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Il “caso” Battisti: vera applicazione della giustizia o Stato vendicativo?

di Michele Ruggiero |

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Sergio Sergio (1955), esponente di rilievo di Prima linea, organizzazione seconda soltanto alle Brigate rosse nella storia del terrorismo italiano, fu protagonista agli inizi degli anni Novanta di uno sciopero della fame per protesta contro l’inapplicazione di alcuni benefici di legge per i dissociati e di reinserimento dei condannati per banda armata. Fu un gesto che portò il “comandante Sirio”, nome di battaglia di Segio, autore di numerosi omicidi, ad un passo dalla morte, confinato nel letto del “repartino detenuti” dell’ospedale Molinette di Torino. In quella circostanza, nonostante i ricordi fossero ancora laceranti per i famigliari delle vittime e per i feriti e “gambizzati” di quella drammatica stagione di violenza e furore ideologico, si fece largo tra l’opinione pubblica e tra numerosi intellettuali e politici – pur con estrema prudenza, attenzione e delicatezza per le ragioni sopra esposte – la riflessione sul ruolo dello Stato e della magistratura di sorveglianza nell’esercizio della giustizia che mai si deve tradurre nell’esercizio della vendetta in nome e per conto della collettività. Il ricordo di quel lontano episodio è scattato quasi come un riflesso pavloviano dinanzi alle polemiche che oggi suscita il caso di Cesare Battisti (1954), fondatore negli anni Settanta dei Pac (Proletari armati per il comunismo), responsabile per sua stessa ammissione di quattro omicidi, condannato all’ergastolo ed estradato in Italia nel gennaio del 2019, dopo decenni di vita vissuta al riparo della Giustizia italiana. Dal settembre scorso, Cesare Battisti è detenuto nel padiglione di massima sicurezza del penitenziario di Rossano Calabro in una condizione simile all’isolamento, dopo aver vissuto in reale regime di isolamento dal suo arresto in Italia nel carcere di Oristano. A Cesare Battisti dunque lo Stato ha deciso di riservare un “trattamento speciale”, isolandolo da circa due anni e mezzo dal mondo, alla stessa stregua di chi è ritenuto ancora un pericolo per la collettività. Contro questa politica carceraria, Cesare Battisti ha imboccato la strada della protesta con lo sciopero della fame che dal 2 giugno scorso gli ha fatto perdere quasi 10 chili e favorito un quadro clinico precario. La domanda sorge allora spontanea: perché Cesare Battisti, ex terrorista, assassino negli anni Settanta, ex latitante che ha sempre negato le sue responsabilità fino all’estrazione in Italia, scrittore di successo che ha goduto di diffuse coperture mediatiche e sostegni anche a livello internazionale, è sottoposto ad un regime carcerario che la legge prevede soltanto in presenza di pericolosità conclamata? La risposta non può che essere una, poiché non possiamo credere ad uno Stato vendicativo che si perde nella stessa spirale di odio di cui si è nutrito Battisti; non possiamo immaginare uno Stato violento che decide di gettare la chiave della cella e dare a Battisti una lezione supplementare per il suo comportamento canzonatorio e le sue bugie durante la latitanza, per il suo modo irridente di replicare alle sofferenze cagionate. La ragione dunque non può che essere quella di ritenere Cesare Battisti ancora un pericolo, in grado di fare proseliti in carcere a favore della lotta armata, quella per intenderci della sua epoca, di fatto estintasi, per cui è stato condannato. Credibile?

#CesareBattisti #MicheleRuggiero

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