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Ex Ilva: siderurgia piemontese in corsa..., ma verso il precipizio

Duemila lavoratori a rischio tra diretti e indotto


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La crisi della ex Ilva (Acciaierie d'Italia) di Taranto è pari ad un'epidemia: estremamente contagiosa. Il fermo degli altiforni meridionali rischia di diffondersi anche al Nord, con una esposizione massima per gli stabilimenti piemontesi di Novi Ligure (Alessandria), Racconigi (Cuneo) e Gattinara (Vercelli). Lo sciopero del 19 novembre l'aveva messo in evidenza. E, in proposito, il sindaco di Novi, Rocchino Muliere, aveva sollevato l'intervento del governo.[1] Che per il momento offre assicurazioni su cui i sindacati e amministratori pubblici mostrano scetticismo. In una nota, a ridosso dell'incontro a Roma di ieri pomeriggio, 28 novembre, a Palazzo Piacentini con le organizzazioni sindacali nazionali e territoriali, il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ha affermato di escludere la chiusura degli impianti. Anzi, è l'esatto contrario, ha ribadito il ministro, aggiungendo che si manterranno "le attività di manutenzione indispensabili per garantire la continuità produttiva e raggiungere il massimo della capacità possibile, assicurando la piena sicurezza dei lavoratori. Ribadisco, inoltre, che non è previsto alcun ulteriore ricorso alla cassa integrazione, come già illustrato con estrema chiarezza nel corso dell’ultimo tavolo a Chigi".

Eppure, le garanzie del ministro o sono state male interpretate dai sindacati oppure c'è una resistenza di fondo a credere nella parola del governo, a cause delle promesse mancate del passato. A rendere scettici i lavoratori e i loro rappresentanti, vi è l'assenza di un piano industriale credibile e realistico per scongiurare la chiusura degli impianti. Una prospettiva che si vorrebbe scongiurare per gli stabilimenti piemontesi che nel comparto siderurgico, tra diretti e indiretti, occupano circa duemila lavoratori.

Il primo campanello d'allarme, ha denunciato la Fim Cisl, nei giorni precedenti l'incontro romano, in un articolo apparso su Conquistesindacali.it, può suonare a Novi Ligure. Il sito si ritrova con 550 lavoratori in cassa integrazione e scorte di rotoli d'acciaio ai minimi termini. A dicembre, la produzione, se non arriverà la materia prima da Taranto, è a rischio. Uno scenario scartato dal ministro D'Urso che ha opposto la continuità produttiva di zincato, con l'assicurazione che la riaccensione del II altoforno a Taranto, risolverà la questione degli approvvigionamenti. "La saga delle buone intenzioni - ha tagliato corto il sindaco di Novi, Rocchino Muliere, presente nell'incontro a Roma - non ha risolto i numerosi punti interrogativi che restano aperti i punti, né ha modificato il quadro d'insieme che ritorna sempre alle intenzioni del governo per Taranto. Non è sufficiente dire che lo Stato punta a produrre 4 milioni di tonnellate, se non si risolve una serie di questioni legate all'ingresso del privato, alle risorse finanziarie e alle questioni ambientali di Taranto".

Più complicata, invece, si profila la crisi per lo stabilimento di Racconigi, dove su 90 addetti, il 90 per cento lavora a rotazione in cassa integrazione; una situazione precaria, se non addirittura compromessa, di cui non si è fatto minimamente cenno nella discussione romana. Analoga la situazione a Gattinara, che occupa un centinaio di persone, che per l'assenza di coils rischia l'ennesima fermata produttivo. Insomma, un quadro da profondo rosso per la siderurgia piemontese.


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