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QUINTO COMANDAMENTO "NON UCCIDERE"

L'operazione militare congiunta di Usa e Israele contro l'Iran provoca sconcerto e inquietudine

di Savino Pezzotta


L’attacco statunitense‑israeliano contro la Repubblica islamica dell’Iran mi provoca sconcerto e una profonda inquietudine. Le giustificazioni avanzate dai governi coinvolti meritano di essere analizzate criticamente, perché molte di esse non reggono alla prova dei fatti. La prima riguarda la presunta minaccia nucleare iraniana. È difficile non notare l’incongruenza di chi, come il presidente degli Stati Uniti, denuncia oggi un pericolo che nel 2018 ha contribuito ad aggravare, ritirandosi unilateralmente dal Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), l’accordo sul nucleare iraniano che, pur con lentezze e limiti, stava producendo risultati verificabili secondo l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica. Anche Israele denuncia da decenni un imminente armamento nucleare iraniano, ma a oggi l’Iran non ha mai costruito un ordigno atomico.


La condanna dell’aggressione non significa appoggio al regime degli ayatollah

Condannare l’aggressione non significa, come strumentalmente alcuni giornali italiani insinuano, sostenere il regime degli ayatollah. Significa piuttosto rifiutare una logica che pretende di giustificare un intervento armato come strumento di liberazione di un popolo oppresso. La tradizione cristiana, quando ha discusso la legittimità del tirannicidio, lo ha sempre riferito al diritto del popolo sottomesso, non all’iniziativa di una potenza straniera.

La giustizia internazionale, se vuole avere un senso, deve restare il luogo in cui i dittatori vengono portati, giudicati e condannati dopo un processo che accerti responsabilità e crimini. Chi indebolisce il diritto internazionale e tenta di marginalizzare la Corte Internazionale di Giustizia non può presentarsi come difensore della democrazia.


Le ragioni nascoste ma palesi

È difficile credere che Donald Trump e Benjamin Netanyahu abbiano deciso questa operazione militare per liberare il popolo iraniano. Le dinamiche recenti, dal Venezuela al Medio Oriente, mostrano piuttosto la volontà di controllare risorse strategiche e di ottenere maggiore libertà d’azione in aree contese come la Cisgiordania. A colpire, oltre allo sconcerto, è il silenzio quasi complice del nostro governo. L’ingresso nel cosiddetto Board della Pace era stato presentato come un impegno per la stabilità internazionale; se il risultato è questo, siamo di fronte a una mistificazione evidente. La nostra storica alleanza con gli Stati Uniti non può essere un alibi per rinunciare a una posizione autonoma e coerente con il diritto internazionale.


La posizione dei Democrati statunitensi

Negli Stati Uniti, diversi rappresentanti del Partito Democratico americano  hanno espresso una condanna netta dell’attacco, definendolo un’escalation “pericolosa” e “inutile”, e chiedendo al Senato di approvare una legge che limiti la possibilità del presidente di intraprendere azioni militari senza l’autorizzazione del Congresso. Il senatore Tim Kaine, membro delle commissioni per i servizi armati e le relazioni estere e autore della risoluzione sui poteri di guerra, ha definito l’ordine di colpire l’Iran un “errore colossale”. In un momento così delicato, la responsabilità delle democrazie non è alimentare il caos, ma rafforzare le istituzioni internazionali e difendere il principio che la pace non si costruisce con atti unilaterali di forza, bensì con il rispetto del diritto e con la diplomazia e nel rispetto della vita delle persone. In questi giorni il “non uccidere “ deve risuonare forte e senza equivoci .

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