Dalla banalità del male alla rassegnazione del male, dall'assuefazione all'indifferenza verso ingiustizie e diseguaglianze
- Savino Pezzotta
- 13 ore fa
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di Savino Pezzotta

Ciò che più inquieta nel nostro tempo non è soltanto il ritorno di quella condizione che Hannah Arendt definì “la banalità del male”. A turbare profondamente è il passaggio successivo: il formarsi, nella vita quotidiana, di un atteggiamento che porta dalla banalizzazione del male all’indifferenza, fino alla convinzione diffusa che non esistano alternative possibili. Il male non viene soltanto normalizzato: viene interiorizzato come inevitabile. È questo il salto culturale e antropologico che segna il nostro tempo.
Quando Arendt rifletteva sul processo ad Adolf Eichmann, non descriveva un mostro eccezionale, ma un uomo mediocre, incapace di pensare criticamente, obbediente a una macchina amministrativa che trasformava l’orrore in routine. Il male appariva non come un’esplosione demoniaca, ma come vuoto di pensiero, rinuncia alla coscienza, adattamento passivo all’ordine esistente. La tragedia nasceva proprio dalla normalità. Oggi, in forme diverse e meno estreme, qualcosa di simile riemerge davanti ai nostri occhi.
La società dell’assuefazione
Di fronte ai drammi del presente ci stiamo lentamente abituando a convivere con essi, fino a considerarli quasi naturali. Le guerre permanenti ripropongono l’idea della “guerra giusta”; i bombardamenti vengono raccontati come inevitabili “operazioni di sicurezza”; migliaia di morti diventano numeri statistici; la povertà crescente viene descritta come una conseguenza inevitabile dell’economia globale; il lavoro precario come il destino normale delle nuove generazioni. Tutto questo produce una sorta di assuefazione morale. L’ingiustizia non scandalizza più davvero: viene assorbita come parte del paesaggio quotidiano.
Il problema più profondo è la perdita dell’immaginazione etica e politica. Da anni ci viene ripetuto che “non ci sono alternative”. È la formula che ha accompagnato trasformazioni economiche, sociali e militari: non ci sarebbero alternative alla competizione permanente, al riarmo, alla subordinazione della vita ai mercati finanziari, alla distruzione dei legami sociali, alla privatizzazione dei beni comuni. Così l’orizzonte si restringe fino a coincidere con l’esistente.
La rassegnazione come forma di governo
In questo modo la rassegnazione diventa una forma di anestesia collettiva. Un popolo convinto che il cambiamento sia impossibile smette lentamente di pensare, sperare e agire. Non serve nemmeno più la repressione esplicita: basta la convinzione interiore che resistere sia inutile. È il trionfo dell’adattamento. Si finisce per sopportare e interiorizzare ciò che un tempo sarebbe stato giudicato intollerabile.
Questo processo è evidente anche nel linguaggio pubblico. La sofferenza viene trasformata in spettacolo quotidiano. Le immagini delle guerre scorrono accanto alla pubblicità, ai consumi, all’intrattenimento. La morte perde peso simbolico. Interi popoli possono essere distrutti sotto gli occhi del mondo senza provocare una reale mobilitazione delle coscienze. Ci si indigna per qualche ora, poi tutto viene riassorbito dal flusso continuo delle informazioni.
Il lavoro, la paura e la crisi della solidarietà
Anche il lavoro vive questa trasformazione. Milioni di persone sperimentano precarietà, salari insufficienti e perdita di dignità, ma spesso interiorizzano queste condizioni come inevitabili. La competizione continua sostituisce la solidarietà. La paura di perdere quel poco che si possiede indebolisce la capacità collettiva di reagire. Così il disagio sociale si trasforma facilmente in rabbia contro i più deboli, invece che contro le strutture che producono disuguaglianza.
Perfino la tecnologia, che potrebbe liberare tempo umano e favorire cooperazione, viene spesso utilizzata per aumentare controllo, dipendenza e concentrazione del potere. L’intelligenza artificiale, la sorveglianza digitale e gli algoritmi che orientano comportamenti e consumi rischiano di rafforzare un mondo in cui la capacità critica si atrofizza ulteriormente. Non perché le tecnologie siano malvagie in sé, ma perché vengono inserite in un sistema che privilegia profitto e dominio.
Ritrovare la possibilità dell’alternativa
La rassegnazione è il vero pericolo. Il male non trionfa soltanto attraverso la violenza: trionfa quando gli esseri umani smettono di credere possibile un’altra strada. Quando la guerra appare eterna, la povertà inevitabile, la solitudine normale e l’ingiustizia naturale. In quel momento il male non ha più bisogno di imporsi con la forza: vive già dentro le coscienze.
Eppure, proprio qui nasce anche la possibilità della resistenza. Ogni volta che una persona rifiuta di considerare inevitabili l’ingiustizia, la guerra, i genocidi o la trasformazione della diversità in nemico, si spezza il meccanismo della rassegnazione.
Pensare criticamente, custodire la memoria storica, ricostruire legami di solidarietà, praticare forme concrete di pace e mutualismo significa già contrastare l’interiorizzazione del male. Non si tratta di proporre un ascetismo fuori dal mondo, ma di riscoprire un umanesimo capace di rimettere al centro la dignità umana.
La speranza non nasce dall’ingenuità, ma dalla decisione di non consegnare completamente la realtà all’esistente. Le grandi trasformazioni della storia sono nate quando uomini e donne comuni hanno smesso di credere che il presente fosse l’unico mondo possibile.
Anche oggi il compito fondamentale non è soltanto denunciare il male, ma impedire che esso diventi mentalità, abitudine, normalità interiore.
Una cultura della coscienza contro il fatalismo
Il problema decisivo del nostro tempo non è soltanto la banalità del male. È la costruzione di una società che educa alla rassegnazione davanti al male stesso.
Per questo occorre ricostruire una cultura della coscienza, della responsabilità e della speranza collettiva. Perché una società che smette di immaginare alternative finisce inevitabilmente per accettare anche ciò che, un tempo, avrebbe giudicato inaccettabile.













































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