top of page

"Privacy e sicurezza pubblica: il coraggio di scegliere da che parte stare"

di Antonio Nicolosi

Premesso che l'intervento non è un ping-pong tra esponenti sindacali, quindi nel caso specifico con Nicola Rossiello, di cui apprezzo la chiarezza del pensiero e l'onestà intellettuale che esprime nei suoi articoli su La Porta di Vetro, trovo però necessario proseguire il dibattito sulla sicurezza, sottolineando che sul tema nel nostro Paese c'è la tendenza a rimanere sul vago. E a nascondersi dietro principi astratti; ad evitare di prendere posizione netta. Almeno secondo i miei valori di Segretario Generale di Unarma (Associazione sindacale Carabinieri). Eppure chi lavora ogni giorno in divisa — chi risponde alle chiamate di notte, chi raccoglie la denuncia di una donna picchiata, chi arriva sulla scena di una rapina — sa benissimo di che cosa si stia parlando. Sa che tra il diritto alla privacy e la sicurezza delle persone, nella pratica quotidiana, si è spesso costretti a scegliere. E sa anche che troppo spesso, in questo Paese, si è scelto male.

Non stiamo parlando di uno Stato di polizia. Non stiamo parlando di controllo indiscriminato dei cittadini, di schedature arbitrarie o di sorveglianza senza regole. Stiamo parlando di qualcosa di molto più semplice e molto più concreto: dare alle forze dell’ordine gli strumenti necessari per fare il loro lavoro. Strumenti regolati, trasparenti, soggetti a controllo. Ma strumenti efficaci.

Chi fa questo mestiere conosce una realtà che spesso non arriva nei dibattiti televisivi o nelle aule parlamentari. Conosce il volto della signora anziana che non esce più di casa dopo una rapina subita sotto casa sua. Conosce la frustrazione di sapere che un soggetto già noto è tornato a colpire in un quartiere, e di non aver potuto fare nulla per anticiparlo. Conosce la difficoltà di raccogliere prove sufficienti in assenza di strumenti adeguati, e il senso di impotenza che ne deriva — non solo per l’operatore, ma soprattutto per la vittima.

Questi non sono casi limite. Sono la quotidianità di chi lavora nelle stazioni, nelle pattuglie, nei quartieri difficili di ogni città italiana. E questa quotidianità impone una riflessione seria, che non può essere liquidata con un riferimento generico alla tutela dei dati personali.

Partiamo da un punto fermo: la privacy è un diritto fondamentale. Nessuno lo mette in discussione. È tutelata dalla nostra Costituzione, dalla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, dal diritto dell’Unione Europea. È un pilastro della società democratica e va difesa con convinzione.

Ma nessun diritto fondamentale è assoluto. Nemmeno la libertà di movimento, nemmeno la libertà di espressione, nemmeno la proprietà privata. Ogni diritto conosce limiti, bilanciamenti, eccezioni — e questi limiti esistono proprio perché viviamo in una comunità, dove i diritti di ciascuno si incontrano e talvolta si scontrano con quelli degli altri.

La domanda, quindi, non è “la privacy sì o no”. La domanda è: fino a che punto la tutela della privacy di un individuo può prevalere sulla sicurezza e sull’incolumità di altri individui? Fino a che punto possiamo permetterci di lasciare le forze dell’ordine con le mani legate, in nome di un principio che la stessa normativa europea prevede possa essere limitato in presenza di reali esigenze di sicurezza pubblica?

Da un lato, i cittadini chiedono più sicurezza: più controlli, più presenza delle forze dell’ordine, più risposte concrete ai fenomeni criminali che toccano la loro vita quotidiana. Dall’altro, ogni volta che si propone uno strumento concreto per migliorare quella sicurezza — un sistema di videosorveglianza più capillare, l’utilizzo di tecnologie per il riconoscimento in contesti ad alto rischio, protocolli più efficaci per la condivisione di informazioni operative — si solleva immediatamente un coro di obiezioni che blocca tutto sul nascere.

Il risultato è che i cittadini restano insoddisfatti, i criminali restano a piede libero, e le forze dell’ordine restano nel mezzo: chiamate a garantire sicurezza con strumenti inadeguati, esposte a critiche quando non riescono nell’impresa, e spesso lasciate sole anche sul piano giuridico quando cercano di fare il massimo con quello che hanno.

Chi ne paga il prezzo, alla fine, sono sempre i più vulnerabili. Chi non ha le risorse per vivere in quartieri protetti. Chi non può permettersi sistemi di sicurezza privata. Chi dipende dallo Stato — e dalle sue forze dell’ordine — per sentirsi al sicuro.

Come sindacato, la nostra prospettiva parte da chi indossa la divisa ogni giorno. E quello che vediamo è personale che opera spesso in condizioni di incertezza normativa, senza direttive chiare su cosa è consentito e cosa non lo è, con il rischio costante di trovarsi esposto disciplinarmente o penalmente per aver utilizzato strumenti o metodi che si collocano in zone grigie della normativa vigente.

Questo non è accettabile. Non è accettabile che un operatore debba esitare nell’esercizio delle proprie funzioni perché la legge non è chiara. Non è accettabile che la prevenzione dei reati venga frenata non dalla volontà degli operatori, ma dall’assenza di un quadro normativo adeguato. Non è accettabile che si chieda al personale di raggiungere risultati operativi senza fornire loro gli strumenti — tecnologici, giuridici, organizzativi — per farlo.

Quello che chiediamo non è carta bianca. Chiediamo regole chiare, strumenti definiti, garanzie per gli operatori e garanzie per i cittadini. Chiediamo che il legislatore abbia il coraggio di affrontare questo tema senza furbizie, senza rimandare, senza nascondersi dietro un equilibrismo che alla fine non tutela nessuno.

C’è una narrazione diffusa che vuole sicurezza e libertà come valori in opposizione: più sicurezza significa meno libertà, e viceversa. È una narrazione sbagliata, o quantomeno profondamente incompleta.

La libertà reale — quella che le persone vivono nella loro vita quotidiana — dipende anche dalla sicurezza. Una persona che ha paura di uscire di casa non è libera. Una donna che subisce violenza e non denuncia perché non si fida del sistema non è libera. Un commerciante che paga il pizzo o chiude la propria attività per paura non è libero. La sicurezza è una condizione della libertà, non la sua negazione.

Per questo la vera posta in gioco non è scegliere tra due valori opposti, ma costruire un sistema in cui entrambi possano coesistere — con intelligenza, con garanzie, con controlli seri. Ed è esattamente questo che chiediamo: non uno Stato che spia i propri cittadini, ma uno Stato che protegge i propri cittadini con gli strumenti del ventunesimo secolo, nel rispetto dei principi che caratterizzano una democrazia matura.

Alla fine, la questione è semplice. O abbiamo il coraggio di dotare le nostre forze dell’ordine degli strumenti necessari per garantire sicurezza — con tutte le garanzie, i controlli e la trasparenza del caso — oppure continuiamo a fare come se il problema non esistesse, scaricando sugli operatori e sulle vittime il costo di questa inerzia.

Noi sappiamo da che parte stare. Stiamo dalla parte di chi lavora per rendere questo Paese più sicuro, e di chi in quel Paese ci vive e merita protezione. Ed è da quella parte che continueremo a fare la nostra parte.


Commenti


L'associazione

Montagne

Approfondisci la 

nostra storia

#laportadivetro

Posts Archive

ISCRIVITI
ALLA
NEWSLETTER

Thanks for submitting!

Nel rispetto dell'obbligo di informativa per enti senza scopo di lucro e imprese, relativo ai contributi pubblici di valore complessivo pari o superiore a 10.000,00, l'Associazione la Porta di Vetro APS dichiara di avere ricevuto nell’anno 2024 dal Consiglio Regionale del Piemonte un'erogazione-contributo pari a 13mila euro per la realizzazione della Mostra Fotografica "Ivo Saglietti - Lo sguardo nomade", ospitata presso il Museo del Risorgimento.

© 2022 by La Porta di Vetro

Proudly created by Steeme Comunication snc

LOGO STEEME COMUNICATION.PNG
bottom of page