La stanza del Pensiero critico. Capitalocene: economia, guerra, lavoro e il pianeta conteso
- Savino Pezzotta
- 23 ore fa
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di Savino Pezzotta

Per molto tempo abbiamo pensato e ci hanno spiegato la crisi ambientale con una frase semplice: l’umanità ha cambiato la Terra (antropocene). È una formula efficace, ma nasconde una domanda più profonda. Chi ha cambiato il pianeta? E soprattutto: attraverso quale sistema economico e politico?
Negli ultimi anni si è diffusa un’idea che prova a rispondere a queste domande in modo diverso. Invece di parlare genericamente di “epoca dell’uomo”, propone di guardare alla storia del capitalismo globale come alla vera forza che ha trasformato la Terra negli ultimi secoli. È una prospettiva che cambia lo sguardo: non più l’umanità in astratto, ma un sistema economico concreto che ha organizzato il rapporto tra società e natura.
La promessa del capitalismo
Il capitalismo moderno nasce con una promessa potente: crescita continua. Per realizzarla ha bisogno di energia, di materie prime, di territori e di lavoro umano. Nel corso della storia ha costruito una gigantesca rete planetaria che collega miniere, foreste, campi agricoli, città industriali e rotte commerciali. In questa rete la natura non è più semplicemente un ambiente da abitare, ma diventa una risorsa da mobilitare. Il suolo diventa produzione agricola, le foreste diventano legname, il sottosuolo diventa carbone, petrolio e metalli.
Per secoli questa trasformazione è sembrata illimitata. La Terra appariva come un deposito infinito di energia e materiali. Le città crescevano, le fabbriche si moltiplicavano, il commercio globale si espandeva. L’economia sembrava capace di superare qualsiasi limite naturale. Ma oggi quella visione sta entrando in crisi. Il cambiamento climatico, la perdita di biodiversità e l’instabilità degli ecosistemi mostrano che il pianeta non è uno sfondo passivo. Le conseguenze di due secoli di industrializzazione stanno diventando visibili ovunque. Il sistema economico globale ha modificato l’atmosfera, gli oceani, i cicli biologici e perfino la chimica del suolo.
E la storia non riguarda solo l’ambiente. Riguarda anche il potere.
Il capitalismo globale non è mai stato un processo neutrale. È sempre stato accompagnato da competizione tra stati, controllo delle risorse e conflitti geopolitici. Le grandi potenze hanno costruito la propria forza economica e militare garantendosi accesso a energia, materie prime e rotte commerciali strategiche. Dunque, le guerre come acceleratori della trasformazione ambientale: in questo contesto i conflitti non sono soltanto scontri politici o militari. Sono anche momenti in cui si ridefinisce il controllo dell’economia mondiale.

La competizione tra potenze contemporanee mostra quanto energia, territorio e sicurezza economica siano intrecciati. Il gas, il petrolio, le infrastrutture energetiche e le grandi aree agricole sono diventati elementi centrali delle tensioni internazionali. Le crisi geopolitiche che attraversano il mondo oggi non possono essere separate dalla struttura dell’economia globale.
Le guerre, inoltre, non sono soltanto conflitti per il controllo delle risorse: sono anche potenti acceleratori della trasformazione ambientale. Gli apparati militari consumano enormi quantità di combustibili fossili, devastano territori, distruggono infrastrutture e lasciano dietro di sé paesaggi contaminati. Ogni conflitto produce una nuova ferita ecologica.
Quale ruolo per il sindacalismo
In questo scenario emerge anche un’altra questione spesso trascurata: il ruolo del lavoro organizzato e del sindacalismo. Storicamente i sindacati hanno rappresentato una forza fondamentale nella difesa dei diritti dei lavoratori. Hanno ottenuto salari migliori, riduzione degli orari di lavoro, sicurezza nelle fabbriche e sistemi di welfare. Senza queste lotte il mondo industriale sarebbe stato molto più duro e diseguale.
Tuttavia, dentro il sistema economico moderno, il sindacalismo ha spesso finito ed è stato obbligato per muoversi entro gli stessi confini del modello produttivo dominante. La difesa dell’occupazione, della produzione e della crescita economica è diventata la priorità principale. In molti casi questo ha significato sostenere industrie altamente inquinanti o modelli energetici basati sui combustibili fossili e non contrastare la produzioni di armi con la scusa di difendere l’occupazione.
Una profonda contraddizione
È una contraddizione profonda. Da un lato i lavoratori dipendono da attività produttive che garantiscono reddito e sicurezza sociale. Dall’altro lato quelle stesse attività possono contribuire alla crisi ecologica globale.
Il risultato è un equilibrio fragile: la difesa del lavoro rischia di trasformarsi nella difesa di un sistema produttivo che mette sotto pressione gli ecosistemi.
Questo non significa che il sindacalismo sia irrilevante o superato. Al contrario, potrebbe diventare uno degli attori decisivi nella trasformazione dell’economia. Ma per farlo dovrebbe forse ridefinire il proprio orizzonte.
La questione non è più soltanto proteggere il lavoro esistente, ma immaginare quale tipo di lavoro sia compatibile con un pianeta finito. Significa discutere di transizione energetica, riconversione industriale, nuovi modelli produttivi e nuovi diritti sociali legati all’ambiente. In altre parole, la sfida non riguarda solo la giustizia sociale ma anche la giustizia ecologica.
Guardare il mondo attraverso questa lente significa riconoscere che la crisi ambientale non è semplicemente il risultato di un errore collettivo dell’umanità. È l’esito di un modello di sviluppo costruito sulla crescita permanente e sulla continua espansione delle attività economiche. Questo non significa negare i benefici che il mondo industriale ha prodotto: innovazione tecnologica, aumento della ricchezza, miglioramento delle condizioni di vita in molte regioni del pianeta. Ma significa anche riconoscere che questo modello ha generato squilibri profondi, sia sociali sia ecologici.
L’attuale fase storica
Oggi ci troviamo in una fase storica in cui queste tensioni stanno diventando sempre più visibili. Le crisi climatiche, le migrazioni ambientali, i conflitti per risorse e territori mostrano che la Terra non può più essere trattata come una semplice piattaforma economica. La domanda che emerge è allora molto semplice, ma anche molto radicale: quale tipo di civiltà vogliamo costruire in un pianeta con limiti ecologici?
Continuare sulla strada dell’espansione infinita significa accettare conflitti sempre più intensi per energia, acqua e territori abitabili. Ma esiste anche un’altra possibilità: ripensare il rapporto tra economia, lavoro e natura, immaginando forme di sviluppo che non dipendano dalla distruzione continua degli ecosistemi.
Il vero passaggio storico potrebbe essere questo: trasformare un sistema basato sull’estrazione continua in una civiltà capace di coesistere con il mondo vivente. Non è solo una sfida ambientale. È una trasformazione culturale, economica e politica che riguarda il modo stesso in cui immaginiamo il futuro.













































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