Atlante delle guerre: un mondo in fiamme, anche se a pezzi...
- Alberto Ballerino
- 17 mar
- Tempo di lettura: 5 min
di Alberto Ballerino

Appare sempre più vero quanto affermava Papa Francesco: è già in corso la Terza guerra mondiale, combattuta a pezzi. Dall’Ucraina al Medio Oriente, l’Europa vede svolgersi alle sue porte conflitti dagli esiti imprevedibili. Sul tema, sono in programma domani ad Alessandria due incontri per aiutarci a capire che cosa sta avvenendo. Alle 17, nella sede del Laboratorio Civico in via Faà di Bruno 39, ci si potrà confrontare con Raffaele Crocco e Beatrice Taddei Saltini, rispettivamente direttore e coordinatrice dell’Atlante delle Guerre e dei Conflitti del Mondo’. Introdurrà Nicoletta Vogogna dell’Associazione per la Pace e la Nonviolenza. Quest’ultima associazione promuove l’iniziativa insieme a Città Futura e alla Scuola del Popolo Alessandria (Cgil).
A partire dalle 16.30 in via Guasco 49, sarà di scena invece la politologa Mara Morini dell’Università di Genova che terrà una relazione dal titolo ‘Russia e Ucraina nel nuovo scenario internazionale. L’iniziativa rientra nella rassegna ‘Cambiamenti/Changes’, promossa da Isral e Istituto Nazionale Ferruccio Parri con il sostegno delle Fondazioni Crt e Cra.
L’Atlante delle Guerre e dei Conflitti del Mondo - spiega Raffaele Crocco - nasce nel 2009 ed è arrivato alla quattordicesima edizione. Tecnicamente è una rivista, iscritta al Tribunale di Trento, ed esce con una scadenza annuale. L’idea da subito è stata di creare un contenitore in cui fosse semplice arrivare a capire le ragioni per cui in un dato momento inizia, continua o finisce una guerra. Questo con una linea editoriale molto precisa, noi siamo assolutamente contrari alla guerra. Pensiamo che conoscere le cause significa avere gli strumenti in campo per mettere preventivamente in campo ciò che serve per evitare che arrivi. Il tentativo è di fare capire alle persone che bisogna togliere consenso alla guerra, conoscendola. Il progetto è nato da me e dall’unione di un gruppo di giornalisti, ricercatori e operatori sociali: insieme abbiamo fondato l’associazione 46° Parallelo, diventata RTS, che è l’editrice di questa testata. Siamo fuori dalla logica editoriale classica: editori di noi stessi, viviamo attraverso progetti vari. Gestiamo anche un sito internet, un quotidiano di informazione creato insieme alla testata Unimondo e che si intitola Unimondo Atlante delle Guerre: ogni giorno informiamo su cosa succede”.
Alla base un’esperienza fatta sul campo. “Io sono tornato recentemente dalla Thailandia dove c’è la guerra con la Cambogia, abbiamo una rete di corrispondenti e la redazione è formata da giornalisti che hanno avuto da anni esperienze dirette insieme ad altri molto giovani che stanno incominciando adesso”.
Il nome dell’Atlante nasce anche da una distinzione tra guerra e conflitto: la prima arriva quando il secondo non viene risolto. “Sono 32 le guerre in corso e 22 le zone di crisi: 54 Paesi comunque sono interessati a guerre o a conflitti molto forti, il che significa che la metà della popolazione mondiale è direttamente interessata alle guerre, un dato abbastanza inquietante”.
Guerre che ormai ignorano ogni limite. “Siamo arrivati al paradosso che oggi sei più sicuro se hai una divisa addosso rispetto al fatto di essere un civile. Nove morti su dieci in tutte le guerre sono civili, non militari. Questo perché con la legge del più forte, venendo meno il diritto internazionale e umanitario, vale tutto. Scuole, ospedali e ambulanze non dovrebbero essere colpite e invece viene fatto regolarmente senza che nessuno paghi”.
Si tratta anche di capire le cause. “La guerra ha sempre una sola causa: l’economia. È la voglia di qualcuno di accaparrarsi beni, ricchezza, potere e prestigio di qualcun altro. Bisogna poi capire che cosa crea la benzina per il consenso alla guerra e in questo caso le ragioni cambiano a seconda delle regioni del mondo. Creano consenso l’assenza di diritti, la distribuzione cattiva delle ricchezze, il mito della patria e dei confini e tanto altro ancora. Sono numerosi fattori che cambiano”.
C’è un’industria che alimenta i conflitti e la macchina che crea consenso alle guerre. “Il paradosso è che si tratta di un settore economico non generante ricchezza collettiva, non aumenta il nostro Pil. In Italia la percentuale di Pil prodotta dall’industria bellica è dell’1,5% con circa 150mila addetti: numeri veramente bassi. Eppure viene presentata come un fiore all’occhiello e come indispensabile. Non è assolutamente così. Abbiamo le risorse e la possibilità per riconvertire l’industria bellica in sistemi di produzione estremamente più convenienti e intelligenti”.
Ribaltare queste convinzioni costituisce una vera e propria rivoluzione culturale. “Fondamentale è l’educazione. Dobbiamo insistere nel raccontare queste cose, cambiare i programmi scolastici, cominciare a smettere di parlare della guerra come di qualcosa inevitabile nella storia dell’umanità, smontare il suo racconto e fare capire che il pacifista non è un naif che ama gli arcobaleni: si tratta invece di una persona con una visione del mondo molto più precisa, equilibrata, intelligente e divertente. Gli sfigati non sono i pacifisti, ma quelli che vogliono la guerra”.
L'Iran ha distolto l'attenzione dall'Ucraina
Mara Morini si addentra su quanto sta accadendo recentemente e sul ruolo dell’Europa: “La guerra con l’Iran distoglie l’attenzione dall’Ucraina soprattutto degli americani che già si sono disimpegnati. Siamo noi europei che paghiamo le armi agli Stati Uniti, l’assistenza militare la diamo indirettamente attraverso gli americani. Ora gli Usa sono coinvolti in Medio Oriente in un conflitto che forse è al di là della loro portata, soprattutto per la questione politica e non solo militare. Per cui il rischio che l’Ucraina vada in seconda piano è abbastanza concreto e lo sa lo stesso Zelensky come noi europei”.
Intanto però bisogna anche fare un bilancio di questi quattro anni di guerra in Ucraina: “Quattro anni che da un lato dimostrano la grande capacità di resistenza del popolo ucraino, dei suoi soldati e del governo, ovviamente grazie anche alla assistenza europea e del mondo occidentale. Dall’altro lato però dimostrano che la Russia contro tutti ha saputo riadattarsi e riaggiornarsi rispetto alla situazione di debacle iniziale. Con l’aiuto della Nord Corea e della Cina, adesso è in una situazione di vantaggio competitivo rispetto all’Ucraina. Fondamentalmente siamo in una situazione di stallo”.
Da queste prove comunque emerge un’Unione Europea indebolita. “Perché circondata da diverse sfide: l’Artico, gli Stati Uniti di Donald Trump, la Russia, il Medio Oriente. Sostanzialmente è isolata da questo punto di vista e venendo meno il ruolo determinante degli Stati Uniti nella Nato è anche messa a dura prova, come Stati europei, nella questione della loro politica di difesa. Ha dimostrato una certa coesione che però su alcune tematiche, soprattutto come muoversi non solo nel contesto mediorientale ma sull’Ucraina e in generale nei confronti della presidenza americana, ha cominciato a mostrare alcune crepe. Vedremo cosa accadrà in seguito alle prossime elezioni: se ridisegneranno una nuova classe politica capace di rafforzare l’Unione Europea e le sue istituzioni”.













































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