A Roma, il tavolo che potrebbe fermare l'ultimo conflitto
- Alberto Scafella
- 12 ore fa
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di Alberto Scafella

Nel mondo di oggi bastano tre uomini per incendiare il pianeta. Uno a Washington, uno a Gerusalemme, uno a Teheran. Tre uomini, tre visioni inconciliabili, tre narrazioni assolute. E nel mezzo il resto del mondo che trattiene il respiro. Gli ayatollah parlano di rivoluzione e resistenza. Benjamin Netanyahu parla di sicurezza e sopravvivenza di Israele. Donald Trump parla di forza e deterrenza. Tre linguaggi diversi. Un risultato identico: missili nel cielo.
Eppure esiste una domanda che nessuno di loro ha mai dovuto affrontare davvero, davanti al mondo intero:
Avete il coraggio di difendere la vostra guerra davanti all’umanità? Se davvero credono nelle loro ragioni, allora accettino una proposta tanto semplice quanto rivoluzionaria. Smettano di parlarsi attraverso i missili e si siedano uno di fronte all’altro davanti al mondo. Non in una stanza segreta della diplomazia, dove tutto si dissolve nei comunicati. Ma davanti alle telecamere globali, davanti a miliardi di persone.
Tre giorni. Un tavolo. Nessun esercito.
Donald Trump, Benjamin Netanyahu e i vertici della Repubblica islamica spieghino al mondo tre cose:
perché questa guerra è necessaria, quale pace sono disposti ad accettare, quale prezzo personale sono pronti a pagare per fermarla. Perché è troppo facile ordinare la guerra quando a morire sono altri. Se uno di loro rifiutasse, la risposta sarebbe già scritta. Non sarebbe un rifiuto diplomatico. Sarebbe una confessione.
La confessione che la guerra è più comoda della verità.
Ma c’è una questione ancora più grande. Chi potrebbe avere la forza morale di convocare un simile confronto?
Non gli Stati Uniti, perché sono parte della contesa. Non la Russia o la Cina, perché nessuno crederebbe alla loro neutralità. Potrebbe farlo soltanto chi oggi sembra aver perso la propria voce: l’Unione Europea.
L’Europa è diventata negli ultimi anni il grande spettatore della storia: ricca, potente, ma politicamente irrilevante. Eppure proprio per questo potrebbe compiere il gesto più inatteso. Convocare con urgenza il primo confronto globale tra leader in guerra. E farlo nel luogo più simbolico possibile. Roma.
Roma non è solo una capitale. È la città dove per secoli si sono incontrati imperi, religioni e civiltà. È la città dove il diritto ha preso forma e dove la diplomazia ha imparato a parlare. E, se ritorniamo all'Unione Europea , è la capitale in cui sono stati firmati il 25 marzo 1957 i Trattati di Roma, atto costitutivo del Mercato comune europeo che negli anni seguenti ha portato il Vecchio Continente a credere nell'Europa unita. Convocare lì i leader della guerra significherebbe lanciare un messaggio chiaro: la civiltà prova ancora a fermare la barbarie.
Tre giorni a Roma. Tre leader davanti al mondo. Tre domande a cui rispondere.
Se accettassero, forse si aprirebbe uno spiraglio di pace. Se rifiutassero, il mondo capirebbe finalmente una verità semplice: le guerre non nascono dalla necessità. Nascono dalla mancanza di coraggio. Perché bombardare è facile.
Molto più difficile è sedersi davanti all’umanità e spiegare perché altri devono morire. Ed è forse arrivato il momento che l’Europa ricordi a tutti, e prima di tutto a sé stessa, una cosa elementare: le guerre le fanno gli uomini.
Ma la pace la fanno le civiltà













































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