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"Genitori arcobaleno": la Corte Costituzionale riporti il Parlamento alle sue funzioni...

di Amelia Andreasi Bassi

Sollevare il cosiddetto caso “dei genitori arcobaleno” di fronte alla Corte Costituzionale, come sollecitato ieri da quella stessa Procura di Padova che lo aveva creato imponendo la rettifica degli atti di nascita di 33 figli omogenitoriali, sarebbe per il Tribunale un piccolo passo ma avrebbe, per quelle famiglie e per la cultura civile di questo Paese una grande valenza istituzionale, politica e culturale.

Sul piano istituzionale perché la lunga battaglia, amministrativa prima e legale oggi, troverebbe finalmente dignità e ascolto da parte di quel corpo dello Stato, la Corte Costituzionale appunto, che solo può dirimere giuridicamente la questione posta non dai capricci o dalle manie di visibilità di una minoranza, ma dalle concrete esigenze di bambini che vedono misconosciuto il loro status famigliare e il diritto alla solidità e alla serenità affettiva.

Molti Comuni si sono posti il tema e alcuni si sono assunti la responsabilità di riconoscere un bisogno tanto nuovo quanto reale, e fornire lo strumento perché le nuove famiglie, attraverso l’istituzione loro più vicina, fossero minimamente attrezzate ad affrontare le difficoltà che l’impianto generale delle norme giuridico- amministrative presenta in materia.

Ma, l’opposizione a questa scelta dei Comuni non si è fatta attendere e proprio il principio giuridico che dovrebbe vedere al centro dell’attenzione dei magistrati il bene dei minori, in questa ormai annosa vicenda, è sembrato passare disinvoltamente in secondo piano per fare posto ad un’interpretazione restrittiva e pavida della norma e al contempo dando spazio nella realtà sociale a quelle pregiudiziali ideologiche che celebrano un modello di famiglia scollegato dai sentimenti, dal benessere dei suoi componenti, dal progetto di solidarietà e sostegno reciproco che mediamente la istituisce.

Sul piano politico la pronuncia della Corte sarebbe ancora più importante perché finalmente il Parlamento potrebbe trovare la giusta spinta a legiferare consentendo così a questo Paese di superare le arretratezze e le contraddizioni che gli impediscono di accompagnare le trasformazioni in atto nella nostra società. Ciò vale per molte questioni aperte da troppo tempo che, proprio per questo, stanno generando sofferenza ai cittadini e disordine istituzionale, come succede, ad esempio, con il fine vita o lo ius soli, da alcuni etichettate come "battaglie" di retroguardia.

Certamente oggi il Parlamento non si trova nelle migliori condizioni per colmare questo genere di ritardo e non solo perché umiliato ogni giorno da un Governo che lo sta svuotando delle sue funzioni a forza di decreti ministeriali e che cerca, con i progetti avviati sul premierato e l’autonomia differenziata, di devitalizzarlo irrimediabilmente, ma soprattutto perché questo pericoloso scivolamento a cui stiamo assistendo sta avvenendo in assenza della giusta consapevolezza del Parlamento stesso e nell’indifferenza, tutt'altro che irrilevante, delle altre istituzioni della Repubblica.

Non di rado la Storia però ci ha presentato esempi nei quali a soccorrere per evitare certi pericoli o a fermare esperienze deleterie sono stati proprio i cittadini con la loro passione collettiva. Per trovare uno di questi esempi non occorre nemmeno ricorrere alla straordinaria esperienza della Resistenza, nella temperie più distruttiva e ad un tempo di rinascita che il Novecento ricordi, ma restando in tema di diritti civili è sufficiente guardare quanto hanno saputo fare le donne anche solo in questi ultimi decenni. Si pensi alle lotte e alle conquiste in materia di divorzio e di aborto, ribadite dal voto referendario. Guardando anche solo al nostro dopoguerra, i più grandi movimenti che hanno portato a significativi cambiamenti culturali hanno avuto a che fare con la famiglia e la sfera riproduttiva.

Ma non è per un caso.

La cultura autoritaria e di destra tende anche oggi a che lo Stato eserciti una funzione di controllo e di sottomissione a dei modelli dove la famiglia non è posta come soggetto, come agente sociale protagonista attivo della propria evoluzione ed emancipazione, né oggetto di diritti di autodeterminazione e sviluppo libero da stereotipi o pregiudizi.

Per la cultura di destra le famiglie, e con esse le donne, perché un altro genere non è concepito, rappresentano esclusivamente gli agenti chiamati a realizzare il modello ideologico della famiglia naturale che esclude appunto ogni altra configurazione. Lo slogan “Dio, Patria e Famiglia” - versione populista e demagogica dello straordinaria spirito di Giuseppe Mazzini su cui gli italiani costruirono il Risorgimento - ne riassume molto bene l’idea di fondo e gli stessi provvedimenti contenuti nell’ultima manovra finanziaria non fanno che confermarlo.

La vicenda dunque dei “genitori arcobaleno” e l’appello ad una pronuncia della Corte Costituzionale deve avere da parte di tutti un’attenzione vigile e partecipe proprio per la sua forte valenza culturale oltre che sociale e politica. Questa battaglia ci dice ancora una volta che non esiste una gerarchia nell’affermazione dei diritti e che occorre invece che si prenda consapevolezza che i diritti sociali e quelli civili o avanzano insieme o certamente insieme arretrano e che quanto vivono oggi le famiglie arcobaleno riguarda la società che vogliamo e la qualità della sua democrazia.



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