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L'annuncio di Israele: "siamo nel centro del male". Ma sono oltre 16mila i palestinesi uccisi

di Maurizio Jacopo Lami

"Siamo arrivati nel centro di Jabalya, in quello di Shuyaia anche e soprattutto nel centro di khan Yunis, nel centro del Male". Questa affermazione del comandante del fronte sud israeliano, generale Yaron Finkelman, suona come la tragica conferma che la guerra fra Israele ed Hamas sta davvero arrivando ad una nuova escalation.

Perché è subito detto: i luoghi nominati, soprattutto khan Yunis, sono le roccaforti di Hamas: si trovano tutte nella parte Sud della Striscia, quella che confina con l'Egitto e in questi luoghi la popolazione palestinese in fuga disperata dalla guerra si è rifugiata seguendo il preciso e perentorio ultimatum dell'IDF: "Palestinesi, se non volete subire la sorte dei criminali che appoggiano Hamas, fuggite dalla zona nord della Striscia e dirigetevi verso Sud. L'esercito israeliano non vuole colpirvi".

Perentorio e drammatico poiché in pratica è esattamente come a dire ad un uomo: "prendi la tua famiglia, fate i bagagli alla disperata e fuggite senza sapere che cosa vi riserverà il futuro".

Certo si può vedere il lato positivo: invece di bombardare selvaggiamente senza preavviso, gli israeliani danno almeno una possibilità di scampo ai palestinesi. Però non sfuggirà a nessun cuore non accecato dall'ira questa doppia tragedia: da una parte vedere persone che fuggono alla disperata insieme con i propri bambini, senza avere la minima certezza di cosa succederà; dall'altra la tragedia di vedere un popolo come quello ebraico che occupa un posto unico nella Storia, avendo vissuto ben duemila anni di persecuzioni, riuscendo contro ogni logica a mantenere la propria identità, costretto ad attaccare un altro popolo pur di assicurarsi un minimo di sicurezza.

Intanto il bilancio dei morti è terribile in ogni luogo del conflitto: Hamas parla di 16.200 vittime palestinesi a Gaza, di cui un terzo bambini e minorenni; in Cisgiordania si contano circa 240 palestinesi uccisi e la cosa più preoccupante è che il governo Netanyahu sembra lasciare carta bianca ai coloni più oltranzisti che letteralmente assediano alcuni villaggi.

In effetti, il premier israeliano dà l'impressione di avere perso ogni senso di responsabilità: definisce gli accordi di Oslo, quelli che nel settembre 1993 sancirono il più grande e nobile tentativo di fare la pace fra i due popoli come "un terribile errore". È incredibile. Ma invece di ripartire da quel progetto, per tentare di dare una minima speranza alla pace, di spezzare finalmente questa maledizione che sembra avvolgere arabi e israeliani, al contrario getta benzina sul fuoco, quasi che "non vi sarà mai alcun accordo, staremo sempre sul piede di guerra senza altra speranza". Così non ferma i coloni più estremisti, quelli che parlano della "Grande Israele che si estenderà dal Mediterraneo al fiume Giordano" e che stanno rendendo la situazione in Cisgiordania semplicemente ingestibile. Le azioni dei fanatici stanno creando un consenso enorme intorno agli estremisti palestinesi: è una catastrofe che si presenta come inarrestabile.

Infatti Netanyahu è preda di una specie di strano, terribile fatalismo e perfino con i parenti degli ostaggi israeliani non mostra più reattività: "In questa fase non possiamo riportare indietro tutti gli ostaggi, non è possibile".

Intanto l'esercito israeliano ha fornito cifre che danno l'idea di come i colpi inferti ad Hamas siano notevoli: sarebbero stati uccisi circa sessanta "comandanti militari" e oltre cinquemila miliziani islamisti. Se i dati corrispondono al vero, sarebbe un notevole successo militare, in attesa di vedere se l'assalto alla parte sud della Striscia di Gaza porterà alla morte o alla cattura dei leader di Hamas, in primis il famoso Yaya Sinwar.

Ma se queste offensive sul campo non saranno seguite da un seria proposta politica, altri conflitti ancora più tragici si annunciano all'orizzonte.

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