SETTIMANA FINANZIARIA. Borse in gran spolvero: finché c'è guerra, c'è ricchezza... ma non per tutti
- a cura di Stefano E. Rossi
- 13 ore fa
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a cura di Stefano E. Rossi

Borse sfavillanti come non mai anche questa settimana. Nonostante l’incertezza sul futuro dell’economia, causata dal caro energia e dalla distruzione militare di infrastrutture civili e produttive in Medio oriente, gli operatori di borsa imitano i cavalli da corsa. Mettono i paraocchi. Guardano dritti ai fondamentali della finanza e si concentrano sulle performance aziendali.
Le esternazioni quotidiane di Trump? Chi le ascolta più. Morte e terrore sui tanti fronti di guerra? Troppo distanti dai recinti delle grida, da tempo digitalizzati, dove si muovono gli operatori di borsa. Qui sono gli utili stellari delle imprese quotate, imperturbabili, a far tirare la volata ai listini di tutto il mondo. Bloomberg stima che i profitti del primo trimestre 2026 saranno superiori alle attese nell’84% dei casi. E così, nelle ultime cinque settimane, a New York l’indice S&P500 è salito del +16,63%, a Tokyo il Nikkei225 del +22,81% e a Londra il FTSE100 del +2,56%.
Nel Regno Unito c’è l’esempio peggiore, anche se è pur sempre in crescita. La borsa inglese sta pagando un clima di potenziale instabilità politica. Il Prime Minister laburista Keir Starmer ha drammaticamente perso l’attuale tornata di elezioni amministrative, che hanno visto il prevalere della formazione estremista di destra Reform UK (ex Brexit Party) di Nigel Farage e di quella dei Verdi, il Green Party di Zack Polanski. Con tutta probabilità si passerà a nuove esperienze di governo locale e, in futuro, anche nazionale: coalizioni multipartitiche e instabili. È proprio quello che non piace ai mercati. Salta così la storica contrapposizione bi-partitica, tra laburisti e conservatori, ispiratrice di molte riforme elettorali maggioritarie, adottate da Paesi di tutto il mondo e anche qui, nella nostra inusitatamente stabile Italia.
Il petrolio scende sotto i massimi registrati la settimana scorsa. In America il WTI si attesta a 94,68 dollari al barile, a Londra il Brent si ferma a 100,57 dollari. L’oro chiude a 4.721 dollari l’oncia (128 euro il grammo). Il dollaro resta ancorato a quota 1,17 contro l’euro.
Livelli di crescita: allarme per l'Italia, paese che non "ama" i giovani
È stato pubblicato il nuovo OECD Economic Surveys, il report dell’organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (da noi nota come OCSE), che raggruppa le principali nazioni industrializzate occidentali al di qua e al di là dell’Atlantico. La ricerca si è focalizzata sulla capacità degli Stati membri di mantenere adeguati livelli di crescita economica e sociale nel medio periodo e la loro capacità di resistere di fronte ai recenti shock globali.
Per l’Italia, il giudizio non è particolarmente confortante, anche tenendo conto che risulti viziato dall’elevato debito pubblico, dall’anzianità della popolazione, oltre che da una maggiore esposizione alle tensioni geopolitiche internazionali. Per rafforzare uno sviluppo duraturo, secondo l’ente sovranazionale si dovrebbe puntare su precise dinamiche chiave. Al primo posto, c’è il coinvolgimento dei giovani nel mercato del lavoro. Risultiamo essere 21esimi (su 23 Paesi) per la maggior incidenza dei NEET, cioè i giovani disoccupati che né studiano, né cercano lavoro. Rappresentano il 18% del totale dei maggiorenni sotto i 25 anni; la media OCSE è del 15%; il valore più basso è dell’Islanda: 3%, peggio di noi, solo Messico e Turchia. Inoltre, siamo al secondo posto dopo la Grecia per il più basso tasso di occupazione giovanile: 20% (media OCSE 43%: il migliore è quello dell’Olanda: 76%). Tra il 2012 e il 2023, abbiamo perso oltre 400.000 giovani italiani di età compresa tra i 18 e i 34 anni a causa dell'emigrazione, pari al 6% di questa fascia d'età, molti dei quali difficilmente faranno ritorno al lavoro in Italia. Il fenomeno è noto, non sempre le sue proporzioni.
Scarsa propensione alla ricerca delle imprese italiane
Un altro punto riguarda l’accesso alle fonti di energia. Occorre garantirlo, a privati e aziende, in modo più conveniente e sostenibile. Per ultimo, ci viene indicato di incentivare il dinamismo dell’imprenditoria, al fine di migliorare la produttività. Qui, il fattore guida sembrerebbe essere quello dimensionale. In Italia oltre il 50% dei dipendenti sono impiegati in imprese sotto i 20 dipendenti, mentre in Germania la percentuale d’impiego scende al 28% (la media OCSE è del 38%). È interessante notare la produttività pro-capite sotto i 20 dipendenti: in Italia è di 42 mila euro, in Germania 58 mila euro. Invece, nel caso di imprese con oltre 50 dipendenti, da noi è di 80 mila euro, in Germania di 70 mila. Oltre i 250 dipendenti si mantiene un analogo divario a nostro favore. Questo, messo a confronto con gli altri Stati, risulta essere uno dei più alti valori di efficienza. Un’ultima nota negativa: le imprese italiane destinano agli investimenti in ricerca e sviluppo una quota tra le più basse tra i Paesi OSCE, pari cioè all’1,4%. Peggio di noi ci sono solo la Lettonia, la Slovacchia e la Lituania (media Ocse 2,7%); i migliori sono la Corea del Sud, con oltre il 5% e Giappone e Svezia al 3,6%. In definitiva: si chiede maggiore attenzione al capitale umano, allo sviluppo delle tecnologie, al sostegno degli approvvigionamenti energetici alle imprese.
Unicredit non demorde per il controllo di Commerzbank
Piazza Affari cresce da inizio aprile. Segue il medesimo cliché del contesto globale: +12,47%. In settimana, il listino milanese ha ripreso a premiare, ma anche a bastonare le società per i loro bilanci trimestrali. Risultato: grandi guadagni e grandi perdite. Non ci sono vie di mezzo. Le banche e la manifattura, che hanno performance superiori alle attese di consenso, puntano all’insù. I settori del lusso e dell’energia scendono giù, spesso molto giù.
Campari perde terreno, con la complicità di un fatturato in calo del -3,4%, dell’assenza degli attesi segnali di ripresa e per le ricadute sul business dalla cessione di Cinzano, che continua a non piacere.
Utili in forte crescita e posizione finanziaria netta dimezzata per Amplifon, che riscatta la recente storia dei brutti scivoloni dell’azione. I rating di Equita, Alphavalue e Intesa Sanpaolo migliorano le prospettive della società. E il titolo recupera, contenendo così entro un -20% le perdite accumulate da inizio anno (-70% negli ultimi tre anni).
Sul fronte bancario, Unicredit segna il 21esimo trimestre consecutivo di crescita. Si conferma una banca patrimonialmente solida (CET1 ratio al 14,2%) e redditizia (utile netto di 3,2 miliardi di euro, in crescita del +16% su base annua). In settimana il titolo si apprezza del +7,44%. Ma i dispiaceri per l’istituto di piazza Gae Aulenti arrivano dall’Ops lanciata su Commerzbank, dell’amministratrice delegata Bettina Orlopp, che non si vuole arrendere. La banca tedesca chiude il trimestre con un utile netto di 913 milioni, fa un taglio al personale di 3 mila dipendenti e, così facendo, alza ancor di più la posta in gioco. Contesta sia le condizioni dell’offerta, sia il piano industriale, che non garantirebbe l’indipendenza del modello di business originario. Nel frattempo, però, Andrea Orcel A.D. di Unicredit, aveva già pensato alle contromisure. Milano ha aumentato la sua partecipazione al 35,6%, diventando il principale azionista di Commerzbank. Il 26,77% della partecipazione corrisponde all’effettivo acquisto di quote azionarie. Per la differenza, si tratta di diritti di prelazione derivanti da strumenti finanziari derivati e swap.
Il Borsino della settimana – rassegna dei migliori e dei peggiori titoli del listino FTSE MIB
I Tori: Prysmian +18,84%, Amplifon +16,49%
Gli Orsi: Campari -10,79%, Tenaris -6,57%
FTSE MIB: +2,16% (valore indice: 49.289)
I presenti commenti di mercato rivestono un esclusivo scopo informativo e non intendono costituire una raccomandazione per alcun investimento o strategia d’investimento specifica. Le opinioni espresse non sono da considerare come consiglio d’acquisto, vendita o detenzione di alcun titolo. Le informazioni sono impersonali e non personalizzate.













































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