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Le guerre e il politically correct


di Emanuele Davide Ruffino e Germana Zollesi


Che sia stia superando il limite di una normale convivenza civile a tutti i livelli è un fatto ormai assodato e ne ha parlato con l'abituale ironia Menandro nel suo ultimo intervento[1]; così come ci si sta avvicinando, per usare la locuzione di Papa Francesco, ad una terza guerra mondiale a pezzi; tuttavia, per una forma di politicamente corretto, dettato da un eccesso di attenzioni per la presentazione dei fatti da parte dei mass media e dei social, si rischia spesso di vedere quegli stessi fatti schiacciati sulla mistificazione. Per rendercene conto è sufficiente leggere i giornali di un mese o di un anno fa, per intuire come l’enfasi di certe notizie ne abbia modificato la significatività. Anzi proprio la mistificazione è diventata un’arma potentissima per spostare gli equilibri politico-economici del pianeta. Nessuno di noi ha la possibilità di verificare i fatti così come ci vengono presentati e l’unica forma di difesa e cercare di ragionare, evitando gli eccessi e le posizioni pretestuose che spesso ci vengono propinate.

 

La new age delle mistificazioni

La realtà è sempre più quella creata ad arte generando fatti e incidenti che poi vengono sfruttati per avvalorare posizioni politiche o per denigrare le posizioni avversarie, in una dialettica sempre più urlata, dove diventa difficile uscire dal coro. Se il giornalismo cerca le immagini ad effetto e le notizie sensazionali (fa più rumore un albero che cade e non una foresta che cresce), noi veniamo colpiti da un’infinità di informazioni, fatichiamo a raccapezzarci e tendiamo al manicheismo, a schierarci per una posizione (e non ci occupiamo di far crescere la foresta): si è sempre più portati ad esprimersi sulle posizioni che ci vengono proposte in una specie di sondaggio continuo, ma ciò toglie sempre più tempo, per non dire che impedisce, ogni sviluppo dei ragionamenti. Ogni istituzione viene messa in discussione: addirittura le istituzioni dell’ONU sospettate di complicità nei fatti, ormai quasi dimenticati, del 7 ottobre, mettono in discussione quello che è stato il più qualificante ed elevato sogno dell’umanità.

Il mettere in discussione qualsiasi cosa è sicuramente un’espressione di democrazia, ma poi occorre entrare nella fase propositiva e su questo aspetto, sia a livello nazionale che internazionale, sembra esserci particolare attitudine. Trionfano gli insulti, storicamente non rari in politica, soltanto che ora tendono a coprire debolezze o mancanze di idee... Di recente il presidente americano Joe Biden ha definito un autentico "figlio di p..." il suo omologo russo Vladimir Putin. Lo ha fatto perché gli addebita la morte di Aleksej Naval'ny, anche se proprio l'intelligence ucraina sostiene che la morte del dissidente è dovuta a cause naturali. Probabilmente, con le elezioni presidenziale di novembre, ha deciso di affidarsi all'insulto, quasi ad ammonire Russia, Iran, Cina o qualunque altro stato a rimanere fuori dall'agone politico. Ma si tratta di una tipica posizione difensiva che scatta quando l'Occidente si ritrova nella fase preelettorale, maggiormente vulnerabile. Forse è questo il problema: davanti a sfide complicate, dove si spara contro navi mercantili da postazioni inserite in contesti altamente abitati tali da rendere impossibile qualsiasi reazione, l’Occidente è paralizzato o quasi.


Nel Paese degli azzeccagarbugli

In Italia, il teatrino della politica spara insulti a raffica, quasi seguendo la logica che i ragionamenti sono un lusso. E a poco servono gli inviti bipartisan del Presidente Mattarella che finiscono per essere richiami morali più che direttive politiche (e nella sua posizione forse non può fare diversamente, quindi si pensi a che cosa succederà con la madre di tutti le riforme con un Capo dello Stato in stile notarile).

Si fa a gara chi urla più forte approfittando di ogni episodio che possa far presa sull’emotività delle masse, ma soprattutto si fa a gara nel definire che la posizione dell’avversario è profondamente sbagliata: una confusione che porta a confermare l’ipotesi che noi italiani le guerre le pareggiamo sempre, schierandosi un po’ da una parte, un po’ dall’altra.

Anche questa volta infatti la confusione sui grandi conflitti in essere (Russia, Medio oriente, Yemen) o dimenticati (come quelli delle repubbliche Georgiane dell’Abkhazia, che sono costate la vita a oltre 20.000 persone nel 1992, e dell’Ossezia del Sud, occupata militarmente dai Russi nel 2008) o in fase di incubazione (Transnistria, enclave russa della Moldavia che vuole riunirsi alla Russia, oltre alle paure di Lettoni, Estoni, Lituani, ma forse anche Finlandesi e Svedesi), nonché il Nord Corea e la Cina (che fanno tremare Taiwan), la posizione dell’opinione pubblica italiana non è chiara e ad approfittarne è chi ha tutto l’interesse a destabilizzare e trova tanto terreno fertile, soprattutto nel Bel Paese.

Errori di valutazione e comportamenti incoerenti possono essere commessi da tutti, ma evitare la violenza domestica e impegnarsi per migliorare il sistema devono essere obiettivi sempre da perseguire: in questa fase però l’attenzione sembra essere concentrata solo sul definire le responsabilità, come se vivessimo in una costante moviola, mentre sottovalutata è la ricerca di soluzioni stabili.

Cosa fare realmente quando sparano sulle navi dei Paesi occidentali o se un gruppo di estremisti cerca di assaltare l’ambasciata di un Paese ritenuto nemico, specie ora che, in America, si affermano posizioni afferenti alla tradizione della dottrina Moore (discorso all’Unione del 2 dicembre 1823), che voleva concentrare gli interessi degli USA esclusivamente sul continente americano, richiama le altre democrazie alle proprie responsabilità e ai propri impegni. Mandiamo i nostri soldati in giro per il mondo che, con grande professionalità, testimoniano umanità e senso pratico nel capire le situazioni e non esasperarle, ma se la situazione sfugge di mano (e non per colpa loro) occorre definire quale ruolo vuole assumere l’Italia e speriamo che, dopo la bagarre elettorale che ci accingiamo a “sopportare”, si prendano decisioni chiare (per non lasciare i soldati al fronte in balia di incertezze) a difesa della democrazia e a favore dei diritti dell’uomo, oggi palesemente violati in molti Paesi, sia di quelli che salgono agli onori della cronaca, sia quelli dimenticati (come il Sudan o i Paesi investiti dai Boko Hara o dalla Brigata Wagner ancora operativa).

Ogni democrazia ha, e deve avere, al suo interno delle opposizioni libere ed autonome (condicio sine qua non), ma per sopravvivere ogni democrazia deve trovare una sintesi unitaria, in cui tutti possano riconoscersi e non annullarsi in continui battibecchi.


Note


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