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Se politica e media rendono normali guerra e distruzioni

di Savino Pezzotta


L’attacco contro l’Iran non è solo un episodio della politica americana: è il risultato di una convergenza strategica tra Stati Uniti e Israele che da anni trattano la Repubblica islamica come una minaccia assoluta, impermeabile alla diplomazia, e quindi come un bersaglio sempre legittimo. Questa visione, ripetuta e amplificata, ha creato un terreno in cui la forza appare naturale, quasi obbligata.

Ma questa dinamica non può essere compresa senza ricordare che il regime degli ayatollah, erede della teocrazia instaurata da Khomeini, è esso stesso responsabile di repressione sistematica, violazioni dei diritti umani e violenza contro il proprio popolo. Condannare l’aggressione esterna non significa assolvere un potere interno che da decenni soffoca libertà e dignità.

Ed è proprio qui che si rivela il paradosso: la violenza del regime e la violenza contro il regime si alimentano a vicenda, in un ciclo che non libera nessuno e non porta sicurezza a nessuno.


La convergenza tra Washington e Tel Aviv

Negli ultimi decenni, le leadership statunitensi e israeliane hanno costruito una narrativa comune: l’Iran come attore irriformabile, responsabile di ogni instabilità regionale, e dunque come soggetto da contenere con ogni mezzo. Questa narrativa ha avuto quattro effetti:

  • ha delegittimato la diplomazia come strumento credibile;

  • ha trasformato ogni gesto iraniano in prova di aggressività;

  • ha reso la forza militare un’opzione sempre pronta, sempre giustificabile;

  • ha isolato e indebolito la resistenza popolare al regime degli ayatollah, che resta la prima vittima della repressione interna.

Questa convergenza politica ha preparato il terreno all’escalation attuale, rendendo quasi invisibile il fatto che colpire un regime violento con altra violenza non produce giustizia, ma solo ulteriore devastazione.


Il ruolo dell'informazione: rendere le masse indifferenti all'uso della forza

Ciò che pesa ancora di più, soprattutto per chi vive in un contesto come quello lombardo-piemontese, abituato alla concretezza e alla chiarezza, è il comportamento dei media occidentali — italiani compresi. I giornali che si definiscono difensori della democrazia e del diritto internazionale hanno scelto un linguaggio che attenua, addomestica, quasi sterilizza la violenza.

Tre meccanismi sono evidenti:

  • Eufemizzazione — un bombardamento diventa “operazione”, un attacco preventivo diventa “azione mirata”.

  • Simmetria artificiale — si parla di “tensioni” o “scontri”, come se le parti avessero pari potere e pari responsabilità.

  • Attendismo — si aspetta di vedere “come evolve”, come se la legittimità di un’aggressione dipendesse dal suo esito.

Questa narrazione non è neutrale: è una forma di complicità. Trasforma il terrorismo di Stato in un fatto amministrativo, non in un problema etico. E soprattutto cancella la verità più semplice: rispondere alla violenza con altra violenza non spezza il ciclo, lo amplifica.


L’Italia e la ripetizione passiva della narrativa

In Italia, molti quotidiani hanno ripreso la versione americana e israeliana senza interrogarsi sul quadro giuridico, senza chiedersi quale diritto internazionale permetta un attacco senza minaccia imminente. È un atteggiamento che pesa ancora di più in un Paese che si proclama europeista, multilaterale, difensore della legalità internazionale.

Quando i media rinunciano a nominare l’illegalità, la società perde la capacità di discernere. E quando la società perde discernimento, la politica trova sempre una scusa per ripetere gli stessi errori.


Una ferita culturale per chi si sente parte del mondo semita

Per chi, come il sottoscritto, sente un forte  legame culturale profondo con il mondo semita — ebreo e arabo insieme — questa situazione è ancora più dolorosa. Perché la violenza non colpisce solo un paese: colpisce una storia comune, una radice condivisa, un’idea di vicinanza che la politica continua a tradire.

E colpisce anche chi, dentro l’Iran, lotta contro il regime degli ayatollah e subisce la repressione quotidiana. La violenza esterna non aiuta queste persone: le espone, le isola, le schiaccia tra due poteri che usano la forza come linguaggio principale.

Una democrazia non si difende valutando una aggressione sulla base delle convenienze. Si difende durante, quando la violenza è in corso e il diritto internazionale violato. L’attendismo mediatico, il “vedere gli sviluppi”  è una forma di deresponsabilizzazione che rende la forza un’abitudine e la guerra una possibilità sempre pronta.

E soprattutto impedisce di vedere ciò che dovrebbe essere evidente: il terrorismo  del regime di Khomeini e quello usato contro il regime non si annullano, si sommano. Ogni colpo dato o ricevuto allarga la ferita, non la cura.

 

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