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Torino e Askatasuna allo specchio in attesa del 31 gennaio

Aggiornamento: 7 ore fa

di Beppe Borgogno


La città attende, per sabato 31 gennaio, la manifestazione nazionale del mondo “antagonista”  a sostegno del centro sociale Askatasuna. Gli organi di informazione parlano di una probabile massiccia adesione da tutta Italia: è in corso la trattativa con la Questura sull’ipotesi che tre cortei attraversino l’intera zona centrale della città, coinvolgendo non solo i centri sociali, ma anche  cittadini e famiglie, senza però che questo renda meno acuto il timore  di disordini e di scontri con le forze dell’ordine.

È passato più di un mese dal clamore suscitato dallo sgombero deciso, a quanto pare, dal Ministero dell’Interno, cioè dal ministro Matteo Piantedosi. Clamore amplificato dalla scelta di intervenire alla vigilia delle feste natalizie, dalla teatralità dell’intervento, dagli scontri ,ma anche dalle manifestazioni pacifiche che ne sono seguite, dalla decisione di “blindare” (oggi appena un po’ meno) un pezzo di città che ospita scuole, una fitta rete commerciale, una ricca socialità.

Nel frattempo qualcosa è successo, ma probabilmente ancora troppo poco per immaginare che la tensione che tuttora si respira possa davvero calare. E per evitare che l’idea, coraggiosa ed originale ma complessa, di considerare l’immobile di Corso Regina Margherita 47 un bene comune finalmente svuotato dai suoi contenuti e della sua storia più violenti, lasci spazio invece a ciò che nel tempo si era tentato di scongiurare: che quel luogo diventasse unicamente il simbolo dell’antagonismo violento e di un autistico scontro perenne. Un destino, va detto, per inciso, che probabilmente non sarebbe nemmeno così sgradito, oggi, a quei settori della politica nazionale e locale che nel disordine e nella paura sperano di trovare un pretesto per mettere sotto scacco la città e chi la governa.

Cosa è successo, quindi, in questo mese? Almeno per qualche settimana e dopo le prime reazioni, di manifestazioni violente non se ne sono più viste, e speriamo  non solo per caso.

L’indignazione, assolutamente comprensibile, di un pezzo del quartiere si è, intanto, orgogliosamente organizzata. Non è del tutto chiaro però quanto ciò sia il frutto di un moto spontaneo e positivo di impegno civile, e quanto invece il prodotto dell’opera di tessitura di chi occupava l’edificio, alla ricerca ora di un nuovo protagonismo e di alleati sul territorio. E contemporaneamente bisognoso di avversari, a cominciare dal Comune che sarebbe secondo alcuni di loro il vero responsabile dello sgombero.

Nel frattempo l'amministrazione comunale (dopo lo sgombero effettuato dalle forze di Polizia, in realtà, su indicazione degli organi dello Stato) non ha potuto che prendere atto che le condizioni del “patto” non c’erano più (a cominciare dal fatto che tutto l’immobile è ora sotto sequestro), ma intanto ha restituito il cortile del palazzo alle attività educative e ricreative dell’Istituto comprensivo Ricasoli e del vicino asilo nido, per riprendere un’ attività che durava da tempo e rendere di nuovo almeno quella porzione dell’edificio una risorsa per la vita del quartiere.

Infine, il Sindaco Stefano Lo Russo e la Giunta hanno continuato a ribadire che l’immobile, una volta dissequestrato, verrà restituito alla città per un “uso sociale”, senza però definirne finora il carattere, né i tempi, né il percorso amministrativo. E hanno aggiunto che il “dialogo” continuerà, anche se rimane poco chiaro con chi e per quali obiettivi.

Il timore è che tutto questo sia ancora troppo poco per allontanare il rischio del “tutti contro tutti”  (la politica che litiga cercando, in qualche sua parte, di speculare sulle tensioni; la piazza, nelle sue varie sfumature, che si contrappone alle istituzioni) che rimane vivo, eccome. Il pericolo è che la città e la sua amministrazione, che ha comunque un ruolo centrale, finiscano prigioniere di un brutto gioco delle parti fatto di propaganda, di bugie e di mezze verità. Senza che intanto si manifesti un disegno chiaro nelle intenzioni e autorevole nel volerle affermare da parte dell’amministrazione cittadina, con la determinazione di cui gli obiettivi complessi hanno bisogno per essere realizzati. Cioè, ciò che fin qui è in parte mancato.

Se davvero vuole riprendere il percorso interrotto dallo sgombero di dicembre, per non rischiare di essere un fragile capro espiatorio, e per evitare che lo diventi la città,  l’amministrazione deve ora (e avrebbe dovuto farlo meglio anche prima) prendere per intero la responsabilità di ciò che deciderà di fare, senza scuse e senza “garanti” dietro cui nascondersi o contingenze da usare per non chiarire fino in fondo le proprie intenzioni. 

E i possibili contraenti  di un nuovo “patto” potenziale, questa volta i cittadini, le associazioni e il corpo vivo di quel pezzo di città, e anche le forze politiche che oggi governano Torino dovranno decidere, sperando che stavolta tutti ne diano la stessa interpretazione, se e come condividere un progetto nel quale non dovrà davvero esserci più spazio, tanto per cominciare, per nulla che abbia a che fare con la violenza e la prevaricazione. Ma nemmeno per scivolosi collateralismi alimentati da tanta e stereotipata retorica.

Perché tutto possa correre finalmente sui binari giusti, è indispensabile che ognuno si liberi di ambiguità e furbizie. E tra poco più di un anno, come vogliono le regole della democrazia, saranno i cittadini, tutti insieme, a giudicare se le scelte sul futuro di corso Regina Margherita 47, come quelle su tanti altri argomenti e luoghi della città, sono state quelle giuste perché il centrosinistra torinese, nelle forme e negli assetti che deciderà, possa meritare la conferma oppure no.

Intanto c’è però l’appuntamento di sabato prossimo.

I rischi di tensione ci sono, inutile negarlo, e i tifosi del disordine forse stavolta non stanno da una sola parte della barricata. Molto probabilmente c’è in giro chi pensa di poter conquistare più facilmente la città facendola diventare capitale del disordine da un lato e della repressione dall’altro, con buona pace di chi invece vorrebbe discutere delle difficoltà del presente e delle prospettive per il futuro.

A tutti è bene ricordare che Torino non è mai stata una culla dell’estremismo. È stata il teatro di grandi lotte e di straordinarie occasioni di confronto e di conflitto, che hanno però avuto il merito di favorire il cambiamento del costume e dei rapporti sociali sulla base di un progresso culturale e democratico indiscutibile, fondamentale per far progredire la democrazia italiana, senza che mai, come ha dimostrato la triste parentesi degli anni di piombo, venissero messo in discussione o in gioco le garanzie costituzionali. La speranza è che anche gli organizzatori della manifestazione di sabato, nella scelta dello slogan per convocarla, avessero chiaro che “Torino è partigiana”  proprio per questa ragione, e lo è nel nome della democrazia.

Il passato glorioso della città non va scomodata per farne un uso distorto. Ancora meno se, riflettendoci almeno un po’, si rischia in questo modo di finire per fare un favore a chi, sull’onda e tra le svolte della storia di oggi che con quel passato ha ben poco a che fare, dentro la città vorrebbe metterci i suoi piedi. Anzi, i suoi scarponi.

 

 



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