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TACCUINO MEDIORIENTALE. L'ottimismo di Trump e l'opportunismo degli ayatollah nel puzzle iraniano

IRAN. Alla lettura dei quotidiani italiani ed esteri, il più ottimista sull'esito di una rapida chiusura della guerra è colui che l'ha accesa, cioè il presidente americano Donald Trump, ma che comunque minaccia di riprendere massici attacchi sull'Iran. Ed è lo stesso che dall'inizio delle ostilità con Teheran, giustificate dall'opportunità di anticipare le mosse dell'alleato Netanyahu (perché non frenarlo, invece, come sembrano dire i sondaggi in America che danno in ribasso i pro Israele?), ha dichiarato di volere distruggere un'intera civiltà, che gli ayatollah erano piegati, salvo poi costringere anche l'America First a scoprire, come ha affermato ieri, 6 maggio, il Washington Post, che i "nemici" hanno provocato più danni e morti all'esercito più potente del mondo, di quanto non abbia riferito l'inquilino della Casa Bianca, al quale sempre più i suoi concittadini vorrebbero dare l'ingiunzione di sfratto.[1]

Intesa vicina, comunque, ha insistito per tutta la giornata di ieri Trump, reclamando la bontà del suo piano articolato in 14 punti, anche se rimane in sospeso quello più importante, il nucleare, cui gli iraniani non vogliono rinunciare. Non a caso, il Tehran Times, con tempestività tutta di parte e pronta a sfruttare la contingenza della tregua e dell'impasse militare in cui si ritrovano gli Stati Uniti, in particolare sulle azioni da adottare per lo Stretto di Hormuz, ha riporta l'iniziativa di un gruppo di 30 democratici della Camera, guidati dal rappresentante Joaquin Castro che ha inviato al Segretario di Stato Marco Rubio una lettera che fa ciò che nessuna fazione del Congresso ha mai osato: richiedere "all'amministrazione Trump di riconoscere pubblicamente l'arsenale nucleare non dichiarato di Israele e di fornire un rendiconto dettagliato delle sue testate, della produzione di plutonio a Dimona, dei sistemi di consegna e delle linee rosse che potrebbero innescarne l'uso".[2] E non a caso, i più critici sugli ottimismi di Trump sono propri i vertici di Israele, con il governo Netanyahu pronto a riprendere i bombardamenti sull'Iran.

Nel frattempo la leadership iraniana, che già prima della guerra del giugno scorso era isolata, "bombardata" da critiche per la sua politica repressiva ed omicida, giro il mondo alla ricerca di consensi. Effetto della "lungimiranza" di Trump, succube di Netanyahu. Ieri, infatti, i media iraniani hanno dato ampio risalto alla visita del Ministro degli Esteri Abbas Araghchi che ha incontrato a Pechino alti funzionari cinesi, incluso il suo omologo Wang Yi. Wang (la settimana prossima, il 14 maggio, è prevista la visita di Trump in Cina in un clima tutt'altro che disteso tra i due Paesi). E la sintesi dell'incontro non poteva che essere una rivendicazione del "legittimo diritto dell'Iran all'uso pacifico dell'energia nucleare, in un quadro che vede la Cina sostenere il Paese nella salvaguardia della sua sovranità e sicurezza nazionale e nella denuncia della guerra 'illegittima'.[3] Qualora vi fossero ancora dubbi sull'uso cieco della forza... privo di strategia diplomatica con il coinvolgimento degli alleati, in primis europei.


LIBANO. Non solo di guerra si parla sui media internazionali dopo che da ore circola on line la foto di un soldato israeliano[3] che ha profanato una statua della Vergine Maria nel sud del Libano. Ieri i vertici della forze armate di Tel Aviv hanno definito l'incidente serio e promesso azioni disciplinari contro il militare, notizia riportata anche dai quotidiani israeliani.[4]

Intanto, nell'area del Libano a contatto con Israele la drammatica situazione è messa a fuoco dal titolo on line del quotidiano L'Orient-Le jour: Un altro giorno mortale in Libano mentre l'esercito israeliano intensifica gli attacchi nella valle della Bekaa[5] Del resto, prosegue il quotidiano, "il capo dell'esercito israeliano, il tenente generale Eyal Zamir, è stato esplicito nel confermare che Israele vuole "cogliere ogni opportunità" per smantellare Hezbollah". Opportunità che l'IDF ha concretizzato immediatamente ieri con attacco sulla parte meridionale di Beirut che ha portato all'uccisione, rivendicata da Netanyahu e dal ministro della difesa Katz, di Malek Ballout, "comandante della forza al-Radwan", l'unità d'élite di Hezbollah (Partito di Dio), che continua a colpire Israele, in un gioco perverso di colpo su colpo, che allontana qualunque soluzione ragionevole al centro della quale vi dovrebbe essere il legittimo governo libanese. Ma presidente Aoun e primo ministro Salam sono politicamente deboli e nell'impossibilità di procedere al disarmo dell'organizzazione sciita. Così ci si ritrova nell'assurda situazione di un primo ministro comprensibilmente riluttante ad incontrare il suo omologo Benjamin Netanyahu perché "la priorità immediata del suo Paese è di ottenere un cessate il fuoco prima di passare a negoziati più ampi" e devono includere il ritiro dell'esercito israeliano nei suoi confini. Ma se Hezbollah non depone le armi, come si ferma la guerra, che dal 2 marzo ha consumato le vite di circa 2.700 persone e ne ha ferite oltre 8mila?


Note

[1] Titolo: L'Iran ha colpito molte più risorse militari statunitensi di quanto riportato, mostrano le immagini satellitari. Nel sommario: "Immagini pubblicate dai media affiliati allo Stato iraniano e verificate da The Post mostrano danni ad almeno 228 strutture o equipaggiamenti in siti militari statunitensi". in The Washington Post - Ultime notizie e ultimi titoli, notizie degli Stati Uniti, notizie mondiali e video

La notizia appare anche sul quotidiano israeliano Haaretz in Report: Iran Hit at Least 228 U.S. Assets Across 15 Middle East Bases - Iran News

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