Viaggio nell'Italia insolita e misteriosa...
- Ivano Barbiero
- 7 mar
- Tempo di lettura: 9 min
Aggiornamento: 7 mar
I Mamuthones di Mamoiada, protagonisti del Carnevale più antico di Europa: il pomeriggio in cui i campanacci "parlano"
di Ivano Barbiero

Vero, la festa è alle spalle, ma il nostro infaticabile viaggiatore non rinuncia al piacere di raccontarci un Carnevale antico e suggestivo messo in scena a Mamoiada, un piccolo centro della Barbagia. Ivano Barbiero ci porta così in Sardegna a guardare da vicino una tradizione di grande fascino, che ha nella festa anche un pretesto ludico e gioioso per continuare a emozionare nel tempo tutti, indistintamente, con i suoi riti e suoi rumori, rumori che però sanno cedere anche il passo al suo opposto...
Può un rito di Carnevale svolgersi per lunghi momenti in silenzio? Ebbene sì. Accade a Mamoiada, nel Nuorese, comune italiano di circa 2500 abitanti, nella subregione storica della Barbagia di Ollolai, dove il freddo dell’inverno ha una luce particolare. Non è soltanto il 17 gennaio, quando i fuochi di Sant’Antonio segnano la prima uscita rituale dei Mamuthones e degli Issohadores. È anche e soprattutto dopo, tra febbraio e Martedì Grasso, quando il paese torna a riunirsi per le sfilate che più di ogni altra cosa raccontano la sua identità. Il pomeriggio è chiaro, quasi immobile, e sembra trattenere il respiro. La gente si raccoglie lungo le strade senza fretta, con quello sguardo composto che si riserva ai riti veri, non agli spettacoli. L’aria ha un sentore di freddo e non è certo per l’inverno o i 650 metri di altitudine.
Poi arriva il suono. Non nasce dal nulla: nasce dal passo. Lento. Uguale. Misurato. Non una musica. Non ancora un ritmo. Solo un colpo metallico, lontano, che sembra arrivare dalla terra. Un secondo colpo. Un altro. E il silenzio cambia natura: non è più attesa, è presagio. Dalla penombra di una via laterale emergono le prime figure. Sono curve, scure, quasi indistinguibili. Quando si avvicinano, la luce rivela i volti: maschere nere di legno, immobili, senza pietà. Sulle spalle portano una montagna di campanacci. Non oscillano liberamente: ogni passo li costringe a un suono preciso, pesante, rituale. Non camminano come uomini. Non danzano come attori. Procedono con un’andatura lenta, uguale da secoli, che non appartiene al tempo presente. Sono i Mamuthones. E in quel momento non rappresentano qualcosa: sono qualcosa. L’impatto è potente, destinato a lasciare il segno.

Scendono in fila i Mamuthones, avvolti in sa mastruca, la pelle scura, il volto nascosto da sa bisera, la maschera tipica scolpita in legno che è sempre nera, severa, quasi immobile. Sulla schiena portano pelli ovine scure e sas carrigas, i campanacci stretti al corpo come una corazza sonora. A volte una sorta di oppressione perché il peso può essere anche di 25-30 chili. Un cenno guida il movimento, le spalle oscillano insieme, i campanacci vibrano prima da un lato poi dall’altro, in una sequenza che richiama antichi gesti di fertilità e di risveglio della terra. Il suono è profondo, quasi sotterraneo. Molti abitanti di Mamoiada dicono che deve essere così perché il suono non serve solo a essere sentito: serve a svegliare la terra. Un’idea antica, forse più antica del Carnevale stesso.
Accanto ai Mamuthones si muovono gli Issohadores, più leggeri nei colori, rossi e bianchi e con su gabbanu, la camicia bianca e i nastri. Nella mano tengono sa soha, la fune rituale. Con quel gesto cercano soprattutto le donne tra la folla, le “pescano” con precisione improvvisa, e quasi sempre quelle donne accettano con un sorriso discreto. Non è un gioco. È un augurio antico di fortuna, fecondità, prosperità, memoria di quando la sopravvivenza della comunità dipendeva davvero dal ritorno della primavera.
Il corteo avanza nel chiarore del pomeriggio. Solo il suono delle carrigas riempie l’aria fredda e sembra scendere nella terra. E nasce la sensazione più difficile da spiegare: che quel passo non appartenga al presente, ma a un tempo lunghissimo che non si è mai interrotto. Molti sardi, dopo aver suggerito di metterti sulle strade in salita perché lì i Mamuthones faticano realmente e rallentano l’andatura, ti diranno però una cosa curiosa: il momento più emozionante e autentico dell’anno non è sempre il Carnevale, bensì il 16-17 gennaio, durante la festa di Sant'Antonio Abate. Attorno ai grandi fuochi (su fogarone) del paese, Mamuthones e Issohadores fanno la prima uscita dell’anno, ci sono meno turisti, più abitanti del posto e l’atmosfera è quasi quasi sacrale.

Occorre poi aggiungere che non tutti possono diventare Mamuthone, non è semplice. La tradizione è custodita dall’associazione culturale dei Mamuthones e Issohadores di Mamoiada. In genere si entra solo dopo anni di partecipazione alla vita del gruppo, spesso la tradizione passa di padre in figlio bisogna dimostrare resistenza fisica e disciplina. Il passo sincronizzato richiede allenamento: se uno sbaglia il movimento, tutta la fila perde il ritmo. Se resti fino alla fine della sfilata e segui il corteo quando si scioglie, puoi vedere i Mamuthones senza formazione rituale. Tolto il ritmo ufficiale, parlano tra loro, sistemano i campanacci, ridono. Questo è il momento in cui capisci davvero una cosa: quelle maschere non sono attori. Sono abitanti del paese che per qualche ora portano addosso una tradizione antichissima.
Lasciata Mamoiada, la strada che attraversa la Barbagia sembra portare via anche il suono dei campanacci. E invece no. Perché in Sardegna il Carnevale non è un evento, ma una vera e propria costellazione di riti che punteggiano l’interno dell’isola, dove il rapporto con la terra, con gli animali e con le stagioni è rimasto più saldo che altrove.

A Ottana, in provincia di Nuoro, il dramma assume una forma quasi teatrale e potente. I Boes, con le loro maschere lignee taurine dalle corna imponenti, incarnano la forza primordiale del bestiame, che per secoli è stato la ricchezza principale delle comunità pastorali dell’isola. Accanto a loro agiscono i Merdules, uomini vestiti con pelli e campanacci che li guidano con funi e bastoni, come se tentassero di domare quella forza animale che rimane però sempre sul punto di ribellarsi. Non è solo una rappresentazione folclorica: è la memoria simbolica di un mondo in cui l’uomo viveva in equilibrio precario con la natura, cercando di controllarla senza poterla dominare davvero.

Tra queste figure compare anche la vecchia Filonzana, la filatrice del destino (nella foto). Con il suo scialle scuro, il fuso e le forbici, ricorda le antiche Parche del mito mediterraneo, quelle che tessono e recidono il filo della vita. Le sue forbici non minacciano: ricordano piuttosto che ogni nascita ha un limite, ogni festa una fine.
Ed è qui che l’immaginazione corre inevitabilmente all’accabadora, la figura liminale della tradizione sarda che secondo la leggenda veniva chiamata a porre fine alle sofferenze senza rimedio. Non una morte violenta, ma una morte restituita all’ordine naturale delle cose. Filonzana e accabadora non coincidono, ma abitano lo stesso spazio simbolico: quello in cui la comunità guarda la fine della vita senza rimuoverla, accettandola come parte del ciclo.

A Orotelli, sempre nella provincia di Nuoro, il Carnevale assume invece il volto dei Thurpos, figure annerite dal fumo e dalla fuliggine che avanzano curvate, trascinando funi e muovendosi come animali da lavoro. La loro andatura pesante richiama la fatica quotidiana dei campi e delle campagne barbaricine, quando l’inverno era lungo e il lavoro della terra richiedeva una solidarietà collettiva. Guardandoli, non si ha l’impressione di assistere a una recita, ma di vedere riemergere la memoria di una civiltà contadina dura e compatta, dove il destino degli uomini dipendeva dalla rinascita della terra.
Proseguendo il viaggio, si incontrano altri paesi dove il Carnevale conserva forme ancora più arcaiche. A Samugheo, in provincia di Oristano, sfilano i Mamutzones, figure coperte di pelli e cariche di campanacci che avanzano con movimenti lenti e rituali. Il loro suono cupo attraversa le vie del paese come un richiamo antico, probabilmente legato a riti di fertilità precristiani destinati a risvegliare la terra addormentata dall’inverno.
A Ula Tirso, sempre nell’Oristanese, compare la figura inquietante dell’Urtzu, creatura metà uomo e metà animale che viene catturata e trascinata dai Bardianos. La scena è quasi violenta: l’Urtzu cade, si rialza, si dimena, mentre i suoi guardiani lo tengono stretto con corde e bastoni. Molti antropologi vedono in questo rito la traccia di antichi sacrifici simbolici stagionali, legati alla morte rituale dell’inverno e alla rinascita della vegetazione.
Ancora più cruda è la rappresentazione di Lula, nel Nuorese, dove compare il Battileddu, figura coperta di pelli e macchiata di sangue animale. Qui il Carnevale non nasconde nulla: morte e rinascita sono mostrati insieme, come due facce dello stesso ciclo naturale. Il sangue versato richiama la fertilità della terra e il ritorno della vita.
Ad Austis, sempre in provincia di Nuoro, compaiono i Colonganos, figure decorate con elementi vegetali e sonagli, che sembrano uscire direttamente da un mondo di spiriti dei campi e della vegetazione. Il loro passaggio è accompagnato da suoni e gesti rituali che evocano la fertilità e il rinnovarsi delle stagioni.
A Neoneli, nell’Oristanese, il Carnevale mette in scena S’Urthu e sos Buttudos, una rappresentazione caotica fatta di inseguimenti e catture simboliche che ricordano il disordine primordiale prima che l’ordine ritorni nella comunità.
A Ovodda, nel cuore della Barbagia nuorese, la festa culmina con il processo e il rogo di Don Conte, figura che rappresenta il Carnevale stesso e che viene simbolicamente distrutto tra le fiamme. È un gesto che richiama antichi riti europei di eliminazione dell’inverno, quando la comunità bruciava o seppelliva simbolicamente il freddo per aprire la strada alla primavera.
E accanto a questi carnevali antichissimi, negli ultimi anni è nato anche uno dei più recenti: quello di Sennori, in provincia di Sassari, dove sfilano i Sos Gigantes de Sennori. Qui la tradizione è stata reinventata in forma spettacolare ma sempre legata alla memoria dell’isola. Le grandi figure dei giganti, alte e imponenti, evocano le statue nuragiche dei Giganti di Mont’e Prama, creando un ponte ideale tra la Sardegna più antica e il Carnevale contemporaneo.
Paesi piccoli, spesso lontani dalle rotte turistiche più veloci, ma ovunque attraversati dalla stessa domanda antica: come far tornare la primavera?
Allargando lo sguardo oltre il mare, la sorpresa è netta: la Sardegna non è sola. Gli stessi riti, campanacci compresi, riappaiono in molte regioni d’Europa, come frammenti di una religione agricola dimenticata.

Nelle regioni alpine di Austria e Baviera compaiono i Krampus (nella foto) e le Perchten, figure demoniache con corna, pellicce e grandi campanacci. Durante le loro corse invernali attraversano i villaggi facendo un frastuono impressionante, nato originariamente per scacciare gli spiriti maligni dell’inverno e purificare la comunità prima del ritorno della luce.

In Slovenia, nella città di Ptuj, i celebri Kurenti (nella foto) indossano pelli di pecora, maschere mostruose e campanacci enormi. Saltano e danzano per le strade per allontanare il freddo e risvegliare simbolicamente la fertilità della terra, un rito che molti studiosi collegano a culti agrari di origine precristiana.

In Bulgaria i Kukeri (nella foto)rappresentano uno degli esempi più spettacolari di queste tradizioni. Con maschere gigantesche, decorate con piume e corna, e cinture cariche di campanacci, percorrono i villaggi danzando per scacciare gli spiriti maligni e assicurare un raccolto abbondante. Le loro origini vengono spesso fatte risalire ai culti traci dell’antichità.
In Romania sopravvive il rito dell’Ursul, l’uomo-orso, dove una figura coperta da una vera pelle d’orso danza accompagnata da tamburi e canti. Questo rito è legato a culti totemici antichissimi, quando l’orso rappresentava la forza della natura e il passaggio tra inverno e primavera.

Nella valle svizzera del Lötschental, invece, compaiono i misteriosi Tschäggättä, figure con volti mostruosi scolpiti nel legno e abiti di pelliccia che si aggirano tra i villaggi durante il periodo tra Natale e Carnevale. Sono spiriti liminali, creature che abitano il confine tra il mondo umano e quello selvatico.
In Spagna, nella Cantabria e in Galizia, sopravvivono figure come gli Zarramacos di Silió e i Cigarróns di Verín (nella foto), personaggi con campanacci e fruste che inseguono la folla e purificano simbolicamente la comunità attraverso il rumore e il movimento.
E andando ancora più indietro nel tempo, nella Grecia dionisiaca, processioni mascherate, vino, disordine e rinascita stagionale celebravano il ritorno della vita dopo l’inverno, dando origine a quella tradizione che nei secoli diventerà il Carnevale europeo.
Territori lontani tra loro, culture diverse, lingue differenti. Eppure, la struttura simbolica resta sorprendentemente simile: travestimento animale o mostruoso, rumore che scaccia il male, caos rituale, morte dell’inverno e ritorno della fertilità. È la religione agricola dell’Europa antica, sopravvissuta sotto forma di festa.

Tuttavia, tornando nei paesi della Barbagia, si capisce che qui esiste qualcosa in più. Altrove questi riti sono stati ricostruiti o reinventati. Qui invece sono semplicemente continuati. Le maschere non appartengono a un museo o a una rievocazione turistica, ma a famiglie, corpi, gesti tramandati senza interruzione. È questa continuità - rarissima in Europa - che rende il Carnevale sardo qualcosa di diverso da una festa. Un rito ancora vivo. Così, quando l’ultimo campanaccio tace e la sfilata si disperde tra le vie del paese, non resta soltanto il ricordo di uno spettacolo. Resta una sensazione precisa: che chi è stato almeno una volta a Mamoiada, prima o poi, sentirà il bisogno di tornarci. Non per turismo, ma per riascoltare quel passo lento che da secoli accompagna l’inverno verso la primavera e che, incredibilmente, continua ancora a camminare con noi.













































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