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Giustizia riparativa: nasce un nuovo centro a Torino

di Guido Tallone


La giustizia riparativa parte con il piede giusto a Torino con l'inaugurazione di un Centro in via Carlo del Prete 79, quartiere Santa Rita-Mirafiori. L'iniziativa è il seguito della delibera comunale, sulle orme della Riforma Cartabia, con cui nell'ottobre scorso il Comune di Torino ha deciso di avviare una sostanziale rivisitazione delle modalità procedurali per abbreviare i tempi dei processi. In altri termini, un rafforzamento dello strumento della mediazione e della giustizia riparativa, che ne prevede anche l’utilizzo sistematico per le persone in età adulta. Con la delibera, la Giunta ha modificato il nome al Centro di Mediazione di Torino. Ma sarebbe superficiale vedervi soltanto un cambio di etichetta, tanto più che negli anni il Centro Mediazione di Torino ha raggiunto negli anni un livello di azione esteso all’intera regione, operando in diverse Province del Piemonte e in Valle d’Aosta, oltre al ruolo storico che ha avuto, essendo stato il primo a livello nazionale. Del resto, come ha affermato di recente l'assessora al Lavoro e ai rapporti con il sistema carcerario della Città di Torino Gianna Pentenero "la sicurezza si ottiene con un impegno collettivo e con il coinvolgimento di altri soggetti e il Centro di Giustizia Riparativa ne è un esempio”.

La stessa Gianna Pentenero sarà oggi, 15 dicembre, dalle 10 alle 13, all'inaugurazione del Centro insieme con Monica Lo Cascio, Direttrice Dipartimento Servizi Sociali, Socio Sanitari e Abitativi, Luca Rolandi, Presidente della Circoscrizione 2, Antonella Caprioglio per la Regione Piemonte, Roberta Vicini, Giudice Tribunale per i Minorenni e Vitina Pinto, Sostituto Procuratore presso Tribunale per i Minorenni. Sull'importante tema, interrviene Guido Tallone.


L’espressione “giustizia riparativa” è parte integrante della cosiddetta riforma Cartabia (presentata negli articoli 42-67 del d. lgs 150/2022) ed è anche un ottimo testimone del fatto che le parole che normalmente utilizziamo per comprendere il mondo che ci circonda, e che attraversiamo, sono in continua trasformazione e, più in profondità ancora, in crescita.

Provo a spiegarmi. Nell’immaginario collettivo la prima (ma anche l’unica) risposta di giustizia che deve essere data al reato è il carcere. Punto. Se in questo binomio (carcere e reato) si ignora e si trascura la vittima del reato (per fare un esempio), non ha nessuna importanza. Compito del carcere – volto sociale, legale e penale della giustizia – è quello di punire il colpevole. E, di conseguenza, non è chiamato ad occuparsi della vittima e meno ancora di mettere in contatto chi ha subito il male con il colpevole. Ognuno di loro deve percorrere strade non solo distinte, ma anche separate e soprattutto non devono incontrarsi mai e meno ancora devono ascoltare l’uno le emozioni e i sentimenti dell’alto.

La giustizia riparativa percorre altre logiche e altri sentieri. È convinta che se chi ha commesso il reato e chi lo ha subito si ascoltano – con la mediazione di un terzo imparziale chiamato “mediatore” – forse i loro occhi riescono a dare alla “giustizia” una forma, un colore, uno spessore e una dimensione diversa e certamente meno schiacciata su strumenti pensati per tenere insieme istanze punitive, ma incapaci di scrollarsi di dosso l’uso della violenza e delle logiche vendicative.

Nessuno si illude: si tratta di una strada in salita per diversi motivi. Da un lato perché chi ha subito il torto è accecato dal male ricevuto e non riesce ad incontrare il colpevole del suo dolore senza la figura di un esperto e autorevole mediatore. Da un altro lato perché siamo impregnati – da secoli – di “giustizia punitiva” e ci siamo convinti che solo il carcere, la privazione della libertà e la galera siano in grado di garantire giustizia. E non ci accorgiamo più che quando diciamo detenzione non intendiamo, con questo vocabolo, un percorso rieducativo che l’istituzione Stato impone a chi è uscito dai confini della legalità. La parola detenzione spesso e volentieri viene associata, nelle nostre teste e nei nostri discorsi, al termine “galera” nella inconscia speranza che il detenuto venga affidato a “navi” (sul mare e dunque lontane dalle nostre città) e anche obbligato a “remare” e dunque “giustamente” punito con una pena anche corporale.

Non ha molta importanza se in queste frettolose associazioni la “detenzione” assume tonalità violente e se alla privazione della libertà si aggiungono elementi dal sapore della tortura (sovraffollamento, scarsità di igiene, mancanza del lavoro e assenza di istanze rieducative). Non ha nessuna importanza nemmeno il fatto che una detenzione così intesa si riveli incapace di rispettare la dignità del detenuto o se trascina nella disumanità della condanna anche chi svolge la funzione della guardia carceraria.

Tutto ciò non è importante. La detenzione - per l’opinione pubblica diseducata dalla forza delle parole vere - deve essere “pena certa”, “prolungata”, “sicura” e possibilmente definitiva. Non è più di moda la pena di morte? Rimediamo con il “buttare via la chiave” e per i reati fortemente impattanti per l’opinione pubblica come la violenza contro le persone, sarà bene rispondere con la “castrazione chimica”. E si noti come questa proposta avanzata da chi è esperto nel pescare nel torbido delle emozioni umane riceva assensi e consensi.

Quando però la logica emotiva annulla la forza della ragione e dell’incontro, la parola si fa debole. Una sola dimensione del vocabolo prevale su tutte le altre (quella vendicativa) e in questo modo non ci si accorge che le nostre strutture detentive sono distanti anni luce da istanze di giustizia, di umanità e di rieducazione.

Senza giustizia e in balia della vendetta, però, qualsiasi detenzione perde la sua capacità di essere trattamento umano e spariscono le possibilità della rieducazione (e il fatto che non si dica mai che “la pena deve essere rieducativa”, è la conferma delle riflessioni appena esposte).

In una riflessione molto interessante dal titolo: Giustizia e umanità: la riforma penale di Voltaire, Luca Tallone evidenzia come Voltaire sia stato il primo a fondare la pena detentiva sul fondamento della rieducazione con lo strumento del lavoro (Biblioteca del XVIII secolo, numero 42, Norma e contestazione nel XVIII secolo, Edizioni di storia della letteratura, Roma 2023, pag. 17-29).

Siamo in un tempo (seconda metà del ‘700) in cui il carcere è disumano per tutti: sia per chi è recluso da innocente (!) che per il detenuto “colpevole”. E le descrizioni del filosofo sono chiare: “Ci si lamenta che la maggior parte delle carceri in Europa siano fogne di infezione, che diffondano le malattie e la morte, non soltanto entro la cerchia delle loro mura, ma anche nelle vicinanze. Sono prive di luce e l’aria non circola affatto. I detenuti passano l’un l’altro solo esalazioni appestate.”. Condizioni carcerarie che Voltaire conosce molto bene - come fa notare Luca Tallone - perché lui stesso è stato recluso per undici mesi nel carcere della Bastiglia di Parigi.

Voltaire tocca con mano, in carcere, che quando la detenzione è estranea a termini come giustizia e rieducazione, il luogo della pena diventa un anfratto buio che gestisce i delitti e le pene ad essi connessi con la sola pratica della vendetta disumana.

Da Cesare Beccaria (che ha ispirato Voltaire in molte sue riflessioni) ) e dai suoi scritti sono passati, però, circa 250 anni. E la fatica che sperimentiamo oggi nel ridare alle nostre parole nuove dimensioni, è la conferma del fatto che nel linguaggio, come nella vita e nella storia, non esiste “una volta per tutte”. Ogni generazione deve rifare i suoi sforzi e il suo cammino perché le parole restino fari di luce creativa e non pigri attaccapanni a cui appendere i propri pregiudizi e le proprie fragilità. E per restare alla parola “giustizia”, anche alla nostra generazione tocca il preciso e urgente compito di adoperaci perché il nostro vocabolario cresca ed esca dall’identificazione, mortificante e riduttiva, con la detenzione e con il carcere.

La giustizia riparativa introdotta dalla riforma Cartabia ci aiuta in questo lavoro di ricostruzione delle nostre pratiche e del nostro lessico sociale. L’accostamento della qualifica “riparativa” al termine “giustizia” ci obbliga ad allargare i nostri orizzonti e ci porta oltre il pensiero semplice: verso una pratica più profonda, più complessa e più vera. Ci chiede di passare dalla giustizia solo punitiva, alla giustizia che si fa esperta anche di “riparare” quel tessuto sociale ferito da assenze, da negligenze, da indifferenze e da omissioni che hanno – di fatto – armato la mano di chi si è reso colpevole di un reato.

E quando lo sguardo del colpevole incontra – aiutato da chi sa svolgere questo compito – gli occhi ed il cuore della vittima, non si creano mai parole vuote, inutili o superficiali. Quel difficile incontro – preparato, mediato e costruito con l’aiuto di una comunità che sa allontanarsi dalla vendetta – sa proporre logiche di dignità per l’uno e per l’altro, per la vittima e per il colpevole.

Con l’aggettivo “riparativa” affiancato al termine “giustizia” ci viene ricordato che il carcere non è la risposta unica e nemmeno prioritaria ai nostri problemi sociali e che non fare nulla perché chi ha sbagliato incontri – detto per l’ultima volta: con l’aiuto di mediatori esperti ed autorevoli - lo sguardo di chi ha subito il male, significa non aggredire alla radice le cause del conflitto sociale che nessun carcere scioglie e nemmeno risolve.

Si approfondisca perciò ciò che in concreto significa mettere in atto una “giustizia riparativa” complementare al processo penale e si decida di uscire – una volta per tutte – da quel pensiero semplice che riduce la giustizia sociale e penale a schemi incapaci di farsi carico di tutte le dimensioni in gioco.



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