Iran: storia, lotta e resistenza organizzata di un popolo/1
- Tullio Monti
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a cura di Tullio Monti*

È dall’inizio del ‘900 che il popolo iraniano lotta per la sua libertà e per la democrazia, dalla rivoluzione costituzionale del 1906, che portò ad una monarchia costituzionale e ad un parlamento liberamente eletto; quel primo tentativo di libertà venne rovesciato da un colpo di stato organizzato dalla Russia e dal generale dei cosacchi Reza Khan, il quale nel 1925 depose il precedente sovrano costituzionale (Ahmad, ultimo Shah della dinastia Qajar) venendo proclamato Shah di Persia, col nome di Reza Pahlavi, fondando la dinastia dei Pahlavi, instaurando una dittatura e poi cambiando nel 1935 il nome del paese in Iran (che significa nazione degli ariani), a seguito della sua dichiarata vicinanza ideologica al regime nazista in Germania.
L'uscita di scena del primo Pahlavi
Nel 1941, anno dell’attacco nazista all’URSS, lo Shah Reza Pahlavi venne costretto a fuggire dal paese a causa dell’invasione dell’Iran da parte delle truppe sovietiche ed inglesi e da una rivolta popolare che lo obbligò ad abdicare a favore del figlio Mohammad Reza Pahlavi, il quale fu a capo di una monarchia formalmente costituzionale, ma in realtà con continue indebite ed incostituzionali intromissioni nel governo del paese da parte dello Shah.

Nel 1951 il parlamento iraniano elesse quale primo ministro Mohammad Mossadeq (1881-1967), socialista, laico e nazionalista, il quale nazionalizzò la compagnia petrolifera inglese che monopolizzava il petrolio iraniano, svenduto agli inglesi dallo Shah in cambio di laute prebende personali; Mossadeq costrinse lo Shah a fuggire dal paese, ma nel 1953 i servizi segreti americano ed inglese (timorosi che l’Iran potesse entrare nell’orbita sovietica, scelta che non era affatto nelle intenzioni di Mossadeq) organizzarono un colpo di stato (nella foto il Parlamento circondato dall'esercito) che depose Mossadeq e, con l’appoggio del clero sciita, rimise sul trono lo Shah, il quale, diventato acriticamente filoamericano, governò fino al 1979, con un regime dittatoriale sempre più spietato e crudele, con oltre 50.000 vittime della repressione, che portò nuovamente il paese in miseria, a fronte degli sfarzi della corte.

Nel 1963 lo Shah lanciò la cosiddetta Rivoluzione bianca, apparentemente volta ad attuare una profonda riforma agraria, eliminando il latifondo semifeudale e con la promessa di distribuire le terre ai contadini: in realtà, grandi estensioni terriere vennero espropriate al clero sciita (che ne deteneva in proprietà la stragrande maggioranza), il quale, soprattutto per voce dell’ayatollah Khomeini (che venne costretto all’esilio in Francia), protestò con veemenza, togliendo l’appoggio del clero al sovrano; tuttavia tali terre non vennero affatto distribuite ai contadini, bensì vennero spartite a costi ridicoli fra i sostenitori della corte e del sovrano, causando grave malcontento popolare.
La cacciata dello Shah e l'avvento del regime clericale
La rivoluzione popolare del 1979, con il determinante contributo della Resistenza dei Mojaheddin del popolo iraniano, costrinse lo Shah a fuggire definitivamente dal paese, portando con sé 75 milioni di dollari rubati al suo popolo, per recarsi con tutta la famiglia negli Stati Uniti, dove il figlio Reza Ciro Pahlavi ha vissuto dall’età di 17 anni fino ad oggi un’esistenza dorata, tra lussi ed agi, senza mai muovere un dito a favore del popolo iraniano. Quello stesso Reza Ciro Pahlavi che oggi, quando pare che il regime stia finalmente crollando, si presenta sulla scena come il salvatore della patria, senza alcun movimento interno all’Iran che lo sostenga e senza il minimo appoggio del popolo iraniano, pretendendo di essere il garante della transizione democratica. Di questi “uomini della provvidenza”, espressione di una dinastia tirannica, che Reza Ciro Pahlavi non ha mai minimamente rinnegato, il popolo iraniano non sente alcun bisogno. Quando il regime cadrà, Pahlavi torni in Iran, fondi un suo partito monarchico e si presenti alle libere elezioni, come tutti gli altri: sarà il popolo iraniano, finalmente libero e sovrano a decidere autonomamente da chi dovrà essere governato, senza farseschi, inutili ed antistorici referendum istituzionali fra repubblica democratica e monarchia.

La rivoluzione del 1979 che cacciò lo Shah all’inizio non aveva un carattere politico definito: fu il ritorno in Iran dell’ayatollah Ruollah Khomeini (1902-1989), con l’appoggio dei francesi e dei britannici, a imprimere al movimento di rivolta popolare i caratteri di una rivoluzione islamista, la prima della storia, nella quale la Sharia diventava la legge fondamentale dello stato islamico, concentrando di fatto, in maniera diretta o indiretta, tutti i poteri civili (gestione delle elezioni, parlamento, governo, magistratura, esercito, polizia, governi locali, corpi paramilitari, controllo statale sull’economia) nelle mani della Guida suprema religiosa, realizzando in tal modo una perfetta teocrazia, mai esistita prima e che servirà da modello per tutti i successivi tentativi di costruzione di regimi islamisti (da Al Qaeda all’Isis) e per tutti i movimenti terroristi islamici.
La nascita del MEK
Il movimento dei Mojahedin del popolo iraniano (o PMOI o MEK – Mojahedin -e Khalq) è un partito politico fondato nel 1965 da un gruppo di studenti e costituì una forza di resistenza già contro il regime dittatoriale dello Shah, nonché, a partire dai primissimi anni ’80, la più grande ed organizzata opposizione politica e di resistenza contro il regime degli ayatollah in Iran, sotto la guida di Massoud Rajavi. Il movimento, di ispirazione islamica moderata e di sinistra, si proponeva l’instaurazione di una repubblica laica e democratica. A seguito della strage di esponenti dei Mojahedin del popolo attuata del regime nel 1988 (oltre 30.000 esponenti fucilati in quei mesi estivi), i suoi esponenti si diedero alla clandestinità, in parte all’interno del paese, in parte all’estero. Una parte di essi, circa 15.000 militanti e le loro famiglie, si rifugiò in Iraq, a circa 30 km dalla frontiera iraniana, dove ebbe in concessione un pezzo di deserto nel quale, a partire dal 1986, costruì in tempi record una sorta di città-stato (Ashraf, con tanto di ospedale, scuole ed ogni tipo di servizi), dalla quale partivano gli attacchi armati contro gli obiettivi del regime iraniano, una vera e propria spina nel fianco: tuttavia non vi furono mai attacchi terroristici contro i civili, bensì soltanto contro legittimi obiettivi militari o infrastrutture del regime o componenti dell’esercito e delle forze di polizia. Ovviamente il regime clericale definì “terroristi” gli esponenti del MEK, così come tutti i regimi dittatoriali definiscono terroristi i legittimi movimenti di resistenza.
L'avversione Usa per il movimento dei Mojahedin del popolo iraniano
Dopo che gli Usa nel 2003 invasero l’Iraq nella seconda guerra del Golfo, abbattendo il regime di Saddam Hussein, l’esercito americano nel 2009 chiese al Mek in Ashraf di deporre le armi, consegnandole ad esso, ponendosi sotto la protezione giuridica degli USA e dell’ONU. Da allora il MEK non ha più effettuato interventi armati contro il regime iraniano. In seguito, nel 2013, a causa delle durissime persecuzioni contro i residenti disarmati di Ashraf attuate dal governo iracheno (guidato da Al Maliki, sciita e legatissimo al regime iraniano) i circa 5.000 esponenti del MEK ancora residenti in Ashraf, su indicazione del governo americano, si trasferirono in Albania, dove costruirono la cosiddetta Ashraf 3 e dove operano in stretta connessione con il CNRI (Consiglio Nazionale della Resistenza iraniana).
Nel 1988 tuttavia, una parte del Mek rimase in Iran, dandosi ovviamente alla clandestinità, dalla quale continuò sempre ad organizzare boicottaggi, sabotaggi ed azioni politiche dimostrative sotto copertura contro il regime e partecipando a tutte le varie rivolte popolari che si sono succedute negli anni (dal 2009 con la cosiddetta “Onda verde”, al 2022 dopo l’uccisione di Masha Amini con la rivolta delle donne). Negli ultimi 10 anni si sono andate costituendo in Iran, ad opera del Mek, oltre 30.000 Unità della Resistenza, capillarmente radicate in tutto il paese, che danno sostegno e partecipano alle rivolte popolari, in modo particolare quella iniziata alla fine del 2025).
*Presidente dell’Associazione Iran Libero e Democratico
(Continua mercoledì)













































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