Trump, espressione avanzata del nichilismo occidentale
- Marcello Croce
- 19 ore fa
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di Marcello Croce

La politica è economia e il linguaggio è una macchina: queste sono le verità messe a nudo dalla comunicazione trumpiana, o per dir meglio, dal nascosto suggeritore che ispira il capo della Casa Bianca nei suoi monologhi televisivi allorché risponde alle interviste o fa dichiarazioni solo apparentemente estemporanee, destinate a fare subito il giro del mondo.
Non si comprende questo, se non si prendono le mosse dalla percezione teatrale del mondo determinata dalla rivoluzione del comunicare moderno. Donald Trump non è un’eccezione, è il prodotto avanzato di un fenomeno ben più profondo, che consiste innanzi tutto nella riduzione della lingua umana a puro segno, ovvero a meccanismo (l’uso cioè che ne fanno le macchine, che ovviamente non ne “sanno” i significati). Due persone intente a chiacchierare al caffè esprimono significati coi suoni delle loro voci; il cellulare o la televisione invece quando sono attivi fanno apparire semplicemente dei grafi o emettono esclusivamente dei suoni, come fossero (e lo sono) dei corpi senz’anima. Come del resto anche i libri, o le iscrizioni dei monumenti antichi.
L’interpretazione è solo nella mente umana, che pensa. Chiaramente anche il suono della voce umana, in quanto tale, è comunicazione: ma è comunque sempre dentro un rapporto io – tu che è un rapporto di pensiero. Occorre distinguere, insomma, tra il comunicare e il carattere ontologico del dire (l’essere).
La comunicazione, oggi, è un immenso spazio finto (nel senso di artificio) che in certo senso ripropone l’antica querelle tra Platone (Socrate) e i Sofisti, con la questione dell’uomo-misura: da un lato i sostenitori della realtà come artificio, dall’altra quanti difendono la trascendenza di quell’essere, che pure noi siamo.
Intendiamoci, il problema non consiste nell’uso generale della comunicazione dei nostri cellulari o della trasmissione televisiva. In questo sito, per esempio, in genere si pensa mentre si scrive. Il problema consiste nella riduzione del linguaggio a strumento di sola comunicazione: dove cioè quel che viene detto conta non come verità (o come bugìa), ma è originariamente privo di relazione (anche mentendo) con la verità.
Il suo solo riferimento allora è l’uso esclusivamente bellico delle parole, come armi. Solo la guerra dichiaratamente economica può fare questo. E sotto questo aspetto si può dire che Trump abbia tolto il velo a una menzogna antica, che abbia mostrato che il re è nudo. Ma pure, nella menzogna antica, la morale cristiana e l’ottimismo illuminista che per due secoli cercarono di velare questa verità, erano pur sempre figli entrambi di un mondo ritenuto reale, dove cioè la verità esiste e perciò occorre velarla (con i cosiddetti valori).
Vista così la questione, Trump è indubbiamente l’espressione più avanzata del nichilismo occidentale, e non è certo un caso che il punto d’origine ne sia l’America. Il nichilismo è la negazione dei significati, per i quali è fatto ed esiste l’uomo sulla terra.
Il passaggio che si sta compiendo attraverso Trump è quello del dominio del mondo artificiale sul mondo reale. Naturalmente non mi riferisco qui alla semplice personalità, per così dire psicologica, dell’uomo della Casa Bianca; mi riferisco al blocco di cervelli di cui egli rappresenta, il lato visibile, la faccia umana. Serve a poco farne la caricatura; e del resto, qualunque cosa si pensi di lui o su di lui, si ha a che fare comunque con una recitazione comunicativa, entro la quale vengono trascinati i drammi del mondo e della vita dei popoli che ne abitano i luoghi di un confine non tanto geografico, quanto economico: Palestina, Venezuela, Groenlandia, Canada, Iran…
Il linguaggio pubblico di Trump è lo strumento di guerra di una concezione dell’economia come guerra permanente. È chiaro che già la nascita del liberismo avviò l’identificazione tra guerra ed economia: la storia del capitalismo fu accompagnata dalle cannoniere britanniche. Ma da quando il linguaggio è sotto il dominio della comunicazione – ovvero non ha più alcun riconoscimento ontologico – i grandi attori della scena occidentale ne fanno uso solo più come arma, non per il consenso (pensiamo alle maschere dei capi delle guerre del Novecento, che parlavano solo alle loro folle), ma solo per l’effetto psichico e meccanico che la comunicazione produce fra le masse di spettatori e di ascoltatori del resto del mondo; perché tutti, popoli e rappresentanti dei popoli, sono inclusi nella bolla eterea della comunicazione.
Non facciamoci ingannare, però, dall’apparente universalismo della bolla mediatica.
Concepita come guerra permanente, la comunicazione trumpiana gioca soprattutto sugli effetti immediati. Non dobbiamo dimenticare che lo spazio mediatico non è mai uno spazio sociale. Esso consiste in un “contatto” che sostituisce la relazione umana. Mentre questa è una reale vicinanza, il rapporto mediatico pubblico è paragonabile alla vicinanza tra due sedie parlanti. Ogni spazio mediatico abolisce sia la vicinanza che l’alterità, lasciando al posto di queste la solitudine narcisistica dei singoli io.[1]
Non c’è dubbio, gli effetti immediati della comunicazione di Trump aboliscono schemi e pregiudizi occidentali, ancora legati a una trama solidificata dal rapporto tra parola e verità. Anche quando si mente, quando si praticano omissioni, quando si esagerano le proporzioni, tuttavia la mente europea sa di mentire, di omettere, di esagerare, e deve giustificare la violazione della verità con l’utilitarismo o il cinismo che procura il vantaggio sperato.
Ma l’intera comunicazione di Trump, almeno per l’aspetto pubblico, è invece l’uso di un’arma offensiva parallela a quella letale dei bombardamenti aerei. L’effetto prodotto è quello dell’imprevedibilità, la cortina di nebbia dentro la quale il nemico è destinato, a sua volta, a smarrire il senso della realtà.
Il mondo oggi si muove perciò nel silenzio dei significati; silenzio percepibile solo se crediamo ancora al primato dei significati sui segni, e prima di tutto alla distinzione tra i primi e i secondi. È un silenzio che segna anche la dissoluzione della trama di significati lasciataci in eredità dalla fine delle due guerre mondiali, e di cui il mondo s’è nutrito almeno fino alla fine del secolo scorso.
Ma d’altronde, mi sembra impensabile che, sulla base del nichilismo, si possa erigere un nuovo mondo. Per questo il rischio, oggi, è grande. È la possibilità stessa di significati che viene meno. E parimenti mi preoccupano le tifoserie sportive che plaudono o (in maggioranza) irridono all’indirizzo del personaggio che oggi spadroneggia sugli schermi. Proprio perché il suo regno consiste negli schermi.
Note
[1] Byiung-Chul Han, Contro la società dell’angoscia, Milano 2025 (pag. 19).













































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