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La guerra del messaggio: l'eliminazione come destino certo e il rischio dell’abisso

L'obiettivo ultimo della leadership israeliana contro il regime degli ayatollah


di Alberto Scafella


Non tutte le guerre nascono per vincere. Alcune nascono per essere comprese. Altre, più pericolose, per essere temute. Ciò che oggi accade tra Israele e Iran non rientra nei canoni tradizionali del conflitto. Non c’è un fronte definito, non c’è un obiettivo territoriale, non esiste una dichiarazione di vittoria possibile. Esiste invece un linguaggio: quello della eliminazione selettiva. Attribuire questa strategia a Donald Trump sarebbe fuorviante. Più che una visione coerente americana, ciò che emerge è la linea dura e determinata di Benjamin Netanyahu: colpire la testa per paralizzare il corpo. I nomi contano. E pesano.

L’eliminazione del generale Qasem Soleimani ha segnato un punto di non ritorno: non più contenimento, ma attacco diretto al cuore operativo della Repubblica Islamica. A questa si aggiunge la figura centrale di Ali Larijani, segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale, uomo chiave dell’architettura decisionale iraniana, di fatto perno politico e strategico del sistema. La sua morte rappresenta qualcosa di più di una perdita: è un messaggio strutturale, tra l'altro ben evidenziato da un titolo proposto su questo sito.[1]

E il messaggio è tanto semplice quanto devastante: chi guida, muore. Non in senso simbolico. In senso operativo.

La strategia è quella della decapitazione continua. Non si elimina un nemico per indebolirlo nel presente, ma per impedirgli di avere un futuro. Si colpisce la possibilità stessa della successione, trasformando ogni aspirante leader in un bersaglio immediato. È una guerra psicologica prima ancora che militare. Una guerra che si insinua nelle stanze del potere iraniano e ne altera le logiche più profonde. Perché governare, in queste condizioni, significa accettare una condanna preventiva. E qui emerge una contraddizione cruciale. La Repubblica Islamica ha costruito la propria identità sul martirio. Ma il martirio funziona come mito, non come automatismo. Se diventa certo, immediato, inevitabile, smette di essere forza mobilitante e diventa deterrente. Non ispira. Blocca.

Ma pensare che questo porti automaticamente alla resa è un errore pericoloso. La storia dimostra che i sistemi sotto pressione estrema non sempre cedono. A volte si irrigidiscono. A volte si trasformano. A volte generano leadership ancora più radicali, meno prevedibili, più disposte a tutto pur di rompere l’assedio. Ed è qui che il conflitto entra nella sua fase più instabile. Le possibilità di uscita sono molteplici, ma nessuna è linea. Si può immaginare una deterrenza riuscita, con Iran costretto a ridimensionarsi per sopravvivere. Oppure una radicalizzazione, con una guerra per procura estesa a tutto il Medio Oriente. O ancora una stagnazione: una guerra permanente a bassa intensità, fatta di omicidi mirati e ritorsioni calibrate.

Ma esiste anche lo scenario più pericoloso: l’errore. Quando la guerra diventa un messaggio, ogni azione rischia di essere interpretata più di quanto sia controllata. E quando si colpisce costantemente il vertice di uno Stato, si riduce lo spazio per decisioni razionali. Chi resta potrebbe non avere più nulla da perdere. A quel punto, la logica cambia. Non si tratta più di sopravvivere politicamente, ma di reagire esistenzialmente. Le guerre tradizionali finiscono con una firma. Le guerre dei messaggi finiscono con un collasso.

La domanda, allora, non è chi vincerà. La domanda è se qualcuno riuscirà a fermarsi prima dell’abisso.


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