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Per passione, non solo musica e parole...

Storie familiari e note che si incontrano: da Puccini a Miles Davis

a cura del Baccelliere


Mio nonno si chiamava Achille. Era nato nel 1903, alla fine di giugno, il giorno di San Pietro. Cantava e aveva una bella voce da tenore. Un Beniamino Gigli in sedicesimo. Con i suoi tre fratelli, nelle feste comandate, finiti il pranzo e le ultime discussioni - politica e ciclismo mescolati con noncuranza - cominciavano a cantare. Ero un bambino. Scivolavo via. Ma qualcosa rimaneva. In particolare c’era un momento topico. Arrivava con E lucevan le stelle[1]. Il nonno non tremava affrontando “l’ora è fuggita e muoio disperato”. Mi spaventava e mi inorgogliva sentirlo.

Passarono gli anni e vennero la seconda metà degli anni ‘70, il punk e gruppi come i Clash[2] monopolizzarono le attenzioni di un adolescente. Non proprio l’ideale per dedicare un pensiero alla lirica e a Puccini. Dopo il rock vennero gli anni del ripensamento. E con il ripensamento il jazz. Una ventata di libertà e creatività. Thelonious Monk, Charlie Parker, Charles Mingus, Duke Ellington e Louis Armstrong. Il più avido di tutti era Miles Davis. Il Miles (vana) gloriosus della musica afroamericana. L’uomo inquieto, incapace di dormire sulle macerie della propria gloria passata. Sempre alla ricerca di una soddisfazione a venire. E accanto a lui, che era bello, elegante, circondato da donne bellissime e alla guida di auto sportive, proibite ai comuni mortali, un compagno di strada come Gil Evans, compositore e alchimista di suoni, maestro delle tinte pastello. Evans e Davis insieme avevano dato origine a capolavori, da Birth of the cool a Porgy and Bess. Evans era l’ideatore dei fondali. Davis li increspava con il suono della sua tromba, con o senza la sordina.

Due uomini così diversi, uno nero e uno bianco, uno estroverso e l’altro riflessivo, si stimavano e provavano un vero e proprio affetto l’uno per l’altro. In un’intervista Davis dichiarava che avevano in mente di realizzare una versione di Tosca. Nella mente del giovane tornò il ricordo del nonno. Una specie di quadratura del cerchio dalle feste in casa alla musica creativa.

Il progetto non vide la luce. Nel giro di poco più di tre anni fra il 1988 e il 1991 sia Evans sia Davis morirono. Rimase un’idea dalle potenzialità eccezionali. Occorreva coraggio. E questo lo mise un italiano, trombettista come Davis, Enrico Rava, il più americano fra i nostri jazzmen. A metà degli anni ‘90 diede vita ad un disco intitolato L’opera va con gli arrangiamenti di Bruno Tommaso, nel quale incise, manco a dirlo, E lucevan le stelle [3]. Un modo per riportare tutto a casa: far la pace con le proprie influenze musicali e famigliari. Con Davis, Evans, Puccini, i Clash e soprattutto le proprie ascendenze.


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