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Confermata la morte di Larijani, nuovo messaggio forte di Israele

Una sconfitta di alto profilo per la leadership iraniana: è questa l'opinione dominante in Medio Oriente per l'uccisione da parte di Israele del numero uno del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale, Ali Larijani, considerato uno dei personaggi di spicco dell'apparato politico e di sicurezza iraniano, ai vertici nel decidere la politica di Teheran nella guerra contro gli Usa.[1]

La sua morte è stata confermata ufficialmente dal governo iraniano e in una dichiarazione il Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale ha descritto la morte di Larijani come un martirio, confermando che è stato ucciso insieme a suo figlio e ai membri della sua scorta di sicurezza.

L'uccisione di Larijani, rischio calcolato da Israele e forse persino cercato dagli strateghi di Tel Aviv per mettere all'angolo il regime degli ayatollah, potrebbe rappresentare lo snodo di una prossima escalation nell'area dagli esiti però imprevedibili, anche per le decisioni che verranno assunte a breve termini dal presidente americano Donald Trump. Nell'uno e nell'altro caso, la guerra continua e le spaccature in Medio oriente e in Occidente non saranno facilmente ricomponibili, a dispetto delle matematiche certezze di chi crede solo e unicamente nella forza.


Le dimissioni di Joe Kent

E gli echi di un imbarazzo concreto per la conduzione della guerra cominciano a diffondersi anche negli Stati Uniti, dove la critica al presidente Trump viene esercitata non soltanto da suoi ex collaboratori, ma da chi oggi si dimette, in contrasto con le linee guida della Casa Bianca. L'ultimo ed eclatante caso è quello di Joe Kent, direttore del centro Usa antiterrorismo, che in un post su X ha annunciato di rinunciare alla sua posizione, ad appena pochi mesi dalla nomina. Uno smacco per Trump, in particolare per le ragioni addotte da Kent: "Non posso in coscienza sostenere la guerra in Iran. Esso non rappresentava una minaccia imminente per la nostra nazione, ed è chiaro che abbiamo iniziato questa guerra a causa della pressione di Israele e della sua potente lobby americana".

Affermazione pesante, che rischia di ricadere con una duplice valenza negativa sulla Casa Bianca: da una parte, è quanto di più facile per Israele assumerla come prova dell'antisemitismo che circola in America, anche nei circoli MAGA che sostengono Trump; dall'altra, si potrebbe trasformare in una seria pressione psicologica per indurre Trump a intensificare la guerra contro l'Iran proprio per dimostrare di non essere condizionato dal sistema di potere di Tel Aviv. Davvero un pericoloso cul de sac per Washington e il mondo.


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