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Un anno con Leone XIV, il Papa mite erede di Francesco

di Luca Rolandi


L’8 maggio 2025 Robert Francis Prevost, da Chicago, ma con radici indoeuropee e creole, veniva eletto Papa come primo nordamericano della storia e dopo l’argentino (di ascendenza piemontese) Jorge Mario Bergoglio, Francesco. Molti si aspettavano una vera e propria rivoluzione che, tuttavia, non c’è stata. Quando fu scelto dai cardinali, fu chiaro a tutti che la figura fosse di grande equilibrio: conosceva bene i meccanismi della Curia romana, essendo stato Prefetto del Dicastero per i Vescovi, ma vantava anche un’ampia esperienza pastorale e missionaria, avendo ricoperto un incarico episcopale in Perù, in una delle zone più povere per oltre vent’anni. Sostituire Francesco e i suoi 12 anni di magistero pontificio non sarebbe stato facile e non lo è di fatto ancora oggi, ma il mite e quieto Prevost ha saputo con la gentilezza e la fermezza di un uomo di fede e di profonda cultura tenere la barra dritta, cercare il dialogo con una chiesa cattolica, dialogo composito e plurale, e tendere la mano al mondo fedele al primato petrino e al magistero dei suoi predecessori.

A partire dal suo motto In Illo Uno Unum – l’unità è una sua dimensione centrale che dice che possiamo essere uno perché siamo uno in Colui che è uno, Cristo - Leone XIV ha impostato il suo primo anno di papato in questa direzione. Da un gesuita, Francesco, ad un agostiniano, Leone, il cambio si è avvertito, ma se molti si chiedevano quale impronta avrebbe dato al suo magistero e se avrebbe segnato una netta cesura con l'era di Francesco, la risposta è no. Lo stile, il linguaggio, l’atteggiamento, i metodi sono diversi tra l’argentino e l’americano, ma la sostanza non cambia, resta la medesima come il deposito della fede nel mistero di Cristo morto e risorto per la salvezza dell’umanità.

In questo senso Leone XIV ha dato un impronta legata al carisma agostiniano nel rapporto chiesa-mondo, fede e storia, il dialogo ecumenico con le chiese cristiane, quello interreligioso con le religioni del libro, in un tempo difficili e per molti aspetti tragico nella lotta fratricida delle tante guerre in atto che strumentalizzano la fede. La pace disarmata e disarmante, il richiamo al mistero della vita e della morte, la necessità di testimoniare la fede cristiana nel mondo la priorità costitutiva del credente. E finora, i pochi, ma significativi i viaggi in Italia e all’estero, offrono spunti e appunti di concretezza e profondità in una dimensione sempre più universale della chiesa cattolica. Smentiti, poi, quanti pronosticavano un "Papa americano" prono a Donald Trump. Il presidente statunitense, dopo la morte di Francesco, aveva effettuato personalmente una generosa donazione alla Santa Sede con l’intento di accattivarsi i favori del Vaticano. Al contrario, il Papa non ha mai smesso di invocare la pace, specialmente nei mesi in cui Trump ha attaccato militarmente prima il Venezuela e poi l’Iran. Le sue risposte hanno mostrato che la mitezza non è debolezza, ma significa essere un uomo profondamente radicato nel Vangelo che, quando agisce, parla, prende posizione e lo fa con una profondità che invita tutti noi alla stessa postura.

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