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L'ANNIVERSARIO. Mezzo secolo fa l'attentato fascista di Piazza della Loggia a Brescia

Aggiornamento: 27 mag

di Marco Travaglini


Il 28 maggio 1974 a Brescia, durante una manifestazione unitaria del sindacato, scoppiò una bomba in piazza della Loggia. Erano le 10 e 12 minuti di un martedì, e fu una strage fascista. In quel momento stava parlando il sindacalista della Flm Franco Castrezzati. Le sue ultime parole sono, per un caso singolare «A Milano… una bomba, una bomba, una bomba… aiuto».[1] Quella bomba stroncò la vita di otto persone, cinque erano attivisti della Cgil: Giulietta Banzi Bazoli di 34 anni, Livia Bottardi Milani di 32 e Clementina Calzari Trebeschi, 31 anni. Euplo Natali di anni 69, Luigi Pinto di anni 25, Bartolomeo Talenti di anni 56, Alberto Trebeschi di anni 37, Vittorio Zambarda di anni 60. Centodue furono i feriti. I colpevoli di quello che è considerato come uno degli attentati più gravi degli anni di piombo con la strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969,  quella del treno Italicus del 4 agosto 1974 e la strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980, per molto tempo non ebbero un volto e un nome. Solo dopo quarantatré anni e undici processi vennero riconosciuti colpevoli gli ordinovisti Carlo Maria Maggi e Maurizio Tramonte. Dopo moltissime reticenze e depistaggi che resero difficili e complicate le indagini sulla strage come se, scrisse Il Corriere della Sera, “la coltre di fumo sollevata dall’esplosione della bomba non si fosse dispersa, ma si fosse invece propagata sull’Italia intera”, la giustizia italiana mise un punto fermo nell’accertamento della verità sulla strage di Brescia. Oltre alla conferma degli ergastoli per i due appartenenti alla formazione neofascista Ordine Nuovo la procura di Bresca, quattro anni dopo, chiuse la nuova inchiesta su ciò che avvenne in piazza della Loggia quella tragica mattina e due anni più tardi rinviò a giudizio altri due uomini, entrambi veronesi e all’epoca giovanissimi, per concorso in devastazione e strage.

Marco Toffaloni e Roberto Zorzi[2], secondo la procura, sarebbero gli esecutori materiali della strage e cioè la manovalanza al servizio di Carlo Maria Maggi, il medico fascista capo in Veneto dell’organizzazione eversiva Ordine Nuovo, condannato all’ergastolo come ideatore della strage e morto nel dicembre del 2018. Ora il processo, si spera l’ultimo, dovrà dire la parola definitiva l’unica pagina giudiziaria ancora aperta sugli anni di piombo e della strategia della tensione. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel messaggio ai famigliari delle vittime in occasione di uno degli anniversari della strage, scrisse: "Sono con voi, e con i cittadini di Brescia, che non dimenticheranno mai la tremenda strage del 28 maggio 1974. Quel vile attentato stroncò otto vite umane, provocò il ferimento di un centinaio di persone e produsse una ferita profonda non solo nell'animo sconvolto dei familiari ma nell'intero corpo sociale del nostro Paese”. Il 31 maggio del 1974 a Brescia, parlando ai funerali delle vittime, il segretario generale della Cgil, Luciano Lama, presenti il presidente della Repubblica Giovanni Leone e il presidente del Consiglio Mariano Rumor, pronunciò un duro e ancora attuale monito.

Disse, tra l’altro: “Le minacce di un serio, ulteriore deterioramento della situazione economica e di conseguente caduta dell’occupazione, rappresentano a nostro giudizio un pericolo incombente per gli spazi che in tal modo si offrirebbero alle manovre eversive dei nemici della Repubblica. Il fascismo non solo in Italia ha sempre utilizzato le inquietudini e l’insicurezza sociale delle masse più diseredate per costruire sulla disperazione dei poveri, col finanziamento di gruppi privilegiati, le proprie fortune politiche. Per queste ragioni, per una difesa valida dei principi di libertà, per combattere con efficacia l’eversione fascista è dunque essenziale agire sull’economia per l’aumento dell’occupazione e per lo sviluppo del Paese. Anche in questo campo, come in quello più specifico dell’azione antifascista e della difesa della democrazia, un compito essenziale, ribadito solennemente in questi giorni, spetta alle forze politiche democratiche che hanno fatto la Resistenza, la Repubblica, la Costituzione”.

Parole che ancora oggi sono attualissime, così come il rinnovato bisogno di sapere fino in fondo chi furono gli stragisti fascisti.


Note


[2]"Chi sono i due ex ordinovisti veronesi accusati di avere piazzato la bomba di Brescia? Uno è Marco Toffaloni, 66enne cittadino elvetico che da tempo vive in Svizzera, nei Grigioni, con il nome di Franco Maria Muller. All’epoca aveva appena 16 anni, frequentava la terza al liceo Fracastoro di Verona e gli amici – tutti con il cuore che batteva molto a destra – per via della sua attitudine ad arrossire lo avevano soprannominato “tomaten“. "Anche a Brescia gh’ero mi", "Son sta mi", avrebbe dichiarato lui, “tomaten“, orgoglioso, in dialetto veneto al padovano Giampaolo Stimamiglio, un “pentito“ che nell’aprile 2011 per togliersi un peso si confidò con i magistrati bresciani".In La strage di piazza della Loggia, Toffaloni e Zorzi: il camerata morto e l’ipotesi vendetta (ilgiorno.it)



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