"Dalla Scuola verso un nuovo risorgimento di comunità"
- Marcello Croce
- 1 giorno fa
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Aggiornamento: 17 ore fa
Una riflessione sul dramma di La Spezia
di Marcello Croce

L’intervento critico di Nicola Rossiello, responsabile sindacale del dipartimento per la sicurezza sul lavoro e al vertice del sindacato di polizia Silp-Cgil del Piemonte, a commento delle misure di polizia annunciate in seguito al fatto di sangue di La Spezia (uno studente accoltellato e ucciso nell’aula scolastica da un compagno di scuola), pone una questione ineludibile.[1]
“Trasformare la scuola in una scena del crimine sorvegliata non risolve i conflitti, ma li nasconde solo temporaneamente sotto il peso della minaccia” osserva giustamente Rossiello quando sostiene che l’impennata repressiva mette allo scoperto l’impotenza di una comunità “che si va sgretolando sotto i nostri occhi”.
Allora non si tratta più nemmeno di opporre alle misure di repressione l’alternativa, assai più impegnativa, ma meno estemporanea, del prevenire. L’esponente del sindacato coglie nel segno, perché mette in relazione un fatto delittuoso avvenuto nella scuola con la sorte di tutta la comunità: infatti la scuola rappresenta ciò che vi è di più essenziale, di più rappresentativo di una comunità (nazionale). Ma c’è ancora qualcuno che lo crede, qui in Italia?
Una società in crisi, come può educare sé stessa?
C’è dunque un problema di senso, che investendo la scuola chiama in causa la comunità italiana nel suo essere. Si rifletta su questo apparente paradosso. La scuola è l’istituzione che ha il compito di educare una parte della comunità, quella che va dall’infanzia all’età adulta. Ma anche la scuola, come istituzione, è un pezzo di comunità. Anzi, è il pezzo che più la rappresenta, cioè la rappresenta nella forma educativa: nei suoi principi, nei suoi saperi, nelle sue finalità costruttive. Nelle sue speranze e nella fatica quotidiana degli insegnamenti. Dovremmo pensare, di conseguenza, che la scuola sia il luogo in cui la comunità educa sé stessa preparando il proprio futuro (una comunità esiste solo perché ha un futuro).
Proprio qui si apre tuttavia un circolo vizioso. Una comunità in crisi, come può educare sé stessa?
E se la scuola d’oggi avesse perduto il suo senso originario? Va ricordato che il senso originario della scuola italiana, a partire dalla legge Casati (1861), consisteva nella famosa “formazione degli italiani” auspicata da Massimo D’Azeglio all’indomani dell’unità.
Formare le giovani generazioni a quel tempo significava affrontare il duro, spesso inviso compito di stringerle in un’appartenenza, integrarle in una comunità. Non deve sfuggire questo aspetto primario. Nella scuola avviene il passaggio dall’ambito famigliare a quello del “popolo”, ed è sempre questione di appartenenza.
Ma che vuol dire appartenenza? Quello di appartenenza è un concetto attivo e non passivo, perché comporta il fenomeno relazionale, dapprima circoscritto al solo mondo famigliare, e poi volto all’intera comunità (la cosiddetta società) territoriale e, politicamente, nazionale.
Sotto questo profilo, la scuola è una relazione col futuro, cioè con una progettualità nella quale è compresa la scelta della professione e del lavoro.
Ma è chiaro, negli ultimi vent’anni la denatalità e il fenomeno immigratorio – oltre alle scosse internazionali – hanno alterato profondamente il significato della nostra scuola.
Punto fermo della scuola una volta era la cosiddetta “educazione secondaria”, che a sua volta presupponeva quella “primaria” spettante alle famiglie. Questo voleva dire che alla famiglia spettava il compito di dare, con la lingua domestica parlata, i principi morali della vita, mentre alla scuola spettava lo sviluppo delle consapevolezze ulteriori, concernenti le scelte fondamentali, con la formazione culturale e professionale.
Piaccia o non piaccia, la denatalità è figlia della stessa cultura che ha investito la figura famigliare, demolendone i compiti tradizionali. E la scuola oggi si trova a sostenere il compito educativo che una volta spettava ai nuclei famigliari. Gli insegnanti non sono preparati a questo, per quanti sforzi facciano…
Non dimenticare la politica sociale
Inoltre la scuola italiana è stata investita da nuovi compiti, derivati dai cambiamenti etnici della popolazione scolastica – scolari e studenti di origine straniera oltrepassano l’11% – nella necessità di compiere un processo di integrazione culturale. È seriamente chiamata in causa l’identità culturale della scuola.
Il concetto di identità, come sappiamo, suscita sostenitori e obiettori. Ma se ne evitiamo con cura un (ab)uso ideologico, l’identità è la ricchezza culturale di un popolo. Niente più della scuola, che ne organizza e cura la preservazione in forma di “discipline”, ne possiede e ne mostra il volto.
La secolare istanza di “formare gli italiani” (ossia di “fare” un popolo, da strati linguistico-culturali storicamente anche molto distanziati nella penisola) a che altro potrà appellarsi, riguardo all’attuale generazione, se non ancora al principio comunitario, inclusivo, da avvertire come qualcosa di primario?
Inclusione e integrazione del resto sono cose che riguardano tutti, non solo i figli delle famiglie immigrate, e chiamano in causa – è bene non scordarselo! – una generazione di insegnanti, fino ad ora purtroppo decisamente sottostimata sia dalle istituzioni che dalla società civile. Perché è bene non dimenticare che se inclusione e integrazione riguardano l’intera comunità, altrettanto richiedono una politica veramente sociale (in tutti i significati del termine).
Diversamente a poco servirà un ricorso a strumenti ad hoc, di genere oratorio o di tipo penale, a evitare una sconfitta educativa pesante. Sarà benemerito solo il governo capace di ricominciare da capo, attraverso la scuola, un vero risorgimento nazionale per impedire che la comunità si sgretoli davvero, come teme il sindacalista Rossiello.
Note













































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