Il Venezuela e l'inutile danza attorno al diritto internazionale
- Giancarlo Rapetti
- 6 gen
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di Giancarlo Rapetti

Le Isole Falkland, che gli argentini chiamano Malvinas, si trovano al largo della costa patagonica, nell’Atlantico Meridionale, oltre il 50° grado di latitudine Sud. Appartengono al Regno Unito e nel 1982 il regime militare argentino tentò di occuparle, per compattare il consenso interno con una rivendicazione di ripristino della sovranità territoriale.
Anche allora, il mondo si divise. Ci fu chi sostenne le ragioni del paese sudamericano, argomentando che si trattava di superare un residuo coloniale e accettare la naturale appartenenza delle isole all’Argentina. Altri sostenevano che l’iniziativa era da condannare perché introduceva la forza nei rapporti internazionali e violava le norme di diritto, o comunque lo status quo. Il primo ministro inglese era Margaret Thatcher, la lady di ferro, e non ebbe dubbi. Dispiegò la forza militare britannica e riprese il controllo delle isole, con il risultato, tra l’altro, di mettere in crisi il regime militare argentino che, come tutti i regimi, faticava a sopravvivere ad una sconfitta militare.
Per inciso, si distinse nella breve guerra, come pilota di elicottero, l’allora poco più che ventenne principe Andrea, fratello minore dell’attuale Re Carlo III, poi caduto in disgrazia perché coinvolto nell’affaire Epstein.
Ho citato questa vicenda perché ricordo una definizione che diede allora un giovane e brillante Giuliano Ferrara (cito a memoria): ”il diritto internazionale è la situazione di fatto derivante dall’ultimo sovvertimento della situazione di fatto precedente, e prima del sovvertimento successivo”.
Definizione azzeccata e senza tempo. Il cosiddetto diritto internazionale pubblico, cioè quello che regola i rapporti tra stati, soffre di un limite insuperabile: non esiste una autorità internazionale, riconosciuta ed effettiva, in grado di sanzionare le violazioni. Aggiungo che, essendo il mondo un posto mal frequentato, se tale autorità esistesse sarebbe peggio. Infatti gli stati di diritto, cioè quelli in cui la democrazia politica convive armonicamente con le libertà individuali, sono una esigua minoranza, anche se conservano ancora un peso rilevante grazie alla loro consistenza soprattutto economica e un po’ anche militare.
Oggi, di fronte all’iniziativa americana in Venezuela, la parola più abusata nei commenti è proprio diritto internazionale, che si conferma un termine improprio e insufficiente per descrivere la situazione. Il ventaglio delle posizioni è ampio. C’è chi condanna l’attacco, perché viola appunto le regole del diritto internazionale, perché legittima l’uso della forza contro un paese sovrano. C’è chi lo sostiene incondizionatamente, perché Maduro era un dittatore, al potere per non aver riconosciuto il risultato delle elezioni, oppressore del proprio popolo.
Poi c’è l’arcipelago dei “sì, ma”, declinati in due forme: Maduro era un dittatore e il suo rovesciamento è un bene, ma le modalità in cui ciò è avvenuto preoccupano, perché legittimano l’uso della forza. Oppure: l’uso della forza è da condannare, ma la rimozione di Maduro è un bene, l’alba di una nuova era per il Venezuela. Come tutti i “sì, ma”, questa posizione, brillante sul piano delle parole, non risponde alla domanda cruciale: gli Stati Uniti hanno fatto bene a fare quello che hanno fatto, oppure no? Va ammesso che la risposta è difficile, anche perché bisognerebbe sapere cose che non si sanno e si possono solo intuire.
Non credo comunque che le discussioni dottrinali sul diritto aiutino a rispondere alla domanda. E alle molte altre domande possibili.
Perché gli Stati Uniti di Trump sono intervenuti? America first sembra non si riferisca solo agli Stati Uniti, ma all’intero continente americano che, in una riedizione aggiornata della dottrina Monroe (la quale ha appena compiuto 202 anni ben portati), rappresenta più che mai il cortile di casa degli yankee. In continuità con il passato. Nel 1973 gli USA (Presidente Richard Nixon, Segretario di Stato Henry Kissinger) sostennero il golpe militare in Cile che uccise il legittimo Presidente Salvador Allende e impose la dittatura del generale Augusto Pinochet. E la legittimazione democratica di Allende, al contrario di quella di Maduro, non era in discussione.
L’esperienza degli ottanta anni dopo la Seconda Guerra Mondiale suggerisce anche che quando le democrazie sono minacciate da regimi autoritari possono reagire in più modi: blandire il nemico, secondo il proverbio popolare “fare festa al diavolo perché non ti porti via”; colpire la sua capacità di nuocere; intervenire per abbattere il regime e cambiarlo. Esempi del secondo caso sono stati la distruzione degli impianti nucleari iracheni nel 1981 da parte dell’aviazione israeliana, o la Prima Guerra del Golfo, condotta da Bush padre, conclusa con la cacciata dell’Iraq dal Kuwait e l’indebolimento del regime di Saddam Hussein ma senza abbatterlo; e anche i recenti attacchi israeliani e americani per rallentare il programma nucleare iraniano. Gli esempi del terzo caso sono numerosi: la caduta di Gheddafi in Libia, ad opera della Francia di Sarkozy, supportata dagli USA di Obama con la connivenza imprevista dell’Italia di Berlusconi; la seconda Guerra del Golfo, condotta da Bush figlio, con la caduta del regime di Saddam Hussein; l’invasione dell’Afghanistan. Questi esempi del terzo tipo hanno tutti un tratto in comune: nel breve o nel medio termine si sono rivelati un disastro.
E il motivo non è difficile da intuire: tutti i regimi, quelli dispotici ancora di più, si basano sul consenso, almeno di una parte della popolazione, che beneficia dei vantaggi del regime stesso. Il regime inoltre è insieme causa e prodotto di una cultura politica, stratificata nel tempo, che richiede una lenta evoluzione per cambiare. Pensare di stravolgere la situazione con un intervento dall’esterno è illusorio, velleitario e controproducente. Noi europei sappiamo quanto i tempi siano lunghi, ci siamo già passati. Dalla crociata contro gli Albigesi (quella del “uccideteli tutti, poi Dio sceglierà”) alla Costituzione della Repubblica Italiana sono passati sette secoli di immani tragedie. Significa che i popoli oppressi dalle dittature devono arrangiarsi da soli, senza contare sul nostro aiuto? Sembra cinico, ma è inevitabile: non è cinismo, è realismo, per non produrre danni maggiori.
L’azione politica, interna e internazionale, non può che affidarsi a queste considerazioni: quello che vorrei fare è necessario? È utile? È possibile? Nei tre disastri prima citati, l’obiettivo poteva sembrare necessario, si è rivelato inutile, anzi dannoso, ma era chiaro da prima, ad una analisi attenta, che era impossibile. Per spiegarsi ancora meglio, se si abbatte un regime e si liquidano tutte le sue strutture, poi bisogna governare il paese, caricandosi sulle spalle tutti i problemi, molti dei quali senza soluzione, attirandosi l’odio delle popolazioni liberate.
Per evitare questo, e dare continuità al governo corrente delle cose concrete, Palmiro Togliatti, Segretario generale del Partito comunista italiano, promosse nell’immediato dopo-guerra la criticatissima amnistia, rimise al loro posto i prefetti e gli alti funzionari pubblici. E negli anni successivi, in continuità con quella scelta, per fare un esempio tra tutti, Gaetano Azzariti, già Presidente del fascistissimo “Tribunale della razza”, ma giurista di vaglia, fu per molti anni Presidente della Corte Costituzionale della Repubblica Italiana.
Un’altra domanda incombe: ma chi decide che cosa è nell’interesse delle democrazie? I singoli paesi? La informale comunità delle democrazie? Le coalizioni di volenterosi? Le alleanze politico-militari? Non c’è niente di stabilmente definito e ognuna di queste formule presenta contraddizioni intrinseche. Per dire della NATO, dentro c’è la Turchia, che definire democratica sarebbe un ossimoro o una facezia.
Insomma, appellarsi a principi universali non aiuta a capire, e neanche ad agire. Ogni situazione è un caso a sé. Per quanto riguarda il Venezuela, è legittimo iscrivere la questione non nel solco della lotta tra dispotismo e democrazia, ma in quello della dottrina Monroe. E le modalità sono prudenti, con l’intenzione di controllare senza ingerirsi nel governo quotidiano del paese, che infatti viene descritto come sospeso e in attesa.
Quello che si può sospettare è che la cattura di Maduro e l’intervento in Venezuela non siano una buona notizia per Kyiv, Copenaghen, Taipeh e neanche per Gerusalemme. Gli Stati Uniti si muovono su logiche di interesse proprio e l’arrocco nel continente americano potrebbe avere come contraltare l’abbandono degli altri scenari o il riconoscimento di fatto degli altrui cortili di casa: il traballante Impero Russo a Est dell’Europa, il rinascente Impero Ottomano in Medio Oriente, Taiwan parte integrante della Repubblica Popolare Cinese. E, al contrario, la Groenlandia americana. La dichiarata prossima occupazione dell’isola da parte degli USA, sottraendola alla sovranità di un paese europeo appartenente alla NATO, dovrebbe suonare la sveglia a Bruxelles, capitale dell’Europa “che non c’è”, e nelle altre capitali del vecchio continente, Roma compresa. Tra le poche certezze di questo mondo incerto, una brilla: l’Europa non può più contare sugli Stati Uniti d’America per la propria difesa.













































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