Venezuela e "dintorni": diritto internazionale e responsabilità morale per i sindacati
- Savino Pezzotta
- 2 giorni fa
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di Savino Pezzotta*

Ho voluto scrivere questo articolo in modo più analitico possibile e senza toni polemici pur non rinunciando ad alcune spontanee notazioni critiche.
L’aggressione militare statunitense al Venezuela ha rappresenta un banco di prova decisivo per il movimento sindacale contemporaneo, non solo sul piano della solidarietà internazionale, ma soprattutto sul terreno della coerenza politica, giuridica ed etica. In un contesto segnato dal ritorno della forza come strumento di regolazione dei conflitti globali, le organizzazioni dei lavoratori sono chiamate a dire se il diritto internazionale costituisca ancora un limite invalicabile oppure un riferimento opzionale, subordinato agli equilibri geopolitici dominanti.
In questo quadro, emerge con chiarezza una asimmetria significativa: la posizione del sindacato internazionale risulta più netta, esplicita e coerente di quella europea e, soprattutto, di parte del sindacalismo nazionale italiano. Una dinamica che interroga il ruolo stesso del sindacato come soggetto politico-morale globale.
La Confederazione sindacale internazionale: una condanna senza ambiguità
La Confederazione Sindacale Internazionale (ITUC), che rappresenta circa 175 milioni di lavoratori in oltre 150 paesi e a cui aderiscono anche CGIL, CISL e UIL, ha assunto una posizione chiara e inequivocabile. L’intervento militare degli Stati Uniti è stato definito una flagrante violazione della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale, collocando l’azione americana fuori da qualsiasi cornice di legittimità giuridica e politica.
L’ITUC ha ribadito un principio dirimente: nessuna forma di regime change imposto con la forza è accettabile, indipendentemente dal giudizio politico sul governo venezuelano. Il futuro di un paese, afferma la Confederazione, deve essere deciso dai suoi cittadini attraverso processi pacifici e democratici, non mediante bombardamenti, sequestri o azioni unilaterali.
Di particolare rilievo è la richiesta esplicita di liberazione immediata di Nicolás Maduro, di Cilia Flores e degli altri detenuti coinvolti, segno di una lettura che non separa la questione dei diritti civili dalla legalità internazionale. Per l’ITUC, la violazione della sovranità nazionale non è un dettaglio geopolitico, ma una minaccia diretta alla pace regionale e globale, e dunque anche ai diritti dei lavoratori.
Questa posizione non è isolata. La World Federation of Trade Unions (WFTU), con un orientamento più esplicitamente classista e anti-imperialista, ha definito l’operazione un intervento imperialista finalizzato al controllo delle risorse energetiche, esprimendo piena solidarietà ai lavoratori venezuelani. Anche sindacati di diversi paesi del Sud globale, così come il TUC britannico, si sono allineati alla condanna dell’azione statunitense, parlando di un pericolo grave per la stabilità internazionale.
Ne emerge un dato politico rilevante: il sindacato globale, nel suo insieme, difende il diritto internazionale come argine alla guerra, senza ambiguità, senza linguaggi eufemistici, senza rinvii tattici.
L’Europa sindacale e la posizione della Cgil
Se a livello globale il giudizio è netto, sul piano europeo il quadro appare più sfumato, risentendo dell’orizzonte euro-atlantico e della difficoltà dell’Unione Europea a esprimere una linea autonoma sui conflitti internazionali. Anche nel movimento sindacale europeo si registra una tensione tra l’adesione formale ai principi multilaterali e una certa cautela nel nominare le responsabilità politiche dell’aggressione.
Questa ambiguità si riflette, con maggiore evidenza, nelle articolazioni nazionali, dove le differenze tra le confederazioni diventano più marcate e politicamente significative.
Nel panorama italiano, la CGIL ha assunto una posizione coerente con quella dell’ITUC. Il segretario generale Maurizio Landini ha definito l’intervento statunitense una violazione della sovranità nazionale venezuelana e del diritto internazionale, chiedendo il ripristino della legalità internazionale e l’immediata attivazione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU.
La CGIL ha parlato senza mezzi termini di uso della forza come “carta straccia del diritto internazionale”, affermando che pace, democrazia e diritti umani non possono essere imposti con bombardamenti e rapimenti. Accanto alle dichiarazioni ufficiali, si sono svolte anche manifestazioni pacifiche di solidarietà con il popolo venezuelano, segno di una concezione del sindacato come soggetto attivo nello spazio pubblico, non ridotto a semplice commentatore umanitario.
La prudenza della Cisl
Diversa, e politicamente problematica, è la posizione della CISL. La Confederazione ha espresso “profonda preoccupazione” per l’escalation militare e per le sofferenze della popolazione civile, auspicando il dialogo e una soluzione politica della crisi. Il linguaggio utilizzato è sobrio, istituzionale, non conflittuale. Tuttavia, ciò che colpisce non è tanto ciò che la CISL dice, quanto ciò che evita accuratamente di dire. Non vi è alcuna condanna esplicita dell’attacco militare statunitense. L’azione non viene mai definita come aggressione, né come violazione della sovranità o del diritto internazionale. Manca ogni riferimento diretto alla Carta dell’ONU, così come qualsiasi presa di distanza dall’unilateralismo americano. Il multilateralismo è evocato in modo generico, senza la richiesta di un coinvolgimento formale delle istituzioni internazionali.
In sintesi, la CISL parla degli effetti, non delle cause; delle conseguenze umanitarie, non della responsabilità politica. La differenza rispetto alla CGIL e all’ITUC non è solo di tono, ma di giudizio giuridico e politico.
Sindacato, pace e ispirazione cristiana: una contraddizione aperta
Questa postura diventa ancora più problematica se letta alla luce della recente auto-definizione della CISL come sindacato di “ispirazione cristiana”. Storicamente la CISL si è sempre dichiarata laica e aconfessionale, pur riconoscendo la presenza maggioritaria di iscritti di cultura cattolica. La scelta di rivendicare oggi un’ispirazione cristiana chiama però in causa un criterio di coerenza etica più stringente.
La Dottrina sociale della Chiesa afferma con chiarezza che la guerra non è mai uno strumento ordinario di giustizia, che la sovranità dei popoli va rispettata e che il male non può essere giustificato da un fine presunto buono. Da Pacem in terris a Caritas in veritate, il magistero ha indicato nel diritto internazionale e nel multilateralismo l’unico argine realistico alla violenza.
Il magistero di Leone XIV ha ulteriormente insistito sul rifiuto della logica del “cambio” che non nasce primariamente da un processo interno autonomo, ma da una pressione esercitata da potenze esterne e imposto con la forza e sulla necessità di denunciare le responsabilità politiche quando la legalità internazionale viene infranta.
In questo quadro, il silenzio della CISL sulla responsabilità dell’aggressione statunitense non appare come prudenza, ma come scarto tra ispirazione proclamata e prassi concreta. Una contraddizione che indebolisce la credibilità del sindacato come soggetto politico-morale e lo riduce a una voce umanitaria depotenziata.
Conclusione: il sindacato come argine o come spettatore
Il confronto tra sindacato internazionale, europeo e nazionale mostra una linea di frattura chiara. Là dove il sindacato nomina la guerra come violazione del diritto, mantiene la propria funzione storica di difesa dei lavoratori e dei popoli. Là dove evita il giudizio, finisce per normalizzare l’uso della forza.
La posizione dell’ITUC su cui ci si doveva allineare come aderenti indica una strada possibile: un sindacato che non rinuncia alla pace come categoria politica, che non separa la sofferenza dalle responsabilità, che non accetta la guerra come orizzonte inevitabile.
La postura della CISL, al contrario, segnala il rischio di un sindacalismo che, in nome dell’equilibrio, della trasformazione del concetto di autonomia in neutralità ,smarrisce la propria voce critica. In tempi di guerra, questa non è neutralità: è una scelta.













































La riflessione sull’aggressione al Venezuela mette in luce quanto il movimento sindacale sia oggi chiamato a una prova di coerenza politica ed etica. La forza torna a essere strumento di regolazione dei conflitti globali e il diritto internazionale rischia di diventare opzionale. In questo scenario, la chiarezza del sindacato internazionale contrasta con le ambiguità europee e nazionali. È un tema che invita a pensare al ruolo del sindacato come soggetto politico‑morale globale. E quando cerco un momento di pausa da analisi così dense, mi capita di aprire https://winnitacasinowin.it/app, un piccolo spazio digitale che mi aiuta a staccare la mente prima di tornare a riflettere su questioni tanto complesse.