L’Italia non è più la stessa: 9 maggio 1978, le Br uccidono Aldo Moro e Cosa Nostra dilania il corpo di Peppino Impastato
di Vice

Quarant'otto anni fa l'Italia precipitò in una delle sue pagine più buie: l'omicidio del presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro, sequestrato 55 giorni prima dai terroristi delle Brigate Rosse nell'efferato agguato in via Fani, costato la vita agli uomini della scorta Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Raffaele Iozzino, Giulio Rivera, Francesco Zizzi.
L'emozione fu grande. Enorme. Immensa. Alla notizia, le maestranze di migliaia di fabbriche e uffici abbandonarono i luoghi di lavoro per rispondere allo sciopero proclamato da Cgil, Cisl e Uil in risposta all'ennesimo attacco terroristico, e concentrarsi nelle piazze storiche, centri pulsanti delle manifestazioni sindacali e politiche, a difesa della democrazia.
Il corpo dell'onorevole Aldo Moro, più volte presidente del Consiglio e ministro della Repubblica, uomo guida del principale partito italiano, la Dc, e protagonista insieme con il segretario del Partito comunista italiano Enrico Berlinguer di una intensa e innovativa stagione politica passata alla storia con il nome di "Compromesso storico", versione aggiornata e contestualizzata nei tempi della svolta di Salerno perseguita da Palmiro Togliatti, leader del Pci, nel 1944, fu ritrovato nel bagagliaio di una Renault 4 rossa, in via Caetani. Non una via qualunque del centro storico di Roma, ma un punto simbolico, equidistante dalla sede della Dc in piazza del Gesù, e da quella del Pci, in via delle Botteghe Oscure. Un messaggio chiaro e inequivocabile di contrasto violento alla politica di collaborazione tra forze ideologicamente diverse e opposte, disponibili al dialogo per uscire dalla crisi morale ed economica in cui si era avvitato il Paese. L’uccisione di Moro segnò uno spartiacque di cui approfittarono anche le forze interne ed esterne (servizi segreti stranieri e organizzazioni eversive di destra) che ostacolavano quel processo politico e che non mancò di avere a breve distanza riflessi negativi nelle successive scelte del Pci.

Lo stesso giorno, in Sicilia, a Cinisi, in provincia di Palermo, era stato ucciso Peppino Impastato. Aveva trent'anni. Giornalista, militante e attivista della sinistra extraparlamentare, da anni conduceva una coraggiosa battaglia contro la mafia, in particolare denunciando il boss che controllava il territorio di Cinisi anche attraverso complicità politiche, quel Gaetano Badalamenti, mandante dell'omicidio come appurarono i successivi processi, che Peppino Impastata prendeva in giro con l'appellativo di "Tano Seduto" dai microfoni dell'emittente Radio Aut, da lui fondata.
Peppino Impastato l'odore di mafia l'aveva colto fin da bambino, ma l'aveva respinto, senza esitazioni. Figlio di un mafioso, aveva rotto quei legami e tranciato di netto quel velenoso cordone ombelicale, e non aveva esitato a denunciare quei metodi criminali e l'arcaica mentalità che impediva soprattutto ai giovani di imboccare strade alternative. Il suo assassinio avvenne nella notte del 9 maggio. Il suo corpo fu posto su binari ferroviari e dilaniato con il tritolo per associarlo a un ipotetico attentato dinamitardo. Ipotesi avvalorata anche da una pelosa "benevolenza" degli inquirenti che tenne banco per mesi, obbligando famigliari e amici a un doloroso calvario, mentale e fisico, per aprire uno spiraglio di verità che rendesse onore alla memoria, all'impegno politico e alla reputazione di Peppino Impastato, che oggi è ricordato come un simbolo della libertà di parola e della resistenza civile contro le mafie.
Moro e Impastato sono storie lontane e rappresentano uomini d'età, cultura, differenza sociale diversi, ma uniti dal comune destino di essere stati uccisi per impedire il cambiamento nel nostro Paese e per la coerenza dimostrata da ognuno di essi nei rispettivi campi di azione.
Oggi, 9 maggio, giorno della memoria delle vittime del terrorismo e delle stragi, impone agli italiani il dovere civico di ricordare che la democrazia non è un valore conquistato una volta per sempre, ma va difeso quotidianamente, rifiutando comode uscite di servizio propagandate come soluzioni ideali in nome di una unità che è però fittizia, perché premia pochi per rendere fragili molti.











Commenti