L'Editoriale della Domenica. Seduti su un vulcano e sull'orlo di una crisi di “nervi”
- Libero Ciuffreda
- 11 ore fa
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di Libero Ciuffreda

Le guerre si allargano e contaminano, progressivamente altri territori, le acque internazionali e non, ed anche guardare il cielo non rassicura. Non sono più le stelle o la Luna a risplendere, ma tracce di fumo, precedute da un lampo, poi una scia più o meno lunga, che termina con fumo, fuoco, palazzi distrutti, grida, volti insanguinati e cadaveri avvolti in sacchi neri o spesso neanche ancora trovati, perché sommersi dalle macerie o dissolti nella furia che divampa tra fuoco e gas esplosivo.
Ormai anche le immagini che ci giungono frettolose, sospinte nell’etere, “atterrano” nelle nostre case, portatrici di sventure e di odio.
Come un mostro che si nutre di violenza e di odio, la guerra cresce e con essa l’ansia per alcuni, il terrore per altri, la disperazione per milioni di persone.
Anche le cancellerie dei vari Stati coinvolti direttamente o indirettamente, contribuiscono a far crescere un senso di smarrimento, di disorientamento con un effetto rebound, che scuote l’intimo di ciascuno.
L’ordine mondiale seppur traballante a cui eravamo abituati, sembra definitivamente sostituito dai cosiddetti ordini esecutivi di Donald Trump o di qualche altra scellerata definizione affidata a pochi altri satrapi, dotati di immensi poteri militari, economici o di controllo spirituale/confessionale.
Chi si appella alle promesse del popolo eletto citato nell’Antico Testamento, per rivendicare diritti e giustificare violenze e annientamento di un intero popolo, altri si fan forti dell’appartenenza alle diverse confessioni dell’Islam, ove per gli sciiti, sono gli ayatollah ad essere intermediari tra Dio e l’uomo, mentre per i sunniti è il califfo a guidare le comunità.
Altri ancora si auto dichiarano “Unto del Signore” e perciò subordinato esclusivamente alla sua coscienza, nel discernere ciò che è bene da ciò che è male.
A nulla servono più le organizzazioni internazionali come l’ONU, l’OMS o la UNHCR, tranne invocarle per se stessi o attraverso i loro sodali, per richiedere riconoscimenti internazionali come il Premio Nobel per la Pace.
Gran parte delle conferenze stampa, anch’esse ormai “vomitate” quotidianamente sui media, meglio se di proprietà o self-made e rigorosamente senza contraddittorio, sono la rappresentazione plastica della violenza, anche verbale, che anima ormai gran parte di coloro che chiamati a governare, trasmettono ancor di più instabilità, anche psichica.
Non sono sfuggite agli osservatori attenti lo spettacolo narrativo che l’amministrazione americana ha messo in scena in questi giorni. Il segretario di Stato Rubio aveva fatto intendere che gli USA siano stati trascinati in guerra da Israele. Il presidente Trump, smentendolo, ha dichiarato, in una delle sue imbarazzanti (per usare un grazioso eufemismo) dichiarazioni che è stato lui per primo e non il premier israeliano Netanyahu, a scatenare l’operazione Epic Fury, comunicata praticamente in mondovisione con la macarena in sottofondo musicale. Se non bastasse a rendere ancora più chiaro lo stato di delirio di onnipotenza e di dissociazione psicotica (?), il segretario alla Difesa USA Pete Hegseth ha escluso il cambio di regime, proprio mentre il presidente incitava i cittadini iraniani a rovesciare il proprio governo.
A proposito di regime change, invito a riflettere su quanto è accaduto in Iraq, in Libia o in Afghanistan, più di quanto trionfalisticamente narrato da Trump sul Venezuela di Maduro, come è stato già osservato più volte da altri commentatori su La Porta di Vetro.
L’Iran non è un Paese sudamericano - e non fa parte del cosiddetto "cortile di casa" evocato un giorno sì e un altro ancora dalla nuova dottrina Donroe - e la pericolosa semplificazione, che basti eliminare la Guida suprema Khamenei per il crollo del regime, anche ai meno esperti appare un’illusione. Non basta un’operazione chirurgica per far nascere un ordinato Paese democratico.
Ogni azione di contrasto al vertice militare o alla guida spirituale della Repubblica islamica, determina conseguenze nel Paese che si riverberano verso tutti gli strati sociali della popolazione, aumentando la repressione, trasformando la paura in terrore e alimentando interessi economici che si contendono l’eredità del potere.
La caduta di Saddam Hussein in Iraq non ha generato una democrazia stabile; in Libia, il dopo Gheddafi ha creato frammentazione e sovranità territoriali concorrenti; in Afghanistan, non sono bastati neanche vent’anni di presenza militare americana, per scongiurare il ritorno del regime talebano, caratterizzato da violazione dei diritti umani e crisi umanitaria e della regressione della condizione femminile che oggi, 8 marzo, festa della donna, non può che farci atterrire.
La seduzione di un regime change eterodiretto da forze esterne, anche in Iran, appare una dispercezione della realtà, alimentata da turbe psichiche di politici che hanno fretta di capitalizzare risultati utili per fini elettorali e che affondano le proprie radici nell’egolatria e nel fondamentalismo religioso. La Bibbia e il Corano vengono utilizzati come fonte ispiratrici delle più truculente e turpi guerre, invasioni, distruzioni, razzismi e nazionalismi.
Tra i protagonisti che nel nome di Dio giustificano ogni sorta di male troviamo sicuramente tutti gli artefici di questo quadro mondiale di instabilità, di guerre armate o di contese macroeconomiche, fino ad assistere ai deliri di voglia di annessioni di territori e nazioni altrui.
Spiccano in questi anni tragici Putin, Trump e Netanyahu, sedotti dall’idea, irrealistica, di operazioni belliche brevissime e devastanti, benedette e guidate dal loro Dio della guerra, che di certo non è quello che troviamo nell’Evangelo di Gesù Cristo. Ancora una volta non è la fatica della politica e della diplomazia a guidarli, ma la pigrizia di studiare la storia, anche recente.
Per tornare all’Iran, l’illusione che un Paese di oltre novanta milioni di abitanti, pur piegato da un’autorità dispotica, violenta e illiberale, possa diventare una democrazia, dopo una rapida fase di transizione politica ordinata, significa non aver capito nulla della natura della complessità del potere religioso iraniano.
La storia ci ha insegnato, che proprio in quelle regioni del mondo, se non esiste una visione del dopo, una realistica strategia politica, il regime change porta "naturalmente" all’instabilità e ad una lunga amministrazione del caos, che può generare anche maggiori difficoltà con conseguenze imprevedibili.
Chi combatte seduto in poltrona a diecimila chilometri dalle macerie e circondato da collaboratori (anzi idolatori) oranti, dovrebbe almeno essere avvertito che in corso non c’è una partita a risiko, ma una stramaledetta guerra che si estende vieppiù, alimentando un pericoloso disordine mondiale che potrà essere gestito soltanto da organismi diplomatici internazionali e non da un yankee al comando.













































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