente quelli dettati per scoraggiare lo sfruttamento minorile ancora massicciamente presenti in molte parti del mondo, spesso nel silenzio generale).
Pur non sottovalutando l’importanza dei dazi, questi sono solo uno dei tanti tasselli che regolano il commercio tra le comunità economiche appartenenti ai singoli Stati: l’impatto dei dazi può infatti essere mitigato o amplificato dalla svalutazione/rivalutazione delle monete (dall’inizio della guerra dei dazi, il dollaro si è significativamente apprezzato annullando in gran parte l’effetto dei dazi), dal sistema impositivo, dalle sovvenzione elargite alla aziende locali, dalle tasse aereoportuali, ma prima ancora dalla burocrazia e dalla difficoltà dei collegamenti imposti dalla crisi geopolitiche.
L’affrontare solo uno di questi aspetti non permette di capire la situazione, né di definire una visione ideologica sul futuro della società. Infatti si registra un po’ di confusione sui sostenitori e detrattori della "gabella".
Reagan opposto di Trump

Occorre ricordare come nel 1987, in un video, l'allora presidente degli Usa Ronald Reagan spiegò con chiarezza agli americani l'assoluta inutilità dei dazi e i rischi che questi producevano sull’economia mondiale: visione completamente opposta a quella di Trump. La confusione sta nel fatto che chi criticava Reagan, sono gli stessi che oggi criticano Trump (e viceversa), a dimostrazione che prevale l’agone partitico sulla possibilità di elaborare una visione di politica economica. Sull’argomento, cioè, diventa difficile parteggiare contemporaneamente per Reagan e Trump e, per analogia, criticarli entrambi.
La Reaganomics aveva una visione liberale della società ricercando una sistematica riduzione di tutti gli ostacoli e le componenti che limitavano il libero mercato, mentre Trump adopera i dazi per sfalsare il mercato, ma di certo non è stato il primo. Chi oggi critica questo atteggiamento dimentica quante volte, soprattutto in Italia, sono stati invocati dazi per contrastare le abbondantissime sovvenzioni elargite dal governo cinese alle sue industrie automobilistiche, oppure i ripiani elargiti per decenni all’Alitalia a causa dei suoi deficit di gestione, o per i danni subiti dall’imposizione di assurde regole burocratiche o i costi dell’inefficienza del sistema energetico.
La mancanza di ideologie di riferimento porta a ritenere che ogni balzello sia lecito se attuato a favore dei propri interessi ed illiberale negli altri casi: non proprio l’espressione di un pensiero evoluto.
Le infinite interdipendenze dell’economia
Tranne che in alcune visioni manichee, le tendenze politiche si distinguono tra quelle che ritengono che gli interventi dello Stato (i dazi, come le altre imposizioni stabilite dal legislatore), possono essere utili in alcuni passaggi o fasi economiche o dispute internazionali, mentre altri ritengono che lo Stato debba regolare ogni passaggio dell’economia (il vecchio confronto fra liberalismo democratico e dirigismo socialista).
Discorso un po' datato, perché ogni situazione richiede un’analisi specifica, ma soprattutto perché il potere politico in capo ai singoli Stati si è profondamente indebolito, come dimostrano l’inefficacia delle sanzioni o il non controllo sulle criptovalute o dei commerci illegali (come nel passato qualsiasi sanzione può essere facilmente elusa, come si eludono i dazi imposti frettolosamente per ripicca politica).
I dazi, in questo scenario, sono solo un tassello di un mosaico molto più ampio e complesso dove ogni ideologia deve essere rivista, in quanto nessun algoritmo è di per sé esaustivo per spiegare la realtà.
Reagan spiegò come i dazi e le altre imposizioni dettati da un eccesso di statalismo riducono la competitività delle imprese e fanno aumentare i costi in quanto riducono la concorrenza, ma questi possono risultare indispensabili quando i competitor adottano pratiche illegali (come sovvenzionare le imprese nazionali a scapito delle concorrenti, come ha fatto la Cina, l’America di Biden e, ovviamente, anche noi Italiani in un’infinità di situazioni) o eticamente deprecabili (come sfruttare mano d’opera infantile). Inoltre, proteggere le industrie nazionali, oltre un certo limite, le disincentiva a migliorare la produttività e a cercare d’innovarsi, inducendo una riduzione della produttività nel lungo termine (e ciò spiega lo scarso successo delle aziende ex sovietiche).

Governi in crisi
Dovrebbe essere la sensibilità dei singoli consumatori e dei loro Stati a selezionare i prodotti che presentano rischi etici nella modalità di produzione, mentre, invece, è quasi un diritto, poter sceglier i prodotti da coloro che meglio riescono a realizzarli. Esigenze non sempre facili da conciliare in quanto enormi sono gli interessi e gli attori in gioco; non a caso, il ruolo dei singoli Governi, ma ormai anche quello delle Banche Centrali e degli Organismi Internazionali appare sempre più marginale nel condizionare la realtà economico-sociale. Ed è forse questa la lezione che ci sta dando la guerra dei dazi (oltre richiamarci alla memoria i fiorini richiesti a Benigni nel film Non ci resta che piangere): una crescente pretesa dell’opinione pubblica di richiedere ai Governi di gestire fenomeni complessi (per non dire impossibili), ma nel contempo, richiedere una progressiva riduzione dei poteri. Un discorso inaccettabile per Trump che tratta tutti i problemi come fossero affari personali.
Delegittimatati e sottoposti ad un continuo esame da parte dei sondaggi (e con tornate elettorali sempre più esasperate), i Governi si trovano impossibilitati a operare e, di conseguenza, tendono a rifugiarsi in slogan tanto salvifici quanto irrealizzabili (che però continuano ad affascinare).
Gli americani, con Obama, Trump, Biden ed ora Trump2, sono costantemente angosciati dalla necessità di doversi difendere dall'esterno e dall'impellenza di intervenire - essendo i "più forti" - anche a salvaguardia dei numerosi interessi sparsi per il mondo, ma allo stesso tempo percepiscono che il deficit pubblico è oramai insopportabile e che li espone a rischi di vario genere. Ciò dovrebbe insegnare a non pensare che i problemi si risolvano con l’aumento del deficit o scaricando tutte le colpe su un presunto avversario. In qualunque caso, le alternative ai dazi rischiano di essere medicine ancora più amare se nessuno se ne vuole accollare la responsabilità e la paternità.













































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