Astensionismo e voto a destra, la sinistra ridia voce al lavoro
- Aldo Celestino
- 18 ore fa
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di Aldo Celestino

Il fenomeno dell’astensionismo registrato nelle ultime elezioni regionali ha evidenziato un distacco dell’elettorato verso la politica di estrema gravità, come ha rilevato ieri, 26 gennaio, in un discorso di più ampio respiro più largo Savino Pezzotta, nella sua rubrica "La Stanza del pensiero critico".[1] Eppure l’Italia ha trascorsi che fino a pochi decenni fa la indicavano come un paese dove la comunità garantiva un’alta affluenza alle urne. Allora, che cosa è accaduto e e quali rimedi si dovrebbero adottare fare per invertire la tendenza che costituisce una seria minaccia alla democrazia?
Ora, pur partendo dal presupposto che non esiste un'unica spiegazione, non si può ignorare una domanda che monta quotidianamente: da cosa deriva la rabbia populista esplosa negli ultimi anni contro le classi dirigenti?
Una prima spiegazione vede la rabbia populista contro le élite come reazione all’aumento delle differenze razziali, etniche e di genere. In Italia, operai, impiegati, artigiani che tendenzialmente votavano a sinistra nel Novecento, o si astengono oppure votano i partiti di destra, ritenendoli gli unici in grado di difendere i loro interessi dalla presenza straniera e dal rischio di diventare stranieri in casa propria. Una reazione che si ritrova nel passato in più società occidentali. È la paura di ritornare ultimi.
La seconda spiegazione attribuisce il risentimento delle classi lavoratrici allo smarrimento causato dalla velocità del cambiamento in un’epoca globalizzata e tecnologica. L’idea che il posto di lavoro duri un'intera vita è tramontata e ciò che richiede il sistema capitalista è sostanzialmente innovazione, flessibilità e la delocalizzazione in quei paesi che offrono salari bassi. La reazione è da manuale sociologico: avversione verso gli immigrati, il libero mercato, i governi, i sindacati. Di qui la crescita del populismo, non adeguatamente contrastato con misure di tutela dei lavoratori, dalla riduzione dell'orario alla ripartizione del lavoro. Ma la perdita di status economico e culturale dei lavoratori negli ultimi decenni non è il risultato di forze inesorabili, ma è il risultato dell'incapacità di chi ha governato. E risiede nel modo con cui è stata affrontata la globalizzazione affidata alla concezione fideistica che il mercato fosse in grado di realizzare il bene pubblico. Il che ha devitalizzato il dibattito pubblico da argomentazioni morali, trattando le questioni unicamente sotto il profilo dell’efficienza economica, e quindi di competenza solo degli esperti.
La concezione della globalizzazione in chiave tecnocratica e amica del mercato è stata adottata dai partiti sia di destra, sia di sinistra con effetti comunque deleteri. In chiave elettorale, Il partito democratico in Italia è diventato un partito liberale tecnocratico più vicino alle classi professionali che ai lavoratori e anche alla classe media che costituivano la sua base elettorale. Queste trasformazioni traggono origine dagli anni Ottanta che hanno portato al potere negli States e nel Regno Unito rispettivamente Reagan e Thatcher, sostenitori della formula meno stato e più mercato. Una concezione che ha influenzato e reso subalterni la sinistra e i progressisti in più Paesi dell'Occidente, dal partito democratico in USA al partito laburista in Gran Bretagna, al partito socialista in Francia e al partito socialdemocratico in Germania.
La rabbia populista non è dovuta solo alle disuguaglianze di reddito e di ricchezza, ma anche al fatto che è venuto meno l'ascensore sociale. Oggi chi è nato povero ha minori opportunità di elevarsi economicamente e culturalmente di quanti ne avessero avute i genitori. E lo stesso vale per i giovani laureati e diplomati costretti a emigrare per salari più elevati e migliori condizioni di lavoro. Sono cose già dette, è vero, ma se non si affrontano le disuguaglianze di potere e di ricchezza la forbice tra i ricchi e i poveri è destinata ad allargarsi, mentre si riducono gli spazi democratici.
Esiste in sostanza un grande problema per il centro sinistra di riconoscimento sociale del valore del lavoro che è stato annullato negli ultimi quaranta anni connotati da eccessiva precarietà ed insicurezza, da forti innovazioni tecnologiche, da crescenti disuguaglianze, e da continui attacchi al welfare. Dunque, sarebbe auspicabile una ricerca molto approfondita per comprendere le motivazioni e le aspirazioni degli astensionisti. Nel contempo è fondamentale che il centro sinistra abbia un progetto chiaro abbracciando questioni politiche ampiamente note: fisco, lavoro dignitoso, diritti, welfare, emergenza climatica, immigrazione, pace, rilancio delle istituzioni sovranazionali, Europa. Il problema è come rendere credibili queste proposte. Le strade da percorrere non possono però prescindere da una esplicita autocritica degli errori commessi (Riforma del titolo V della Costituzione alle leggi di deregulation sul mercato di lavoro, dal Job act alla legge elettorale “Rosatellum”, tra i primari), mostrando la chiara volontà di voler voltare pagina. E, come ha sostenuto di recente il filosofo americano Michael J. Sandel, liberarsi di un liberismo che non libera ma opprime.
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