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Femminismo, donne ebree e iraniane, sono sulla stessa lunghezza d'onda?

di Tullio Monti


Stasera alle 21, in occasione della ricorrenza dell'8 Marzo, ha luogo presso il Centro sociale della Comunità ebraica di Torino il dibattito "Uno schiaffo del femminismo alle donne ebree e iraniane". Il titolo impegnativo, con striature indiscutibilmente polemiche, ha tuttavia il merito di non celarsi dietro il classico cerchiobottismo che nasconde sotto il tappeto i problemi, il più delle volte scomodi e suscettibili di evidenti forti contrapposizioni. Al tempo stesso, si espone al legittimo interrogativo se lo "schiaffo" non susciti qualcosa di ancora più devastante ai danni di chi è già fragile, debole e esposto alla reazione di coloro che si sono abituati a risolvere i contenziosi internazionali con la forza, nel "disarmo" più totale delle organizzazioni transnazionali e il conveniente "silenzio" di paesi autoritari.

Organizzato dal Circolo Liberalsocialista Carlo Rosselli e dalla Comunità Ebraica di Torino, al dibattito partecipano Monica Lanfranco, femminista, saggista e giornalista e Lucetta Scaraffia, storica, saggista e giornalista; relatori Sara Levi Sacerdotti, assessora alla cultura della Comunità Ebraica di Torino, e Tullio Monti, presidente del Circolo Rosselli, autore dell'articolo. (La Porta di Vetro)


di Tullio Monti


Il multiculturalismo è una teoria politico-filosofica, spesso e a torto - secondo la mia opinione - ritenuta progressista e “di sinistra”, che enfatizza e promuove il comunitarismo, la diversità culturale e la coesistenza di diverse culture, etnie, religioni e identità collettive all’interno di una società, sostenendo che ogni cultura ha il diritto di mantenere la propria identità e le proprie tradizioni, con il forte rischio di creare e fossilizzare una frammentazione permanente della società, con comunità che si isolano le une dalle altre. Gli obiettivi del multiculturalismo sono la riduzione della discriminazione e del razzismo, la promozione della comprensione e del rispetto reciproco tra culture diverse, la creazione di una società più inclusiva e diversificata, la protezione dei diritti delle minoranze culturali.


Le promesse del multiculturalismo

In realtà, nessuna delle promesse del multiculturalismo viene mantenuta, determinando piuttosto una frammentazione delle società, la creazione di ghetti culturali, la difficoltà di conciliare le differenze culturali con i valori universali, la creazione di ostacoli all’integrazione delle minoranze culturali (ed alla loro positiva interazione con la cultura locale), salvo la tutela dei diritti delle diverse comunità all’interno della società, ma al carissimo prezzo della rinuncia alla tutela dei diritti dei singoli componenti di quelle comunità.

Il multiculturalismo ed il comunitarismo, lungi dal favorire pratiche pluraliste ed a favore dei diritti delle singole persone, nei fatti sanciscono, all’interno delle singole comunità, il prevalere ed il perpetuarsi delle più radicali e retrive tradizioni religiose e culturali, praticamente sempre ad opera ed a vantaggio degli individui maschi, anziani ed estremisti religiosi che fondano il loro potere sul predominio patriarcale e misogino che viola sistematicamente i diritti delle donne. Il multiculturalismo ed il comunitarismo, nel rivendicare i diritti collettivi culturali, negano e conculcano, allo stesso tempo, i diritti individuali, soprattutto delle donne, che, in un ordinamento liberale, devono invece sempre avere la precedenza nei confronti dei diritti collettivi.

Ma i principi del pluralismo, del liberalismo e, come vedremo, anche del femminismo, della laicità, della democrazia e del rispetto dei diritti umani, tutti valori universali, nella concezione liberale del mondo,  devono valere ed essere tutelati erga omnes sempre ed ovunque e sono in profondo e radicale contrasto col multiculturalismo.


I diritti delle donne sono universali

Vi è incompatibilità fra femminismo e multiculturalismo, essendo inevitabilmente le donne le prime vittime delle culture comunitarie; il femminismo tradizionale rivolge una critica radicale all’approccio del “relativismo culturale” - contrapposto all’universalismo – che sostiene che le pratiche culturali devono essere rispettate così come sono e non essere giudicate secondo standard esterni. Al contrario i diritti delle donne devono essere considerati universali e non possono in alcun modo essere sacrificati in nome della diversità culturale.

Esiste anche l’incompatibilità del multiculturalismo con la laicità, intesa come precondizione della democrazia e volta alla garanzia della libertà e dell’uguaglianza di tutti i cittadini, dei quali deve inoltre sempre essere tutelato e garantito il godimento dei diritti umani.

Perché mi sono soffermato così a lungo sul multiculturalismo e sulle sue contraddizioni? Perché il multiculturalismo e la cultura woke, oggi assai in voga, sono due concetti che spesso si intersecano, pur avendo origini diverse, per cui la cultura woke può essere intesa come un’estensione attualizzata del multiculturalismo, poiché entrambi si concentrano sulla promozione delle diversità delle diverse appartenenze. I prodromi della cultura woke si possono ritrovare nelle lotte antirazziste negli Stati Uniti a partire dagli anni ’60, che, accanto al filone incarnato da Martin Luther King – che promuove la fine della discriminazione razziale per giungere ad una società dove vige l’eguaglianza – si afferma una corrente di pensiero che ritiene tale prospettiva retorica e formale e che pertanto teorizza il superamento del razzismo con l’affermative action o discriminazione positiva, attraverso la politica delle “quote” riservate (che si pensavano come transitorie), in ogni ambito, alle minoranze o ai gruppi svantaggiati (dai neri alle donne, ai disabili).


Dal woke al cancel culture

Questo corrente si salda poi con il movimento teorico della “critical race theory”, un filone accademico americano che si sviluppa in ambito giuridico negli anni ’60, il cui obiettivo non è più l’eguaglianza delle persone, ma la valorizzazione delle identità dei gruppi. Da queste teorie si sviluppa infine il concetto di intersezionalità, che vedremo fra poco. Il termine woke viene da to wake, svegliarsi, stay woke significa stare all’erta, essere consapevoli delle ingiustizie e delle discriminazioni, ma ha anche un’origine religiosa puritano-protestante, che parte dalla messa alla berlina di tutte le colpe, vere e presunte, della cultura occidentale, ritenuta bianca e colonialista, con forti pulsioni autodistruttive, fino all’estrema degenerazione rappresentata dalla cancel culture, in base alla quale si pretenderebbe di riscrivere la storia del mondo, delle teorie politiche e della stessa libertà di pensiero e di espressione artistica, che anzi viene censurata per giungere infine alla distruzione fisica delle opere d’arte e dei monumenti, se non rispondenti ai criteri del politicamente corretto. Anche nell’uso del linguaggio il politicamente corretto, partendo da una giusta ricerca di termini non offensivi verso le minoranze o le identità discriminate, se estremizzato giunge a situazioni paradossali e francamente ridicole. Va tuttavia registrato come, negli ultimi anni, accanto alla tradizionale reazione ed avversione della destra reazionaria americana e mondiale contro la cultura woke, anche nella sinistra progressista americana ed europea più avvertita e liberale, si stia diffondendo la consapevolezza che il wokismo, così come tutte le mode intellettuali, ha iniziato la propria inesorabile parabola discendente.


Una minaccia alla libertà di espressione

La cultura woke nasce nei primi anni ’90 negli USA dopo il crollo del regime sovietico e rappresenta una corrente di pensiero secondo la quale il mondo è governato da sistemi di potere che privilegiano alcuni gruppi (in particolare gli uomini bianchi ed eterosessuali), che opprimono altri gruppi in base a razzismo, genere, orientamento sessuale. Un movimento di opinione e di pressione che riempie un vuoto, che si mobilita spesso sulla base di pulsioni emotive, ma allo stesso tempo è dogmatico e fazioso: in virtù di una supposta superiorità morale intende imporre una morale unica, promuovendo una deriva autoritaria che utilizza la censura per ottenere l’obiettivo di cambiare la società. Tutto ciò rappresenta una grave minaccia alla libertà di espressione ed ai valori liberaldemocratici.

Da tutti questi filoni di pensiero nasce il cosiddetto neofemminismo, o femminismo intersezionale o transfemminismo. Queste recenti concezioni del femminismo sostengono che le esperienze delle donne sono diverse ed influenzate da fattori come la razza, l’etnia, l’orientamento sessuale e l’identità di genere, affermano che il femminismo deve essere intersezionale, cioè tenere conto delle diverse forme di oppressione e discriminazione che le donne subiscono e criticano fortemente il femminismo universale accusato di aver ignorato le esperienze delle donne LGBTQIA+ e delle donne con disabilità e di essere espressione di un femminismo “bianco”, coloniale e razzista.

A sua volta il femminismo universale, sostenendo che tutte le donne condividono una comune esperienza di oppressione e discriminazione, indipendentemente dalla loro razza, etnia, orientamento sessuale o identità di genere e che i loro diritti devono essere tutelati in modo universale, senza distinzioni di contesto o identità, rileva come il femminismo intersezionale si traduca nella negazione del concetto stesso di femminismo, traducendosi nel suo contrario, in cui viene eliminata la centralità della categoria “donna”: esso infatti, partendo dalla necessità, giusta, di evidenziare diversi possibili livelli di oppressione tra la varie categorie di donne, in realtà non sceglie mai di tutelare allo stesso modo ed allo stesso tempo tutte queste diverse identità multiple discriminate, ma finisce inevitabilmente per scegliere come dominante una singola identità discriminata (trascurando tutte le altre, compresa quella del genere femminile), che coincide sempre con l’identità di vittima dell’occidentalismo, in nome del quale si finiscono per accettare situazioni del tutto paradossali, che negano alla radice il concetto stesso di femminismo, in nome di valori culturali che in realtà introducono divisioni e gerarchie all’interno del movimento femminista.


Solidarietà mancate

Queste sono le ragioni per le quali il femminismo intersezionale non riesce proprio a solidarizzare con le donne iraniane – oscurate e negate dal velo, rapite, torturate, lapidate, impiccate o uccise in qualsiasi modo - vittime del peggior regime teocratico fondamentalista islamico della storia, ma che hanno il grave torto di appellarsi a quei valori universali di femminismo, di democrazia, di laicità e di diritti umani che le transfemministe tacciano invece di essere valori coloniali e bianchi.

Allo stesso modo, i diritti e la vita stessa delle donne israeliane ed ebree – anch’esse picchiate, rapite, violentate, torturate, mutilate ed uccise nel pogrom di Hamas del 7 ottobre 2023, ritenuto un legittimo atto di resistenza del popolo palestinese contro il suo oppressore  – non sono meritevoli di mobilitazioni e di scendere in piazza a loro sostegno, in quanto appartenenti ad uno stato, Israele, ritenuto potenza coloniale ed occupante; tali diritti e vite valgono infinitamente meno dei diritti e delle vite delle donne palestinesi, per le quali, quando i loro diritti vengono violati, è giusto, come è giusto, indignarsi e protestare.

In realtà, paradossalmente, le transfemministe, nate con l’accusa al femminismo universale di essere colonialista, sono invece loro stesse profondamente colonialiste, in quanto ritengono che i diritti delle donne, per i quali è giusto mobilitarsi in occidente e dei quali ovviamente esse stesse godono i frutti, non devono invece valere per le donne appartenenti a culture ritenute “altre”, le quali devono invece essere abbandonate alla violenza del patriarcato delle loro culture di origine.

Un cortocircuito ideologico francamente poco comprensibile.

 

 

 



1 commento


Non sono mai stata femminista in modo consapevole o militante. La mia è una cultura di stampo marxista ma forse più di tutto post-illuminista; in quanto tale ho sempre pensato che non ci fosse alcun dubbio sul fatto che le donne debbano godere di tutti i diritti universali di cui sono titolari tutti gli esseri umani. Per questo ho seguito solo marginalmente e anche con un po' di fastidio, alle volte, alcuni eccessi ed estremismi di frange o parti del femminismo. Quello che sta accadendo in questo campo mi sembra molto simile a ciò che sta caratterizzando altri aspetti di quello che un tempo era inoppugnabilmente un pensiero progressista: a forza di dare per scontati molti dei valori che l…

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