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L'atomica e il pretesto: la storia che unisce Trump e Netanyahu

di Marcello Croce


L’intera questione giustificativa dell’attuale campagna aerea israeliano-americana sull’Iran – cioè la costruzione dell’arma nucleare – offre un’impressionante analogia con quanto avvenne nella lontana estate del 1939, poco prima dell’inizio della Seconda guerra mondiale. È la questione storico-politica della prima bomba atomica. La narrò lo storico Robert Junck, tedesco ed ebreo che lasciò la Germania nel 1933, in un libro tradotto e pubblicato nel lontano 1956 dal più straordinario e coraggioso dei grandi editori italiani, Giulio Einaudi.[1]


Nernst: "Viviamo su un'isola al fulmicotone"

Però bisogna tornare ancora più indietro. Verso la fine della Prima guerra mondiale il mondo della scienza, scindendo l’atomo, raggiunse la possibilità di trasformare la materia in energia. Nel 1921 il fisico tedesco Walter Nernst avvertiva: “Noi viviamo su un’isola di fulmicotone” per spiegare quale terribile energia fosse  ricavabile da un solo atomo di materia.

Era appena cessato il lungo sterminio prodotto anche dalle invenzioni scientifiche. Eppure le cronache continuano, imperterrite, a sorvolare sulla rivoluzione antropologica determinata dalla Prima guerra mondiale; e arrivano persino a dire di un clima idilliaco esistente nella cosiddetta internazionale degli scienziati. Tanta pacifica concorrenza sarebbe durata, sempre secondo le cronache, poco meno di una quindicina d’anni, fino all’arrivo di Hitler.

È un quadro poco credibile. Le formule dei teorici, come quella dell’equivalenza tra materia ed energia, e le scoperte dei ricercatori non solo stavano mutando millenari equilibri tra uomo e natura, ma contenevano un’implicita e incalcolabile violenza, mascherata di idealità o neutralità scientifica. La chimica e la meccanica erano state protagoniste omicide nella lunga guerra in cui decine di milioni di uomini si erano combattuti. Le liste di proscrizione di Hitler, nella Germania del 1933, non misero in agitazione un pacifico e laborioso formicaio, ma sconvolsero i ranghi di un esercito di scienziati che già da molto tempo stavano esplorando le indefinite possibilità di agire artificialmente sulla natura per usarne gli effetti a scopo bellico.

Con la vittoria di Hitler però venne alla luce un conflitto che da anni opponeva scienziati ariani e scienziati ebrei: due premi Nobel, Lenard e Stark, avevano accusato la relatività di Einstein di essere solo un bluff ebreo. E l’espulsione dall’Università di Göttingen di sette professori, tra cui Max Born, segnò una data decisiva, perché portò direttamente dentro la comunità scientifica tedesca il segnale della guerra civile che, cominciata nel 1917 in Russia come guerra contro la borghesia, si allargò alla Germania come guerra contro la cospicua minoranza ebraica. L’esodo dei fisici di origine ebraica dalla Germania, come Max Born e Jacob Franck, diventò tuttavia una faccenda internazionale. Da Copenaghen un decano come Niels Bohr esortava gli scienziati tedeschi ad abbandonare il loro paese.

Ma non la ristretta Danimarca, bensì gli Stati Uniti dell’inizio dell’età rooseveltiana divennero il rifugio fatale dell’esodo scientifico dalla Germania. Nell’autunno del 1933 Einstein aveva lasciato Berlino per l’università di Princeton.

La presidenza di Roosevelt offre una coincidenza con la führung - la guida - di Hitler: ebbe la stessa durata (il presidente americano venne rieletto altre tre volte di seguito). E allora negli Stati Uniti, non dimentichiamoci, operavano le leggi razziali degli anni Venti, che sbarravano le porte agli europei del continente. Fece tuttavia eccezione a questo l’immigrazione intellettuale e scientifica dalla Germania di Hitler, agevolata dalle autorità americane. Alla fine del 1945 si contavano almeno 15.000 intelligenze europee passate negli USA dalla fine degli anni Venti in poi. 


Primi sostenitori dell'uso militare dell'atomo

Nel corso degli anni Trenta per la prima volta entrò in discussione l’uso politico e bellico dell’energia atomica. Nel 1932 a Cambridge il fisico Chadwick scoprì la chiave per la fissione dell’atomo: il neutrone. Nel 1935 il fisico Joliot-Curie, nel discorso con cui ricevette il Nobel assieme alla moglie, disse: “È lecito pensare che gli scienziati, i quali a loro piacere possono creare e distruggere elementi, riescano a realizzare anche trasformazioni nucleari di carattere esplosivo”. Furono dei fisici mitteleuropei di origine ebrea come Szilard, Wigner e Teller, che da anni lavoravano in Germania e poi, per il clima di intimidazione venutosi a creare, emigrati in America, i più accaniti sostenitori dell’utilizzazione militare della scoperta.

Fu Enrico Fermi, in Italia, nel 1934, il primo a scindere artificialmente l’atomo dell’uranio. Però senza saperlo, poiché credette di avere scoperto un nuovo elemento, grazie alla potenza degli effetti della particella scoperta da Chadwick, il neutrone. E solo verso il Natale del 1938, a Berlino, i fisici Hahn e Lise Meitner scoprirono che Fermi invece aveva disintegrato l’atomo dell’uranio.

Benito Mussolini a Roma, per l’interessamento di Marconi, aveva appoggiato la nascita di un Istituto di fisica dove alcuni giovani ricercatori, fra cui Enrico Fermi, erano la punta avanzata di una esperienza di ricerca tutta italiana. Il nome di Fermi è diventato celebre perché lo scienziato italiano, emigrato in USA nel 1938, ebbe parte fondamentale nella costruzione della prima bomba atomica.

Nel 1927 il gruppo dei fisici romani era partito in modo quasi informale: con Fermi c’erano Rasetti, Majorana, Gentile (figlio del filosofo), Segrè, Amaldi. E nel 1929 Fermi aveva avuto l’onore di entrare all’Accademia d’Italia. Inserito nei posti di prestigio del regime fascista, era redattore (come Direttore di Sezione) della Treccani voluta da Giovanni Gentile. Fra il 1935 e il 1938 fu nel Consiglio d’Amministrazione dell’EIAR (la radio di stato) e del Consiglio Superiore dell’Educazione Nazionale (la scuola del regime). Nel 1937 entrò nel Consiglio Direttivo del C.N.R. 

Tutto ciò non gli impedì, ritirando il Nobel per la fisica nel 1938 a Stoccolma, di non tornare più indietro e traslocare negli USA. C’è da dire che l’enfant-prodige della fisica italiana aveva moglie di famiglia ebrea. Nel luglio del 1938, non dimentichiamolo, c’erano state le leggi razziali, che letteralmente snazionalizzavano e toglievano parte dei diritti civili e politici alla gente italiana di origine ebraica. Ed era in atto, sui giornali, una maramaldesca gazzarra contro italiani, persino fascisti e nazionalisti, di origine ebrea.

Ma questa ragione per Fermi, allora saldo in sella nei vertici culturali del regime, sa forse di pretesto. Egli aveva trascorso quasi tutte le sue estati nelle università americane, in Michigan (1930, 1933, 1935), a New York (1936), in California (1937). La moglie Laura in una memoria racconta che a suo marito “era stato offerto varie volte di andare in America”. Nel dicembre i due coniugi da Stoccolma, dopo una sosta a Copenaghen da Bohr, s’imbarcarono per New York.


Il mistero Majorana e il teorema di Einstein

Il 17 marzo del 1939, e dunque molto prima dello scoppio della guerra in Europa, Fermi cercò l’ammiraglio Hooper chiedendogli di interessare la Marina americana al progetto di una reazione a catena dell’atomo, cioè di una bomba atomica. La ragione era, secondo il fisico italiano, la necessità di prevenire la Germania nazista.

Si può qui fare un cenno al caso Majorana. Il fisico, come tutti sanno, scomparve improvvisamente nella primavera del 1938 e non lasciò più alcuna notizia di sé. Si è scritto molto sul suo caso. Fermi, che non era un modesto, giudicò Majorana non solo uno scienziato di primo rango, ma un genio come Galileo e Newton. Tuttavia aggiunse che gli mancava il buon senso. Che cosa intendeva dire? Majorana sembra avesse in grande antipatia Fermi (cit. da Tullio Regge). Per questo, sempre secondo la citazione di Regge, Majorana avrebbe lasciato l’Italia. Che cosa significa? La scomparsa di Majorana (che aveva simpatizzato per la Germania) sembra legarsi in un nodo oscuro, denso di domande che forse non avranno mai risposta, con la decisione di Fermi di lavorare per gli americani. Nel giugno del 1939 anche Szilard, alla testa dei fisici della Columbia University di New York (la stessa di Fermi), interessò la Marina alle esperienze atomiche. La Marina rispose che mancavano i fondi necessari.

Ma il 2 agosto del 1939 invece fu Einstein a firmare un nuovo documento ufficiale, nel quale chiedeva questa volta direttamente al governo americano di costruire la bomba atomica. La mobilitazione degli scienziati ebrei emigrati contro la Germania di Hitler toccò il vertice in quel momento. Einstein era inequivocabilmente il rappresentante più convincente e Roosevelt l’interlocutore più accreditato per l’esecuzione del progetto della bomba. Il consigliere privato della Casa Bianca, il finanziere A. Sachs, si era incontrato ripetutamente con il fisico Szilard consigliando di coinvolgere qualcuno che “avesse porta aperta presso il presidente Roosevelt”. Venne suggerito che Einstein scrivesse una lettera e questo egli fece in lingua tedesca. La lettera venne ripresa da Szilard (nella foto) in due versioni, una più lunga dell’altra. Einstein scelse infine la versione più lunga.

La lettera di Einstein dava corpo alla convinzione, espressa con molti particolari precisi, che la Germania stesse effettivamente considerando “la possibilità di provocare in una grande massa di uranio una reazione a catena che svilupperebbe ingenti quantità d’energia”. In realtà la lettera collegava tra loro dei fatti indipendenti e delle supposizioni, così da costruire una specie di teorema. 

La risposta da Washington arrivò solo due mesi e mezzo dopo, quando la guerra in Europa era nel frattempo cominciata. In realtà fu Sachs a trattenere la lettera con sé fino al momento opportuno. Sachs ricorse perfino a Napoleone per convincere Roosevelt. Napoleone aveva sbagliato a non ascoltare l’inventore Fulton che gli offriva il battello a vapore per invadere l’Inghilterra. Sachs inoltre tornò sulla convinzione dei fisici ebrei che il mondo scientifico tedesco la stesse preparando. Roosevelt fece subito ciò che Einstein aveva chiesto: unire un Comitato di scienziati. Vennero fatte ulteriori pressioni per scuotere la lentezza burocratica governativa.

C’è da domandarsi: Einstein sapeva che le tesi portate al presidente Usa riguardo ai tedeschi, erano, almeno per il momento, infondate? Lo sapevano Szilard e il consigliere Sachs? Lo sapeva Fermi? Oppure ebbe un ruolo essenziale il semplice sospetto? O forse nemmeno quello, ma lo scopo di rendere giustificata una resa dei conti con Hitler in termini drastici, apocalittici?


Il sospetto verso la Germania nazista

Anni dopo, Einstein si disse pentito della decisione presa nel 1939. Ma ciò accadde solo dopo la capitolazione della Germania. Egli inoltre cercò, anche maldestramente, di sminuire il ruolo da lui avuto. Ma allora aveva un’altra volta scritto a Roosevelt, per renderlo più convinto e deciso. L’immagine di questo grande fisico è oggi popolare e resa curiosa da una aneddotica, che risale all’antico stereotipo del filosofo distratto e a quella (romantica) del genio scapigliato. Inoltre viene accreditata, con alcune ragioni, una versione che lo rappresenta come impenitente pacifista. Tuttavia sarebbe umiliante per Einstein affermare che non sapeva bene ciò che domandava a Roosevelt quando gli scrisse quelle lettere. La verità è che Einstein divenne il più autorevole rappresentante della mobilitazione antitedesca dei fisici emigrati in America (il solo a dissociarsi fu Max Born, che scelse di insegnare a Edimburgo), i quali da quel momento imposero la segretezza a tutte le loro ricerche, per escluderne gli scienziati tedeschi.

Però i tedeschi non fecero la stessa cosa. Le loro pubblicazioni continuarono a circolare e questo poté venire inteso, in America, addirittura come un’onestà sospetta. Tuttavia il fisico Heisenberg, già allievo di Bohr e premio Nobel a 32 anni, visitò gli Stati Uniti nell’estate del 1939 e fu alla Columbia University, dove non accettò l’offerta di una cattedra che gli venne fatta affinché si fermasse in America. Anche Fermi cercò invano di convincere il suo collega tedesco a lavorare per gli americani. La cattura dei fisici tedeschi nell’aprile del 1945 da parte di una missione militare speciale degli Alleati dette luogo alla scoperta che un progetto per la costruzione di una bomba atomica non era mai esistito: la fisica nazista, benché fin dal 1942 fosse al corrente dei principi che stanno alla base della reazione a catena, stava lavorando da anni a un semplice reattore. Ancora nel 1941 il chimico tedesco Reiche, appena sbarcato in America, riferì che fino a quel momento i tedeschi non avevano lavorato alla bomba.

Alla direzione dell’Istituto di fisica "Kaiser Wilhelm" di Berlino, Heisenberg attuò per tutta la guerra il programma di ignorare qualsiasi applicazione dell’energia dell’atomo per scopi bellici, persuaso che esistesse nella comunità internazionale degli scienziati un tacito ma fermo patto comune. Nell’autunno del 1941 s’incontrò a Copenaghen con il suo maestro e decano Niels Bohr, che nonostante l’occupazione militare tedesca era regolarmente in contatto con i fisici d’Oltremanica e al di là dell’Atlantico. Tuttavia, nonostante le rassicurazioni di Heisenberg, Bohr convinse in seguito gli anglo-americani ad accelerare il progetto della bomba. Quando si incontrò con Heisenberg, Bohr proprio non sapeva quel che stavano facendo gli americani, o con il suo allievo fu semplicemente reticente?

I fisici tedeschi – scrive Robert Junck nell’opera citata – seguendo la voce della loro coscienza volevano impedire la costruzione di bombe atomiche, mentre i loro colleghi negli stati democratici si dedicarono con tutte le loro forze a realizzare la nuova arma”.


La corsa verso l'abisso nucleare

Alla fine del 1942 un gruppo guidato da Fermi costruisce a Chicago una pila atomica, dimostrando così la possibilità di usare l’energia scatenata dall’atomo. Proprio nel 1942 Roosevelt e Churchill si erano accordati per concentrare insieme gli sforzi nella costruzione della bomba atomica in USA. Fu l’avvio del Manhattan Project, in cui fu decisa la militarizzazione dei fisici, erigendo un muro di segretezza tutto attorno. Come un’organizzazione segreta, dodici persone sole ebbero la visione dell’insieme del progetto, mentre altre 150 mila persone vi lavorarono senza saperne lo scopo.

Vennero erette tre città segrete, di cui Los Alamos, nel deserto dell’Arizona, fu il luogo in cui venne costruita la bomba. Si aveva l’obbligo di tacere e di mentire. Esercito e controspionaggio sottoposero i loro abitanti, che vivevano in baracche, sotto strettissima censura e sorveglianza. Era la vita di un campo di concentramento, ma i suoi internati erano formiche esclusivamente comandate a costruire la macchina di sterminio. Anche lui arrivato in America nel 1943, Niels Bohr finì con gli altri a Los Alamos e stentò a adattarsi a quella disciplina carceraria. Direttore di Los Alamos fu Robert Oppenheimer, americano di origine tedesca che, come quasi tutti i fisici atomici americani, era stato iniziato a Göttingen.[2]

Nella primavera del 1945 venne scelto il tipo di bersaglio della bomba. Doveva essere una città densamente abitata e costruita, però non ancora danneggiata da precedenti bombardamenti. Ma ora avvenne una svolta imprevista e di importanza capitale. La Germania era arrivata alla capitolazione, e la bomba non era arrivata in tempo.

L’obiettivo allora venne spostato sul Giappone. Le cronache raccontano che i responsabili del Manhattan Project erano tormentati dalla paura che la guerra cessasse prima che la bomba fosse pronta. Nella lista nera delle città predestinate era stata inclusa anche Kyoto. La fine della guerra contro la Germania ebbe tuttavia un altro effetto: sconvolse le ragioni di uno dei più forti sostenitori della costruzione della bomba, Leo Szilard. Non doveva essere sganciata sui tedeschi? Ora invece la prima bomba poteva diventare un annuncio di future guerre catastrofiche. La guerra fredda stava per iniziare. Ancora una volta Szilard convinse Einstein a firmare una lettera indirizzata a Roosevelt, nella quale si chiedeva di non impiegare la bomba, per non avviare una corsa agli armamenti dagli effetti imprevedibili. Roosevelt non la ricevette mai, morì il 12 aprile.


Il nuovo presidente Truman creò subito una nuova commissione di esperti. Ma il vero compito specialistico venne affidato al cosiddetto scientific panel, una sottocommissione composta da Oppenheimer (nella foto con Einstein), Fermi, Compton e Lawrence che lavoravano direttamente al progetto Manhattan. Essi tuttavia non misero nemmeno in questione se la bomba dovesse venire usata. Spinti dal colonnello Groves, il responsabile numero uno del Manhattan Project, fanaticamente deciso a lanciare comunque la bomba, la commissione lavorò due giorni fra il 31 maggio e il 1° giugno, col risultato di raccomandare a Truman di impiegare al più presto la bomba contro il Giappone, senza alcun preavviso né monito ai giapponesi, su una città che fosse stata costruita con edifici molto infiammabili. 

Nonostante la segretezza, la raccomandazione della commissione trapelò subito negli ambienti scientifici americani, provocando tuttavia una reazione contraria così forte da suggerire la preparazione di un rapporto sulle conseguenze per il futuro del mondo. L’Università di Chicago affidò la stesura di questo rapporto a sette scienziati, fra cui Leo Szilard che adesso si batteva apertamente contro l’uso della bomba. Come una petizione solenne, nel caldo afoso di mezzo giugno, quando ormai il Giappone stava agonizzando sotto i bombardamenti a tappeto, il rapporto raggiunse il Ministro della guerra, tal Stimson. Stimson passò il Franck Report (così di denominò la controrelazione degli scienziati divenuti contrari, dal nome del loro più autorevole rappresentante, ex-professore di Göttingen) ai quattro del scientific panel, tra i quali sappiamo si trovava anche Fermi. Così il destino di Hiroshima e di Nagasaki venne di nuovo a dipendere da un sì o un no pronunciato da questi quattro fisici. La petizione per salvare il Giappone dallo sterminio atomico venne respinta con l’opposizione del solo Lawrence.


Il Giappone, paese da sacrificare alla bomba

A Los Alamos intanto i lavori si intensificarono come non mai. Ormai l’evento si era impossessato delle menti e le conduceva implacabile verso il suo compimento. Come si sa la prima bomba venne sperimentata nella metà di luglio ad Alamogordo, 320 chilometri distante dalla mesa di Alamo, fra stretti canyons isolati nel deserto del New Mexico. Le menti di tutti quegli uomini erano invasate da una terribile volontà di potenza. A chi sollevava obiezioni contro l’uso della bomba, lo stesso Enrico Fermi aveva esclamato: “Lasciatemi in pace con i vostri rimorsi di coscienza, è una fisica così bella!” (op.cit.).

Così un gruppo di scienziati si unì in un solo delirio. Il mondo non ne doveva sapere nulla. Tuttavia anche questa volta le parole volarono sussurrate tra i vari laboratori del Manhattan project e di nuovo fu l’ambiente scientifico di Chicago a sollevare la sua inquietudine contro il prevedibile lancio della bomba sul Giappone. Per iniziativa del ravveduto Szilard fu inoltrato un appello al presidente Truman.

Una volta ancora la sorte di Hiroshima e Nagasaki venne sottoposta al verdetto di quattro uomini: quel scientific panel che sappiamo costituito da Oppenheimer, Fermi, Compton e Lawrence. Avrebbero potuto diventare simboli di umanità.  La decisione venne loro affidata sulla base di un nuovo teorema. Come l’atomica era stata costruita sul presupposto che bisognava arrivare prima di Hitler, così ora si affermava che solo la bomba avrebbe indotto il Giappone a capitolare.

Ma non era vero. Il governo di Tokio aveva avanzato due richieste di discutere la resa: la prima a Berna dove aveva sede il capo del servizio informazioni americano Dulles, l’altra su iniziativa dell’imperatore Hirohito che aveva chiesto la mediazione dell’Unione Sovietica. Gli americani sapevano di questi tentativi, ma il presidente Truman li ignorò. Forse prevalse la considerazione dei due miliardi di dollari fino ad allora spesi per la bomba.

Benché si faccia di tutto per non ricordarsene, si sa quel che accadde il 6 e il 9 di agosto. I due mostri ebbero nome little boy e fat man, ragazzino e grassone. Novecentomila gradi di calore liquefecero i tetti degli edifici: c’erano 51 templi a Hiroshima (nella foto, dopo l'esplosione). Le ombre umane si stamparono sull’asfalto. L’onda d’urto e la radioattività fecero il resto. Mai un così grande numero di uomini è stato sterminato in un solo istante. A Los Alamos la notizia dell’esito felice del lancio della bomba fu data da Truman alla radio e tra i fisici suscitò un vero tripudio entusiastico. Uno di loro, R.B. Brode, tempo dopo si giustificò: “Finalmente le nostre famiglie e i nostri amici sapevano perché eravamo scomparsi da anni. Avevamo fatto il nostro dovere. Io personalmente non sento nessun rimorso”. Nel 1956, dopo la sua emarginazione per sospetto tradimento a favore dell'Unione Sovietica, Oppenheimer confessò: “Abbiamo fatto la parte del diavolo”. Ebreo tedesco-americano, era stato anche lui uno studente di Göttingen.

 

Note

[1] R. Junck, Gli apprendisti stregoni, Torino 1953. Junck – che intervistò direttamente anche Oppenheimer, Fermi, Bohr e Heisenberg – ebbe nel 1986 il Right Livelihood Award (“Nobel alternativo”) per il suo impegno contro la minaccia nucleare.

[2] Su questo tema, rinvio qui all’eccellente versione cinematografica di Christopher Nolan (“Oppenheimer”), del 2023.

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