L'ora fatale dello Stabilicum, governo Meloni all'offensiva
- Marcello Croce
- 12 ore fa
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di Marcello Croce

La scadenza elettorale prevista nell’ottobre del prossimo anno rappresenta prima di tutto la sfida tra due avversari irriducibili: da un lato, l’intera classe politica italiana, e dall’altro l’assenza popolare. È noto che la percentuale di astensione dal voto è andata salendo vertiginosamente, fra il 2006 e il 2022. Questa la progressione aritmetica: 16,4% (2006), 19,5% (2008), 24,8% (2013), 27,1 (2018), 36,1 (2022).
Deve però subito essere chiarito, che questo non significa – a ben vedere – un disinteresse popolare nei confronti della politica, perché a causa di queste cifre lo stesso concetto di politica ha dubbio significato: almeno quello esposto dalla nostra Carta costituzionale. Com’è noto, il significato è nel primo articolo, dove l’Italia è definita “una repubblica democratica”. Qui sta il punto critico.
Primo "comandamento": tutelare la classe politica"
A dirla in breve, è offeso il concetto di rappresentatività, nella misura in cui questo termine – come avviene per tutti gli organismi politici del mondo – esprime l’esercizio della sovranità (del popolo, dice la Costituzione, cioè dell’intero) attraverso la relazione speculare fra rappresentanti (la classe, l’élite politica) e rappresentati (i cittadini, la popolazione).
Ora in Parlamento si è preso a discutere di riforma della legge elettorale che sulla scia dei vari Porcellum e Rosatellum si abbevera al vezzo del latinorum ed è diventato noto come Stabilicum. Si vorrebbe, a destra, passare a un meccanismo che assicuri più solida stabilità di governo (intesa come pura sopravvivenza temporale). La sinistra contesta e teme invece un colpo di forza, che miri indebolire il ruolo dell’opposizione.
Portare il dibattito principalmente sui meccanismi del conteggio dei voti significa dunque ignorare (in senso transitivo) la malattia vera, la crisi di rappresentatività, che così non viene minimamente presa in considerazione. Sia a destra che a sinistra sembra che si cerchi solo di tutelare la classe politica, quella che ora governa e quella che ora sta all’opposizione. Ma la vera malattia – della politica, appariscente nell’astensionismo – è strutturale e concerne lo stesso concetto di democrazia, dato che investe entrambe le parti, la classe politica e i ceti popolari.
Una classe politica (al potere e all’opposizione) che rappresenta solo il 67% degli aventi diritto al voto (agli astensionisti andrebbero aggiunti poi anche i 5 - 6 milioni di immigrati) contraddice e rende solo retorica la definizione di sovranità popolare. E a tutti gli effetti, una riforma limitata a variare il modo di calcolare l’effetto distributivo dei voti equivale a curare un’artrosi facendo fare al malato degli esercizi respiratori.
La comunicazione, "nuova relazione umana"
Ammesso dunque che il male sia alla radice e coinvolga tutti, classe politica e popolazione, destra e sinistra, governo e opposizione, occorrerà portare l’attenzione sul senso della politica andando fino alle radici. Politica vuol dire relazione; chiama in causa, cioè, il legame fra i singoli e l’intera comunità alla quale appartengono.
Sappiamo che alla fine del XX secolo si aprì un accanito dibattito sulla natura di questa relazione. Un duro confronto critico tra società chiusa e società aperta (Popper) spiegò le vele al “mondo senza confini” che inaugurò la stagione del neo-liberismo e della globalizzazione socio-economica. Ne derivarono, con l’irruzione delle ultime tecnologie pervasive (in senso oggettivo) ulteriori e profondi effetti di mutazione antropologica.
Ciò vale anche a dire che proprio la categoria “politica” per eccellenza, quella di relazione, ne fu investita in modo radicale.
La relazione umana nel XXI secolo è divenuta comunicazione e questo mutamento riguarda proprio la concezione politica della rappresentanza. Non è questo il luogo per discutere più a fondo l’argomento. Ma faccio semplicemente osservare che la rappresentanza classica, fino a pochi decenni fa, implicava necessariamente al suo interno una mediazione sociale, i cosiddetti corpi intermedi, la cui attiva influenza era determinante. E in cosa consisteva la forza dei corpi intermedi? Consisteva nell’intermediazione dialettica fra singoli cittadini ceto politico. Partiti, sindacati, associazioni laiche e religiose, centri di cultura e di svago di ogni tipo concorrevano a pretendere contenuti dalla politica, la cui responsabilità consisteva nel farne oggetto di decisioni in conformità con l’interesse dell’intera comunità. La comunità, infatti, non è semplicemente una cosa che c’è, ma è una tensione finalistica continua.
La società della comunicazione ha progressivamente ridotto la forma storica della relazione al cosiddetto contatto, abolendo le distanze attraverso la tecnologia ma facendo venir meno la dimensione vitale del rapporto. Oggi tutti sono in contatto con tutti, i social riversano ininterrottamente informazioni; ma la relazione, questa, è scomparsa e con la relazione sono scomparse le forme aggregative di appartenenza, ossia le forme culturalmente connotate.
Tutti siamo in contatto con tutti, ma abbiamo mai esaminato da vicino cosa è veramente il contatto? È il contrario del riconoscimento. Ci si riconosce nella relazione comunitaria, cioè entro un intero. Il contatto invece non presuppone un tutto, l’individuo è solo: analogamente all’accostarsi di sedie nel vuoto.
Una domanda s'impone: vogliamo davvero essere una comunità libera?
«La libertà non è star sopra un albero… la libertà è partecipazione» cantava Giorgio Gaber nei primi anni 70, al primo albeggiare della politica-spettacolo, allorché si profilò la prima, grande spaccatura generazionale nell’Italia del dopoguerra. La politica-spettacolo culminò poi nei tragici processi televisivi dei giudici di Mani pulite.
Oggi, invece, per lo più la politica parla ai cittadini attraverso il chiacchiericcio mediatico quotidiano. Donde il senso di vuoto, ovvero la mancanza di interazione dialettica fra la classe politica e i bisogni vitali della comunità. Le grandi istituzioni di un paese che invecchia, famiglia, ospedali, scuole, previdenza sociale, servizi pubblici, carceri domandano alla politica una progettualità organica, al posto di improvvisazioni acrobatiche col solo intento autoconservativo dei banchi in parlamento. Quello che manca, è l’azione decisionale che può derivare solo da un riconoscimento originario di appartenenza collettiva, mosso dal coraggio e dall’audacia progettuali.
Dopo l’Ottantanove, è emersa in Italia una classe politica nata e nutrita nello spirito di un falso e alienante ottimismo, imbevuto di materialismo, adagiato in una pigra irresponsabilità assicurata per sempre dai paradigmi sorti dopo la Seconda guerra mondiale. Mi riferisco al significato della politica, l’arte di decidere, troppo a lungo ceduta alla volontà interessata delle grandi potenze internazionali. In certo senso, ha fatto ritorno un italiano vecchio di secoli, rimasto aggrappato al vecchio slogan citato da Gramsci nei suoi Quaderni dal carcere: “Si tratta dunque di una ripetizione del vecchio principio: Franza o Spagna, purché se magna. Granducato o Italia unita, purché le cose rimangano come sono: il fatto politico e nazionale è indifferente, ciò che conta è l’ordinamento economico-sociale che deve essere conservato contro le forze nazionali progressive”.[1]
In questo vuoto, l’astensionismo non potrebbe in alcun modo venire interpretato come un fatto politico. L’eccezione che fu rappresentata dal recente referendum sulla giustizia non fa che confermare la regola. Allora vi prevalse un no secco e nudo, a quello che forse era l’unico vero atto politico di questo governo. Ma non si potrebbe interpretare quel no come politico, anche se influenzato dai toni accesi e quasi ultimativi assunti nella campagna referendaria. Quel no ancora una volta era figlio del rifiuto astensionista, cioè dell’antipolitica.
Ben altra cosa, invece, è la partecipazione. Ma la domanda allora è questa: si vuole davvero essere una comunità libera? e cosa vuol dire questo allora?













































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